 
Dopo anni di duro lavoro, Nipponico è diventato il più importante sito italiano sulla cultura giapponese. Non sono parole mie, ma della trasmissione Neapolis (Rai3, 10 novembre 2004). Sicuramente la qualità dei suoi contenuti è ancora più ammirevole se teniamo in conto la sua natura amatoriale e senza scopo di lucro. Il mio ringraziamento va a tutti coloro che mi hanno aiutato nel corso degli anni. Ho deciso di lasciare inalterato l'editoriale scritto il primo giorno, che potete leggere qui di seguito. Anche se alcune correzioni sarebbero da fare, volevo lasciar trasparire quel clima di grande entusiasmo e rabbia che allora mi animava e che spero non mi abbandoni mai, anche nella maturità. Buona lettura!
|
|
|
|
|
Il paese anormale
di Massimiliano Crippa
|
L'Europa diventerà quello che in realtà è, cioè un piccolo promontorio del continente asiatico? Paul Valéry (1871-1945)
|
17 settembre 2000. Può essere solo un caso che in questo sito si parli di Giappone. L'obiettivo, invece, è educare alla conoscenza di un'altra cultura. E chissà che la conseguenza dei nostri sforzi non sia anche una migliore comprensione dell'Italia. Forse scopriremo di avere molto in comune. Sicuramente scopriremo, di entrambi i paesi, molte cose che potranno non piacerci, ma renderci conto del problema sarà già un primo passo verso la soluzione. Dovremo cercare il bello e il brutto. Conosceremo quanto c'è di peggio, per apprezzare poi quanto c'è di meglio. Senza nasconderci niente. Gli spunti di riflessione, le strade da seguire e quelle da evitare, emergeranno a poco a poco dal contesto e potranno essere utili per ognuno di noi. Credetemi, troveremo molto da imparare dal Giappone, perché soltanto una grande cultura millenaria profondamente radicata e condivisa ha potuto, negli ultimi decenni, elevare questo paese ai primi posti nel mondo. La cosa non deve apparire scontata soprattutto a noi italiani poiché il nostro paese, partito nel dopoguerra dalla stessa condizione iniziale, ha raggiunto obiettivi ben più limitati con molta fatica. E' vero che, mentre l'Europa conosceva la Rivoluzione Francese col suo motto "Libertà, fratellanza ed uguaglianza", il Giappone era uno stato fortemente feudale, sotto il regime militare dei samurai, che applicavano il "kirisute gomen", il diritto di poter uccidere chiunque con la propria spada, su un popolo che, abituato all'obbedienza e senza diritti civili, non poteva che subire. Forse, a noi occidentali, i giapponesi appaiono ancora oggi come schiavi in una nazione libera, ma dobbiamo tenere conto della condizione dei cittadini degli altri paesi orientali, di quello che è riuscito a fare il Giappone, da quando è uscito dal suo medioevo, del fatto che le nazioni ed i loro popoli non partono tutte dalle stesse condizioni. Inoltre il Giappone, fino all'inzio di questo secolo, non ha mai avuto una politica espansionista e imperialista come l'Europa; anzi ha sempre mostrato rispetto verso chi era più avanti culturalmente: i giapponesi si recavano a Parigi e nelle altre capitali per studiare e conoscere con spirito sereno. Sono riusciti ad evitare di diventare una colonia dell'Occidente, come è successo invece alla maggior parte dei paesi orientali. Quando hanno capito che non avrebbero potuto resistere se non utilizzando le stesse armi dell'Occidente, sono riusciti in brevissimo tempo ad arrivare a sedersi al tavolo di Parigi per la stesura del Trattato di Versailles (1919) dalla parte dei vincitori, anzi, nel ristretto gruppo dei cinque grandi. In questa circostanza il Giappone è stato l'unico ad insistere per l'inclusione di una clausola per l'equità razziale tra asiatici ed occidentali, respinta principalmente dall'intervento degli Stati Uniti. Forse la causa dei mali seguenti, fino alla tragedia della Seconda Guerra Mondiale, è stata proprio l'incontro con l'Occcidente, l'accelerazione del progresso, il cambiamento dei valori, tutte cose imposte con modi e tempi sbagliati. C'era a quel tempo, e c'è ancora oggi, chi pensava di essere il portatore di una verità che il popolo giapponese avrebbe dovuto accettare come superiore. Questa posizione era per lo più di persone appartenenti alla cultura anglosassone, non ancora capace di eliminare gli effetti del colonialismo. La cultura occidentale ha prodotto una civiltà più forte, cioè maggiormente capace