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Yakuza. Samurai in doppio petto
di Manuela Flore
25 luglio 2002. Amano dichiararsi "figli dei samurai", ma dietro lo spirito cavalleresco si nascondono spietati uomini d'affari, capaci di adeguarsi ai grandi cambiamenti che hanno caratterizzato il Giappone del dopo guerra imponendosi con forza nel mondo dell'alta finanza. Quando si parla del Giappone si è soliti sottolineare la reticenza morale del suo popolo ammirandone la laboriosità e il forte rispetto delle regole societarie. Subito dopo la seconda guerra mondiale il Giappone ha saputo ricostruirsi raggiungendo uno sviluppo economico senza precedenti. A differenza di molte altre potenze, l'ascesa economica non è stata accompagnata dall'aumento della criminalità e il Giappone mantiene uno dei tassi più bassi di tutto l'occidente industrializzato.
L'altra faccia dell'isola felice
L'ideale nipponico è stato però smitizzato dalla scoperta di una fitta rete di illegalità e corruzione nella quale sono state coinvolte autorevoli personalità politiche e importanti società finanziarie. Banche, società d'intermediazione e potenti compagnie hanno versato ingenti quantità di denaro nelle tasche di funzionari del Ministero delle Finanze e nelle casse della yakuza, la potente mafia nipponica. Quest'ultima, pur mantenendo il controllo su prostituzione, racket delle estorsioni e gioco d'azzardo, ha saputo sfruttare il grande boom degli anni Ottanta dando vita a nuove figure professionali che le hanno permesso la conquista di diversi settori dell'economia. Un esempio concreto è rappresentato dai sokaiya, azionisti professionisti che, rilevate le quote minime di partecipazione, intervengono alle assemblee deliberanti per influenzare, con la violenza e l'intimidazione, la politica aziendale. Nella maggior parte questi azionisti "particolari" fanno capo a clan yakuza che, ottenuti prestiti dalle stesse banche, difendono gli interessi dei loro finanziatori. Altre volte le stesse compagnie si rivolgono ai sokaiya per togliere la parola agli oppositori e, durante le riunioni, si assiste a vere e proprie discussioni tra sokaiya di fazioni opposte che cercano di far valere gli interessi di chi li ha assunti. L'ingaggio dei sokaiya spesso scaturisce dalla necessità di ridurre al minimo i tempi di riunione, dato che, secondo le autorità, la lunga durata delle assemblee è uno degli indicatori delle infiltrazioni mafiose nei consigli di amministrazione. E' quindi comprensibile il clamore suscitato dalla Sony nel 1984 quando, a causa delle continue interruzioni ad opera di malavitosi, concluse l'assemblea dopo 13 ore e mezza: la discussione era iniziata alle 11 della mattina e si era conclusa alle 23.30.
