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Tokyo eyes
di Jean-Pierre Limosin
con Takeda Shinji, Yoshikawa Hinano, Kitano Takeshi, Mizushima Kaori, Sugimoto Tetta, Osugi Ren
Francia/Giappone, 1998
Drammatico
90 minuti
Un giovane alienato dalla realtà, K., si inventa un ruolo di giustiziere e spara, senza colpirli, a coloro che commettono cattive azioni. La sorella di un poliziotto, Hinano, se ne innamora. Questa ragazza riesce a spingere il protagonista verso verso la vita reale. In un'intervista rilasciata all'Istituto Luce, di cui riportiamo alcuni brani, il regista afferma:
Ho deciso di partire dagli elementi tipici di un thriller, da un fatto di cronaca che appare sui giornali, per poi scandagliare in profondità sino a cogliere l'essenza più intima, passando così dal sociale al personale. Si ha sempre l'impressione che un fatto di cronaca sia lontano da noi, mentre basta guardarlo in modo diverso da un'altra angolazione per sentirlo più vicino. All'inizio del film, lo spettatore non dispone di sufficienti informazioni, la relazione tra gli avvenimenti è lacunosa, incompleta come quando ci si confronta con un evento di cronaca. Egli sa unicamente che un uomo spara sulla gente senza mai colpirla. Solo in seguito si chiariscono i legami [...], spingendosi così a capire che nulla è come sembra.
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Il film parla della sofferenza in modo molto astratto. Il sangue appare solo una volta in tutto il film. E' anche un film sullo sguardo. Il protagonista, per portare a termine la propria missione, indossa un paio di occhiali bifocali per ottenere una visione distorta:
Per K. gli occhiali sono, allo stesso tempo, uno strumento ed una protezione: grazie ad essi riesce a paralizzare l'avversario sul quale punta un revolver e, nello stesso tempo, non riesce a vederlo. Questo è il solo modo che egli abbia di premere il grilletto. Credo che Levinas dicesse che quando si guarda il colore degli occhi dell'altro, penetrando nel suo viso, si entra in un altro tipo di relazione che ci impedisce di commetere un omicidio. Si viene infatti a creare un legame fatto di empatia e compassione che ci impedisce di agire. Del resto, prima di fucilare qualcuno si usa bendargli gli occhi.
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Il protagonista è immerso in un mondo altamente tecnologico che, da un lato, egli riesce a governare, ma di cui d'altra parte è prigioniero:
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E' talmente sommerso dalle immagini che finisce per vivere in un mondo virtuale. Ha fatto modificare il suo revolver così da essere certo di non colpire realmente i propri obiettivi. Si tratta di un uomo che vive di tecnologia.
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Durante l'intervista, il regista cita Ozu, Pasolini, Kitano, nomi che stridono con la sua frivolezza e il suo giovanilismo da cinema indipendente, pronto ad ammiccare alle mode del momento, a metà tra un gioco di ruolo e un videogioco. I due protagonisti, Takeda Shinji e Yoshikawa Hinano, sono entrambi idol. In origine, il soggetto di Tokyo eyes era stato scritto per farne un film interamente francese, con una distribuzione e uno staff francesi e le riprese da effettuare a Parigi. Poi, un giorno, il regista ha sorpreso tutti dichiarando di voler iniziare le riprese in Giappone, con attori giapponesi. Il progetto è sembrato subito interessante perché, almeno finora, la maggior parte delle co-produzioni tra Europa e Giappone ha seguito un copione ormai abusato, portando in scena storie d'amore stereotipate tra un europeo e un giapponese, oppure sulle loro differenze culturali. Nel caso di Tokyo eyes, la sfida è stata stimolante anche perché un regista e un capo operatore francesi, che non parlavano una sola parola di giapponese, avrebbero dovuto realizzare un film con una distribuzione e uno staff di soli giapponesi. Il film è stato presentato al Festival del cinema di Cannes nel 1998, nella selezione "Un certain regard".
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