di imporsi di fatto sulle altre, ma non per questo migliore. Gli americani, ad esempio, hanno una cultura che impone loro di avere uno o più nemici a cui opporsi. La risposta dei giapponesi agli stranieri che mostrano questo atteggiamento, è un rapporto personale improntato a grande educazione, ma ad un livello tale che il risultato è l'emarginazione. Questa modo di respingere è bellissimo ed efficace. Ma l'amore respinto spesso genera odio. C'è chi, quasi in contrapposizione ai primi, cerca risposte ed una delle risposte più a buon mercato e più alla moda è l'Oriente. Per alcuni, la cultura orientale è legata alla spiritualità, ma questa visione onirica dell'Oriente è una distorsione della realtà. L'Oriente è visto come una scappatoia, un rifugio dalle dinamiche sociali, dalle nostre paure. Stiamo attenti a non dare dell'Oriente una lettura che sia il risultato della visione propria dell'Occidente. State in guardia anche da chi vi dice che la salvezza viene dall'Oriente: il concetto di verità che salva è ancora una volta totalmente occidentale. Nella cultura orientale, spiegazioni totali e totalizzanti, secondo una logica ad un solo livello, non esistono. Un errore che molti appassionati di discipline orientali commettono è considerare il mezzo come un fine. Usare un modo orientale di fare le cose serve soltanto a farci conoscere meglio noi stessi: l'esperienza che può farti avvicinare all'obiettivo non è importante. Cercare di immedesimarsi nell'altro non significa rinnegare sé stessi. L'obiettivo è invece quello di porsi sullo stesso piano, anche se spesso è tipico proprio dei giapponesi ragionare in termini di superiore e inferiore. L'atteggiamento più comune di noi italiani verso la cultura giapponese apparentemente non è di disprezzo o di derisione, ma piuttosto di incomprensione. Ma l'incomprensione non può essere una scusa. Perché l'incomprensione per il "diverso" ha suscitato, suscita e susciterà sempre paura. Paura di confrontarsi, di essere meno capace, di perdere il proprio status, di temere l' avvento del nuovo. Siamo schiavi dell'ignoranza e alla fine ciò porta a pensare di essere superiori, non diversi. L'ignoranza, l'indifferenza e la presunzione culturale dell'Occidente, di fronte a tutto quello che non sia bianco e giudaico-cristiano, devono cessare. La cortina di pregiudizi razziali e di luoghi comuni che, da generazioni, ci abbagliano quando si tratta di Asia, dovrà cadere prima o poi. L'Asia sarà, nel bene e nel male, la realtà dominante del prossimo secolo. Il Giappone sembra invaso dalla voglia di "american way of life". A molti giovani vanno strette le convenzioni sociali e guardano all'Occidente come alla terra della libertà. Ma le cose non sono mai come sembrano a prima vista. Del Giappone che scrittori come Tanizaki e Kawabata ci hanno fatto sognare e amare non esiste quasi più traccia? Forse ci ostiniamo a pensare a questo ermetico paese solamente come ad un luogo colmo di saggia spiritualità che, a contatto con l'Occidente tecnologico, ha cominciato a guastarsi, ad ammalarsi. Ma non è vero che in Giappone di antico sia rimasto solo il folklore. Il Giappone è come un iceberg, dove la punta è costituita dalle appariscenti e moderne strutture, mentre la parte restante, costituita dalla tradizione, è più nascosta, poco appariscente agli occhi di uno straniero. In Italia ci si lancia in disquisizioni di carattere morale ed intellettuale: il livello dello scontro è astratto e nello stesso tempo profondo. Una cultura si giudica per quello che pensa, non per quello che realizza. Principio giustissimo. Si parla ormai da tempo di risveglio dell'Asia. I nomi che vengono alla mente per quanto riguarda il Giappone sono quelli di scrittori come Yoshimoto Banana o Murakami Haruki, registi come Itami Juzo e Kitano Takeshi, vincitore della Mostra del Cinema di Venezia edizione 1997. Forse si dovrebbe parlare più giustamente di risveglio da parte nostra, magari anche di rimorso nei confronti di una parte del mondo di cui ci eravamo dimenticati. Il Giappone non ha mai conosciuto la miseria e la dominazione straniera, ha mantenuto sempre la sua sovranità e la sua dignità. Il Giappone e tutta l'Asia nel suo complesso sono forse l'unica zona del mondo che non ha mai avuto bisogno dell'Occidente. Furono costretti ad aprirsi e a commerciare con la forza