Il debito è il primo passo
L'infiltrazione mafiosa riguarda anche il settore bancario, al punto di essere considerata una delle principali cause dei crack finanziari di importanti colossi come la Nomura Securities Co., Ltd e la Nikko Securities Co., Ltd. Nei primi anni 90, importanti esponenti del governo si dimisero perché accusati di aver favorito gli investimenti di Susumu Ishii, capo della Inagawa-kai, uno dei più potenti clan del paese. Grazie al denaro ottenuto in prestito, Susumu aveva comprato azioni della Tokyu Railway Company, una società di trasporti privata, influenzando in modo decisivo le decisioni del consiglio di amministrazione. Ulteriori indagini rivelarono che il denaro era stato utilizzato anche per investimenti nel settore immobiliare, l'acquisto di grandi magazzini, hotel, country club e campi da golf, uno dei settori verso il quale la yakuza ha indirizzato i suoi ultimi investimenti. Nella maggioranza dei casi la yakuza si rifiuta di estinguere il debito contratto con una banca; da questo momento in poi l'istituto di credito verrà risucchiato in un'intricata rete di corruzione nel disperato tentativo di conquistare il favore dei funzionari del Ministero delle Finanze per scongiurare le ispezioni improvvise. La situazione è destinata a peggiorare a causa delle incessanti richieste di denaro da parte della yakuza che, approfittando del diffuso sentimento di difesa dell'onore dei funzionari, disposti a tutto pur di tutelare l'immagine pubblica, usa i sokaiya per ricattarli e influenzare la politica aziendale. Nel tentativo di bloccare l'infiltrazione mafiosa, nel 1982 il governo vietò l'assunzione e i pagamenti ai sokaiya, la cui attività venne dichiarata illegale. Il provvedimento non ha dato i risultati sperati: i sokaiya sono attivi, il loro numero in costante aumento e aggirano gli ostacoli legislativi registrandosi come organizzazioni di estrema destra, alle quali di diritto spettano i contributi statali. In Giappone la stessa ideologia capitalista ha favorito i rapporti tra la mafia e le istituzioni pubbliche ed economiche, in nome di un'amicizia nata negli anni dell'imperialismo e consolidatasi nel dopo guerra. In quel periodo il sostegno degli yakuza veniva chiesto per soffocare le rivendicazioni sindacali e impedire gli scioperi guidati dalla sinistra. Oggi sono le stesse aziende ad assumere gli yakuza e, per eludere i controlli, registrano le tangenti nel bilancio come "spese di gestione" o "beneficenza".
Il prezzo del fallimento
Sempre attenta all'evoluzione del mondo finanziario, la yakuza ha saputo sfruttare l'inversione di tendenza che ha caratterizzato il settore del credito. Anche i giapponesi, famosi per parsimonia, sono stati attratti dal consumismo e hanno cominciato a rivolgersi alle banche per ottenere crediti. Approfittando della rigida politica delle banche, che subordinano la concessione dei crediti a lunghe e attente indagini, i sarakin, finanziatori dei salariati, hanno creato agenzie di prestito pronte a concedere crediti immediati a breve ad alto tasso di interesse. Attratta da un settore così redditizio, la yakuza è diventata il principale "addetto" del settore, e nonostante l'uso della violenza e dell'intimidazione per ottenere la restituzione del denaro, i sarakin conservano agli occhi della gente comune l'antica immagine del buon samaritano. Nel tentativo di arginare la loro attività, il governo ha provato a ridurre i tassi d'interesse, senza comunque ottenere i risultati sperati. I privati continuano a preferire i sarakin, consderati benevoli filantropi pronti a intervenire in loro aiuto e a toglierli dai guai. Contro ogni aspettativa, non sono le minacce a preoccupare i creditori: ciò che li angustia sono le subdole tattiche tese a danneggiarne l'orgoglio e l'immagine pubblica. Le continue visite di un sarakin creano un forte imbarazzo nei giapponesi che, per sfuggire al disonore del fallimento, lasciati spontaneamente lavoro e famiglia, diventano johatsu (gli evaporati o scomparsi) o scelgono addirittura di suicidarsi.
Una storia vecchia 400 anni
Accanto a queste nuove figure, la yakuza continua a svolgere la funzione di "agenzia di collocamento". Il ruolo di procacciatore di manodopera ha agevolato i contatti con le istituzioni pubbliche che, sin dal XVII secolo, si servivano della manovalanza per realizzare importanti opere pubbliche. Nel corso degli anni la yakuza ha saputo consolidare i rapporti, aggiudicandosi appalti miliardari e dominando incontrastata il settore dell'edilizia. Lo sviluppo urbano ha ridotto considerevolmente le aree edificabili e ha fatto lievitare i prezzi di vendita di quelle ancora disponibili. Tentate dai potenziali guadagni legati alla compravendita dei terreni, rinomate compagnie e autorevoli banche si contendono gli spazi vicini a vaste aree di sviluppo o nelle quali è possibile realizzare lussuosi centri residenziali con campi da golf annessi. Dato che non sempre i proprietari sono disposti a cedere i terreni, gli interessati chiedono l'intervento degli yakuza. Il compito viene affidato ai jiageya, una sorta di procacciatore di terreni, che usano le maniere forti per convincere il proprietario a vendere. Una volta ottenuta la proprietà, la banca è libera di realizzare i progetti o speculare sul prezzo di vendita cedendola al migliore offerente. Le banche sono solite chiedere l'intervento dei jiageya anche nel caso in cui uno dei suoi affittuari sia restio a pagare l'affitto di un'abitazione o di un locale. In casi analoghi, alle sollecitazioni della banca segue l'intervento dei jiageya che costringono l'insolvente a rivolgersi ai sarakin alimentando così il giro d'affari della yakuza.
