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Lo zen e la cerimonia del tè
di Okakura Kakuzou
SE, 1995
pagine 123
Opera di una personalità complessa quale Okakura Kakuzou, che fu al contempo un grande studioso dell'Oriente, un messia autorevole e autoritario e un poeta, The Book of Tea (1906) fu scritto in inglese per un pubblico occidentale. Okakura volle spiegare i caratteri dell'orientalità attraverso il simbolo del tè: parla della sua storia e della sua importanza, ne descrive la cerimonia quasi religiosa, fatta di una ritualità e di norme precise, che sanciscono la sottomissione del presente agli avi e al passato. Il giardino del tè è legato al compimento della forma tradizionale della cerimonia del tè, che fa da contrappunto agli aspetti opulenti e sfarzosi del periodo Momoyama (1573-1599), ed ai requisiti posti dalla sua ambientazione. La cerimonia del tè (sadou o cha no yu) è stata organizzata in forma mistica e rituale principalmente ad opera della sensibilità estetica di Sen no Rikyu (1522-1591), grazie al quale la semplice preparazione di una tazza di tè è diventata un'esperienza estetica di notevole spessore spirituale, un emblema dell'estensione della pratica meditativa ad ogni atto o attività della vita quotidiana propugnata dalla dottrina zen. L'estrema lentezza e concentrazione dei gesti, che caratterizzano questo evento artistico, corrispondono alla creazione di uno spazio e di una situazione che permettano di realizzare l'illuminazione. I padiglioni del tè diventano, in seguito, una presenza costante nei giardini giapponesi ed il loro stile, ispirato alle abitazioni rurali, influenzerà a tal punto l'architettura che il termine sukiya, che originariamente li designava, diverrà il nome dello stile residenziale del periodo. Il roji si sviluppa come percorso, al tempo stesso fisico ed iniziatico, che conduce sia al luogo che alla dimensione spirituale richiesti per la cerimonia del tè. Pertanto la disposizione dei suoi elementi ha la funzione di preparare la mente dell'ospite, inducendo in lui lo stato di concentrazione necessario ad esprimere l'evento in tutta la sua complessità. Roji significa corridoio, vicolo, ma anche "sentiero cosparso di rugiada". Indica inoltre, a conferma della stretta relazione fra giardini e pratica spirituale, il corridoio di collegamento dove, nel corso di uno dei rituali di iniziazione al buddhismo Shingon, i novizi attendono prima di entrare nell'una o l'altra delle due sale nelle quali si svolge la cerimonia. Le pietre da passo (tohiishi) che tracciano il sentiero assumono un ruolo determinante. Esse uniscono ad una funzione pratica - proteggere reciprocamente il muschio dalla pressione delle calzature ed i piedi del visitatore dal fango - quella spirituale ed estetica di stimolo ad uno stato di consapevolezza e di contemplazione, rallentando il passo e favorendo una sosta. Esse scandiscono e sottolineano il progressivo allontanamento dal mondo quotidiano. Architettura e giardino del tè sono fra le espressioni più raffinate della predisposizione dell'animo giapponese, coltivata attraverso la pratica meditativa, ad "elevare le azioni della vita quotidiana allo status di arte"(1). Il roji induce una percezione sequenziale dello spazio, attraverso una serie di esperienze visive finalizzate a provocare in colui che percorre il giardino stati d'animo particolari, un'esperienza interiore. Il giardino della casa per la cerimonia del tè è un giardino continuo, che presuppone sempre uno spazio interno e uno esterno e che richiede all'osservatore di esser percorso in tutta la sua estensione perché l'esperienza di esso sia completa e soddisfacente. Nel giardino per la cerimonia del tè domina un senso di assoluta semplicità di cui la piattezza è l'elemento determinante. Il roji prepara gli ospiti all'evento, è un percorso che non deve stupire o eccitare, ma bensì calmare e sensibilizzare all'estetica del wabi. Bere il tè è un processo contemplativo in cui l'umiltà dell'allestimento veicola un messaggio di spiritualità e semplicità.
Note
1. Cfr. Nitschke, Gunther. 1993. Japanes Gardens. Taschen.
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