delle armi, che non abbiamo mai avuto paura di usare contro qualsiasi civiltà. Certamente non si risveglia ora, visto il ricco bagaglio di storia che traspare da ogni gesto e parola. Non ha bisogno di essere riscoperta, non ha nulla da dimostrare al mondo. Forse non ce ne accorgiamo per il diverso modo di affrontare lo scorrere del tempo, ma questi popoli conducono giorno dopo giorno una lotta per un futuro migliore, non solo per sé stessi, ma per tutta la comunità. Questo significa guardare lontano. Ognuno di noi troverà una diversità da condividere e non da respingere. La cultura orientale non separa così nettamente materia e spirito, riuscendo in tal modo a rimanere molto più vicina all'uomo ed ai suoi bisogni. Molte discipline aiutano concretamente l'uomo a realizzare, nell'azione della vita quotidiana, la propria unità interiore e l'armonica interazione fra materia e spirito, fra corpo e mente, fra uomo e ambiente. In un certo senso, quindi, è giusto che ci si senta un po' in difetto, se non in colpa, nei confronti del raggiungimento della propria realizzazione dal punto di vista esistenziale, così come da molti decenni in Oriente si sentono in difetto rispetto ai risultati materiali che la nostra cultura ha prodotto, proprio per effetto della scissione fra mente e corpo, fra la razionalità e la natura fisica del corpo. Ad Oriente, però, si stanno avvantaggiando già da tempo della nostra cultura, che hanno assorbito in modo straordinariamente veloce, ed il Giappone in questo ha dimostrato di saper fare meglio di tutti. Forse il fatto che l'Oriente non tenga separati gli opposti e non sia dominato dal concetto di assoluto e trascendente, ha facilitato il processo di assimilazione, adattamento e fusione. Invece il prezzo da noi pagato per aver reso definitiva questa scissione ed averla sfruttata a fini pratici, si fa sentire. La consapevolezza del grande vuoto esistenziale sembra sempre più scomoda. La cultura orientale è sempre più a portata di mano e dimostra di essere in grado di colmare quel vuoto. L'armonia, secondo il nostro modo di pensare, dovrebbe essere una conquista individuale, progressiva e non assoluta, del soggetto il quale, attraverso l'accrescimento della propria consapevolezza, ottiene un ampliamento della propria visione della realtà, comprendendola in sé stesso in modo sempre più armonioso. L'armonia non è quindi, nel nostro caso, una caratteristica assoluta della realtà, ma un atteggiamento della relazione dell'individuo con la realtà stessa. In questo senso l'armonia dell'uomo con la realtà è utile all'uomo stesso, poiché serve a procedere con efficienza nella pratica della propria disciplina, qualunque essa sia; la disarmonia, invece, gli è di impedimento e quindi non è adatta all'uomo al fine del conseguimento della propria realizzazione. Ma sia l'armonia che la disarmonia, esistono comunque entrambe e sono unicamente degli aspetti differenti del manifestarsi della realtà. La colpa di questa nostra visione va fatta risalire all'idea evoluzionistica e progressiva della cultura che ci viene insegnata fin da piccoli: il sapere progredisce in maniera lineare e irreversibile, perciò tutto ciò che è più antico, deve essere per forza inferiore, da abbandonare. Una visione del cosmo che veda l'uomo separato dal resto della realtà e in lotta con essa per accumulare quanta più ricchezza possibile, anche a scapito dei suoi simili, è una visione così egocentrica e antropocentrica che mai l'Asia l'ha abbracciata, almeno fino all'arrivo degli occidentali. Certo, chi ci dice che loro siano felici? I giapponesi pagano a caro prezzo alcune scelte fatte nel dopoguerra, con problemi sociali che forse solo ora stanno venendo alla luce. Ma cerchiamo, anche in questo caso, di mantenere una certa lucidità. E' giusto pagare un prezzo così alto in nome di valori materiali? Stiamo pur sempre parlando del popolo con la più alta speranza di vita. E' giusto rinunciare ad una democrazia più ampia? L'Asia non avrà mai il modello europeo di democrazia per il diverso rapporto tra pubblico e privato, tra individuo e società, ma non è giusto dire che non abbia una buona democrazia. Può darsi anche che il benessere finisca col generare una democrazia migliore della nostra. Qual è la vera libertà in Italia? Quella di scrivere sui muri? E' giusto che un giapponese