Il nuovo volto della tradizione
Nel 1992 il governo, nel tentativo di arginare il fenomeno mafioso, ha emanato la legge anti-boryokudan con la quale vengono considerate illegali tutte quelle associazioni che fanno uso di violenza e intimidazione. In un primo momento la legge sembrò dare i buoni risultati: rispetto al 1991, gli yakuza si erano ridotti di 11.000 unità e nel 1993 la polizia ne arrestò 1.440. Secondo la polizia nel tentativo di proteggere le organizzazioni da eventuali inchieste, numerosi soci abbandonano spontaneamente il gruppo per gestire attività legalmente riconosciute, favorendo così il riciclaggio del denaro sporco. Inoltre, indagini più attente hanno evidenziato come la diminuzione dei clan sia stata accompagnata dall'aumento dei componenti di quelli più potenti come la Yamaguchi-gumi a Kobe o la Sumiyoshi-rengo a Tokyo. Il fallimento della lotta contro la criminalità delle istituzioni è confermato da una nuova indagine del maggio 1997. Questa rivela la presenza di 23 clan yakuza regolarmente registrati come associazioni filantropiche, dietro le quali i clan gestiscono indisturbati i loro traffici illeciti. Accanto agli interventi legislativi, il governo ha cercato di sensibilizzare l'opinione pubblica attraverso una massiccia campagna d'informazione e creando organizzazioni a sostegno delle vittime, ma questi interventi non sono riusciti a intaccare l'immagine tradizionale dello yakuza. Quest'ultimo viene ancora visto come una sorta di Robin Hood, sempre pronto ad intervenire in soccorso dei deboli e sul quale ogni cittadino può fare affidamento. Ogni yakuza, inoltre, si muove in un universo popolato da antichi rituali e suggestive cerimonie come la sakazukishiki, cerimonia di iniziazione, lo yubitsume, amputazione della falange, e lo irezumi, il tatuaggio. La prima delle tre ha come protagonisti lo oyabun, capo, padre, e il kobun, figlio, seguace. Quest'ultimo bevendo il sakè dalla tazza del suo superiore, gli promette lealtà e fedeltà incondizionata. Come usavano i loro padri, nel caso in cui il kobun dovesse venire meno alla promessa data, si amputa la falange del dito mignolo e, dopo averla avvolta in un panno candido, con gesto solenne, lo offre allo oyabun in segno di pentimento. Considerato il profondo significato racchiuso nel gesto, il capo gruppo non può rifiutarsi di concedere il perdono, anche per non compromettere il suo nome nel mondo della criminalità organizzata. La mafia giapponese ha saputo adeguarsi ai cambiamenti che hanno caratterizzato il paese, sfruttando lo sviluppo economico e conquistando un ruolo di prestigio nell'alta finanza. La capacità di adattamento non ha, comunque, modificato la forma originale dell'organizzazione. Ancora oggi la yakuza è organizzata in gruppi compatti nei quali i rapporti sono regolati dal ninkyodo, insieme di norme morali e comportamentali modellate sul bushido, l'antico codice etico dei samurai.
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