dedichi anima e corpo alla sua ditta? Vi sembra giusto che un italiano dedichi anima e corpo a fottere il suo paese (e il suo futuro)? Il Giappone è incompatibile con il nostro modo di vivere, perché noi siamo contenti del fatto che "se passo un semaforo rosso non mi fanno la multa"? Alla notizia che in Giappone non ci sono sistemi di sorveglianza contro i furti di merce nei negozi, l'italiano medio risponde: "Quanto sono ingenui!". Quella è onestà, cari italiani! Se si insegna ai bambini che non ripettare le regole va bene, che non succede nulla, sarà difficile tornare sulla retta via. Se Enzo Biagi ha detto che "l'Italia ha un grande difetto: gli italiani", per il Giappone vale sicuramente il contrario: il suo popolo è la più grande ricchezza. I giapponesi, presi singolarmente, fanno sempre del loro meglio, anche se sanno che non servirà: nel bene e nel male non mollano, nemmeno quando la battaglia è già persa. Tutti s'influenzano a vicenda. Mai il vecchio confine tra Oriente e Occidente tracciato da Kipling è sembrato più inadatto. L'Asia moderna che ha adottato l'economia di mercato, dottrina occidentale per eccellenza, non perde occasione per mettere in luce le diffidenze che ancora esistono. Persino in Giappone, dove la cultura americana è da tempo di casa, le caratteristiche nazionali conservano la propria importanza. Malgrado i McDonalds, in fondo ai loro cuori i giapponesi continueranno ad essere molto diversi dagli americani, a cercare una propria identità. Per Samuel Huntington, dell'Università di Harvard, ciò che conta non è tanto trasmettere beni e denaro quanto idee. L'essenza della civiltà occidentale è la Magna Charta, non l'hamburger. E il fatto che quest'ultimo possa essere addentato anche da chi occidentale non è non autorizza a dare per scontata l'accettazione della prima. In un mondo in cui l'informazione circola liberamente, non vi è alcuna garanzia che insieme al buono non arrivi anche il cattivo, che dall'Oriente arrivino in Occidente le cose giuste e viceversa. I ragazzi con i capelli tinti di verde o vestiti in uno stile alternativo che si incontrano per le vie e nei locali di Roppongi non sono la spia del cambiamento. I segnali sono sempre contraddittori. Uno striscione pubblicitario che dice "Import now" può sembrare una rivoluzione, ma nel paese delle rivoluzioni silenzione tutto finisce per essere ordinario. Questo paese è sembrato sempre chiuso, iperconservatore, protezionista, geloso e fiero del suo essere isola, sempre diffidente verso gli stranieri, ma se adesso invita ad "aquistare i prodotti d'importazione per agevolare l'internazionalizzazione del Giappone" lo fa tenendo sempre il coltello dalla parte del manico. Il cambiamento è voluto e non subito o dovuto. Il Giappone si agita in mille direzioni e raccoglie quando i frutti sono maturi. Il mondo non sta andando verso l'omologazione culturale. I consumi si standardizzano, ma ciò rende solo più facile incontrarsi e scambiarsi idee, senza che queste debbano necessariamente uniformarsi. Fino a che punto è possibile l'integrazione? Alcuni fanno della diversità culturale una discriminante di superiorità o di inferiorità. In realtà, sebbene ognuno sia figlio della propria cultura, che non si può estirpare o dimenticare, l'Occidente e l'Oriente hanno in sé armonie che devono sommarsi e disarmonie che devono eliminarsi. Questa è la crescita che ci aspetta, un processo di "innesto" del tutto simile a quello che avviene per le colture. Il Giappone può essere considerato senz'altro campione nella sintesi fra razionalità e intuitività, fra Oriente e Occidente, fra antichità e modernità. Non vogliamo che voi amiate il Giappone. Quello che vogliamo insegnarvi è il rispetto, tutto il resto seguirà. Pensiamo soprattutto a tante persone di cultura che, con poca voglia o capacità di comprendere, senza contare una certa dose di presunzione, fanno sembrare stupido un intero popolo. In prima fila tra gli accusati, senz'altro i giornalisti, ma anche persone di maggior cultura cascano nella trappola. Ecco alcuni esempi. C'è chi si permette di definire l'inventrice del Tamagotchi una madre degenere per la sua scelta di lavorare invece di avere dei figli, dimenticandosi che l'Italia fa a gara col Giappone per la palma di paese col più basso tasso di natalità. Prendono in giro il loro modo di stare in fila, ordinato e silenzioso, o la loro voglia di lavorare fino all'abnegazione come se fossimo noi quelli normali. Disordinati, irrispettosi delle regole, rumorosi, assenteisti e scansafatiche, siamo proprio un bell'esempio da seguire. Affermano che il Giappone oggi tenta di aprirsi e di somigliare all'Occidente. Ma solo da oggi i giapponesi vogliono somigliare all'Occidente? E poi siamo sicuri che vogliono veramente somigliare a noi, copiare, diventare occidentali? Non sarà solo un problema di comprensione? Donne che camminano tre passi indietro all'uomo per sentirsi protette e non per un sentimento di inferiorità o sottomissione, come ci verrebbe da dire secondo il nostro metro di misura. Li accusiamo di essere capaci soltanto di copiare, noi che poi importiamo ogni moda dal resto del mondo senza esportarne nessuna. L'entusiasmo che essi provano per la terra, l'arte, la cucina, la lingua italiana non hanno pari. Noi ci riempiamo la bocca della nostra gloriosa storia ma, ogni giorno, calpestiamo sotto i piedi il vivere civile. Che diritto abbiamo di criticare, con tutti i nostri problemi? Loro amano l'Italia. Possiamo dire lo stesso di noi? I giapponesi amano la comodità e la funzionalità, dentro e fuori la casa, e spesso sono disposti a rinunciare all'estetica per averla. Gli italiani danno molta importanza all'apparenza più che all'estetica. In Giappone l'ideale estetico, fatto di equilibrio e di serena bellezza, si trova forse solo nelle scuole tradizionali, nei parchi e nei templi, numerosissimi, ma questo perché l'esperienza è molto più interiore, fatta di piccole cose, senza il bisogno di marmi e stucchi, di antichità spesso decadenti, di bellezza presuntuosa e fredda, da mostrare come simbolo del potere borghese e aristocratico. Nel palazzo, nel castello, nel tempio, non c'è niente che sia lì per impressionare. Cosa c'è di equilibrato, invece, nelle monumentali opere architettoniche italiane? Forse ispira maggiore serenità una bella composizione di ikebana, un bonsai un po' rinsecchito in una casa polverosa, così come osservare una distesa di campi di riso o un viale alberato di ciliegi in fiore. Le città, è vero, sono ammassi di fili elettrici, legno, cemento, plastica, lampadine e neon, in una confusione estetica che mischia antico e moderno, accoppiata alla cronica mancanza di spazio. Ma confusione significa appunto spontaneità e libertà: il lavoro di un assessore all'urbanistica sarebbe sicuramente più stressante in Italia, dove bisogna far convivere città medioevali e moderna tecnologia. Non mi sembra che, nella vita quotidiana, le nostre scelte vadano decise verso il bello. Ascoltiamo, in proposito, quanto scritto da Francesco Alberoni in un articolo del Corriere della Sera:
Come sembrano brutte le nostre città tornando dall'estero. Venendo dal Giappone mi sono accorto che Milano e l'Italia sono scandalosamente sporche. Confrontate con le strade di Tokyo, in cui non si incontra nemmeno un pezzetto di carta o un fiammifero, le nostre sembrano quelle di una città africana. Poi mi sono reso conto che siamo riusciti a degradare in modo incredibile il centro delle nostre città. Siamo l'unico paese d'Europa che ha rinunciato ad ogni programmazione dignitosa, che si è lasciato travolgere dal disordine, dalla prepotenza del brutto e del facile. Lo si vede quando si arriva in una stazione ferroviaria, sommersa da un labirinto di bancarelle, frammezzate a bidoni e cumuli di immondizia, mentre i gabinetti sono di una sporcizia ributtante. E, dappertutto, mendicanti, miserabili, prostitute. Io sto benissimo al Cairo, sento la suggestione di Benares, adoro i vicoli di Fez, mi piacciono gli odori del suk arabo, come quelli della Vucciria di Palermo, mi diverte Disneyworld, mi attrae la Chinatown di San Francisco. Ciascuna di queste cose è coerente in sé stessa, ha uno stile, incarna propri significati e valori. Mentre invece noi stiamo perdendo ogni forma e ogni stile, ci muoviamo verso il caotico, lo slum. Un paese come il nostro, disordinato, burocratico, senza orgoglio nazionale, senza grandi ideali, ideologicamente diviso, se perde la sua tradizione artistica, il senso della bellezza, il gusto, lo stile, perde la sua identità. Perde addirittura la sua moralità, perché l'unica moralità del nostro patrimonio storico è l'armonia estetica e spirituale.
|
Ho sentito più volte dire che la cortesia dei giapponesi è solo formale, non interiorizzata, né tantomeno spontanea, ma costituita da un insieme di norme sociali apprese come imposizione e non come educazione, che contribuiscono a fare del Giappone una invisibile prigione di non-rapporti umani. Questo insistere sulla mancanza di spontaneità è una cosa strana detta da noi occidentali, che crediamo più nella razionalità. Inoltre mi risulta poco credibile che in Occidente l'educazione non sia imposizione. E non sarà che la spontaneità tanto osannata degli italiani finisca per farci infrangere le leggi, perché considerate imposizione? Nel novembre 1999, un jet dell'aeronautica militare precipita a pochi chilometri da Sayama, nella prefettura di Saitama, tranciando alcuni cavi dell'alta tensione. L'incidente ha letteralmente paralizzato la gran parte dei distretti settentrionali di Tokyo. I due piloti rimangono uccisi nello schianto del loro aereo. Sono riusciti ad evitare una strage spingendo il velivolo in panne in una zona disabitata. Il pilota e il suo addestratore si sono accorti di un guasto a bordo, hanno subito iniziato ardite manovre per evitare prima un liceo dov'erano in corso le lezioni, poi un campo da golf affollato di giocatori e infine un gruppo di case. Quindi, mentre si preparavano ad azionare i seggiolini eiettabili, l'aereo ha perso quota, ha tranciato alcuni cavi dell'alta tensione e si è schiantato. Il loro eroismo ha evitato un massacro. Non posso evitare di ricordare quale fu il comportamento dei piloti italiani che, a Casalecchio di Reno, per salvarsi la vita lasciarono schiantare il proprio aereo contro una scuola, provocando decine di morti. Questi due fatti di cronaca mi sembrano una dimostrazione lampante del concetto di generosità, di scelta volontaria, che si attribuisce agli italiani, criticando invece l'impostazione condizionata dal sociale dei giapponesi. Se il pilota italiano ha il suo momento di generosità, deciderà di morire al posto dei civili, se non ce l'ha come nel caso di Casalecchio, i civili muoiono al posto suo. Insomma della generosità non ci si può fidare. Proprio per il fatto che è una scelta volontaria, può anche diventare una scelta di non essere generosi. Se c'è meglio, ma quando non c'è cosa ci rimane? Se non si può far conto su un po' di sano condizionamento sociale, sono guai grossi. Vi inviteremmo a preferire l'educazione alla generosità. A chi accusa i giapponesi che viaggiano o si stabiliscono all'estero di perdere le proprie caratteristiche di cortesia e puntualità come pretesto per affermare che, in verità, quelle caratteristiche non sono intrinseche, ma solo una maschera esteriore, noi rispondiamo che, molto più probabilmente, i giapponesi si integrano, fin troppo bene, con popoli che non hanno quelle caratteristiche. Ci chiediamo infatti come facciano gli italiani anche solo a parlare, ad esempio, di puntualità. La scrittura ideografica costringe a studi faticosissimi che durano anni, è vero, e ciò permetterebbe alla società un controllo molto sottile sulla cultura dei suoi cittadini? Anche se la scuola dell'obbligo non insegna a leggere testi scientifici di una certa rilevanza, per nessuno è facile leggere un libro che parli di argomenti che non conosce. Un giapponese di circa 15 anni, con i suoi 2.000 kanji, può leggere quello che legge un suo coetaneo italiano, ammesso che quest'ultimo legga. Ad aiutarlo ad allargare la sua sfera culturale ci pensa il dizionario. Il fatto certo è uno solo: i giapponesi leggono molto più di noi. Durezza, aridità, conformismo, arroganza, razzismo. In poche parole, mancanza assoluta di rapporti umani. Questi sono i giapponesi? Se dovessimo scegliere il popolo più pacifico di questa terra, sceglieremmo i giapponesi. I giapponesi crescono privi di quella morale giudaico-cristiana che tanta influenza ha su noi europei, ma ciò non significa che non abbiano coscienza morale. Il buddhismo, tanto per citare una delle dottrine più seguite, non ha coscienza morale? E la morale poi non è imposizione e non educazione? Non sarà che a livello di libertà di pensiero e di religione (e dalla religione) si sta meglio in Giappone? Il Giappone è un po' la Svizzera dell'Asia: gente ordinata ed efficiente ma un po' inquadrata, che lavora ma non si scanna. I giapponesi sono buoni ed onesti, ma un po' ingenui. Meglio un paese di furbi come l'Italia? Gli italiani sono molto egoisti, se vediamo la cosa dal punto di vista giapponese. La loro grande cultura non potrà mai prendere la strada, giusta o errata che sia, tracciata idealmente dalla cultura occidentale. Il Giappone è fondamentalmente una società tribale, proiettata nel ventesimo secolo. I giapponesi non hanno bisogno della psicoanalisi, perché vivono le loro nevrosi a livello di gruppo. Questo fa di loro degli incivili? I giapponesi non sono dei selvaggi, che poi non si capisce cosa significhi. Sembra che il progresso non si addica al Giappone, che il paese sia alle prese con un progresso che non sa gestire. La crisi ciclica del Giappone si risolve innestando nel ceppo della tradizione il nuovo, ma la radice da cui il paese prende forza rimane sempre la stessa. Ciò assicura una stabilità di fondo. Se è vero che il progresso tecnologico non ha fatto avanzare la civiltà giapponese, non vedo perché questo non valga anche per noi. Dominati, controllati, allevati nel conformismo più assoluto, usati per interessi più grandi di loro. Il singolo in Giappone non è niente e non conta niente. Voi, nella società italiana, quanto contate? In Giappone la diffidenza verso l'immigrato sembra inquietante. E' vero però che una politica d'immigrazione sensata deve tenere conto della necessità di aprirsi al mondo, ma anche delle necessità del paese ospitante, e tra queste l'evitare conflitti. Un immigrato è un ospite, non deve diventare un invasore o un rivale. La multiculturalità è stata ed è tuttora una conquista lenta negli Stati Uniti, che pure sono nati grazie all'immigrazione; figuriamoci in un paese etnicamente omogeneo come il Giappone. E come l'Italia. I giapponesi ci fanno comodo per i loro soldi, niente di più. Noi rappresentiamo per loro la creatività. Questo aspetto è stato ampiamente trascurato nella loro cultura che predilige l' espressione di gruppo più che individuale. Siamo come un negozio pieno di vestiti colorati di tutti i tipi, fogge e misure, basta scegliere ciò che serve e prenderselo. Ma non ci trattano certo come uno straccio, proprio in virtù della loro cultura. Se è vero che siamo così creativi, dovremmo cominciare a vivere di conseguenza. Il popolo giapponese, negli ultimi secoli, ha viaggiato e, viaggiando, ha scoperto che c'è dell'altro, oltre il mare, da cui non bisogna necessariamente fuggire. Che ne è della proverbiale voglia di navigare e scoprire degli italiani? Affidiamoci alle osservazioni di Giuseppe Turani, estrapolate dal suo libro "Il miracolo economico mondiale", per avere un'idea di quanto ci stiamo perdendo:
I giovani hanno la sensazione di vivere in una società noiosa, povera, quasi senza orizzonti, in cui non succede niente di veramente entusiasmante. C'è la sensazione diffusa di essere finiti su un binario morto. Più che una società, questa sembra uno stagno, piccolo e con l'acqua molto inquinata. La miseria della realtà italiana si misura quando si fanno dei confronti. Veramente, per certi aspetti, siamo ancora una sorta di paese a socialismo reale, burocratico, privo di slanci, privo di inventiva, sempre spaventato di fronte al nuovo. Ha ragione l'ex ministro delle Finanze di Silvio Berlusconi, Giulio Tremonti: che senso ha, alle soglie del 2000, detassare l'acquisto di motorini? Non sarebbe più serio detassare i computer, i corsi di inglese, l'iscrizione a facoltà scientifiche, la ricerca avanzata? Come aveva ragione, su questo almeno, l'ex ministro degli Esteri Gianni De Michelis quando proponeva, negli anni '80, di organizzare corsi di massa per insegnare ai giovani ad usare i computer. "Non so a che cosa potrà servire tutto questo, ma so che servirà". Non si sbagliava.
Ma sembra quasi impossibile per la società italiana fare qualche passo in avanti, spingersi un pò più in là della pura quotidianità. Non si vedono in giro progetti di un certo respiro, di una certa modernità. Avremmo, da vendere, qualcosa di meglio di qualche maglietta o di qualche paio di scarpe. L'Italia ufficiale è sempre pronta a dividersi sulle sciocchezze, ma mai a confrontarsi seriamente su qualcosa che è avanti a noi. Si ha la sensazione di un paese che ha rinunciato a capire che nel resto del mondo sta accadendo di tutto. E' un po' come se l'Italia si fosse chiusa dentro il guscio delle sue piccole miserie e poi trascorresse le giornate guardando e riguardando queste miserie, del tutto inconsapevole che fuori tutto sta cambiando. E che noi, forse, in questo fuori, in questo nuovo, abbiamo qualche buona carta da giocare. Viviamo, in un certo senso, come se il mondo fosse finito, come se tutto il meglio possibile fosse alle nostre spalle e come se davanti a noi ci fosse solo una versione ridotta, più modesta, di anni che sono stati migliori, ma che, purtroppo, sono già passati e che non torneranno mai più. Se c'è un paradiso su questa Terra, ci siamo stati e ci hanno mandati via. E' una cosa assolutamente incredibile. Mai il mondo è stato così in movimento e pieno di novità. Mai si è verificata un'occasione così grande, così ricca di promesse per tutti. E mai, qui in Italia, si è respirata un'aria rassegnata, stanca, sfiduciata, come adesso. Sembra quasi che noi si viva non su questo pianeta, ma in una sorta di universo parallelo. Un universo dove tutto è stato già consumato. Tutti quelli che tornano dalla Cina riferiscono dell'incredibile voglia di fare, di denaro, di novità che c'è in quel lontano Paese. L'Italia invece, sembra l'unico punto del pianeta in cui la vita si è fermata, in cui i sogni sono stati dimenticati, e in cui tutti tirano avanti, convinti che dietro l'angolo non ci sia proprio niente di interessante. Siamo qui, in un certo senso, prigionieri del vecchio, prigionieri della nostra storia, incapaci di vedere le nuove frontiere, incapaci di capire che fuori dallo stagno c'è tutto un mondo nel quale c'è posto anche per noi. Ma sembra che la cosa difficile per noi italiani, sia proprio questa: capire che al di là dello stagno, fuori, le cose si stanno muovendo. Capire che il mondo è entrato in una fase positiva e interessante non sarebbe difficile. Basterebbe leggere i giornali e le riviste straniere, andare a qualche convegno, parlare ogni tanto con qualche scienzato o con qualche imprenditore, riflettere su quello che sta accadendo intorno a noi. Solo che qui del futuro, del cambiamento, si parla pochissimo, quasi niente. Curiosamente, sono le minoranze i più attenti a queste cose, al nuovo che cresce nel mondo. Forse è perché le minoranze sanno di contare poco nel presente, e quindi guardano avanti. Ma forse è anche perché le minoranze sono più intelligenti delle maggioranze.
|
Senza essere così pessimisti come Turani, non è difficile capire che l'intelligenza nel nostro paese non è una merce apprezzata. Noi italiani, in fondo, ci riteniamo i migliori e sfottiamo il mondo. Che però va avanti allegramente, senza di noi. Vittorio Zucconi, nel suo libro "Il Giappone tra noi" afferma:
|
Il Giappone mi aveva dato la prima di una serie di lezioni: mio caro italiano un po' fesso che credi di sapere tutto, quello che sai non serve e quello che ti serve non lo sai.
|
Gli italiani sono i primi a fare le cose imputate ai giapponesi, ammesso che loro le facciano. Gli italiani conservano tanti pregiudizi e tanta mal riposta superbia, convinti come sono di saper vivere solo perché sanno preparare gli spaghetti, e di vivere nel bello solo perché hanno qualche palazzo antico più degli altri. Alla fine succede che passano un quarto della loro vita in coda, lavorano e si stressano più di tutti e oltre tutto sono i meno pagati. L'Italia è il paese europeo in cui si consuma più eroina, così come l'ecstasy è in continua crescita. Siamo, in Europa, i più insoddisfatti verso il proprio paese. I nostri bambini sono i più obesi. Non sarà che il bel vivere italiano è ormai un ricordo? Qui tutto dorme, scriveva Madame de Stael sull'Italia. Non è mai troppo tardi per svegliarsi. Il mondo è la patria del mondo, scriveva invece nel 1382 un notabile giapponese ad un imperatore cinese. Il Giappone non è un paese incomprensibile, è semplicemente un paese sconosciuto. A noi scoprire qual è il paese anormale.
Il parere dei lettori
Questo articolo era ciò di cui avevo bisogno. Vivendo in Giappone sento continuamente da parte degli italiani cose del tipo: "E' un paese pieno di contraddizioni... non durerà ancora molto... è tutto sbagliato...". Sinceramente ben pochi sono i connazionali pronti ad aprirsi all'altro e all'altrove. Perché comporta la distruzione di ciò che pensiamo d'essere. Per quel che mi riguarda, abitare in Giappone è un'occasione speciale per mettermi completamente in discussione. Rispetto le opinioni altrui, ma sono sinceramente stanco di sentir sempre lo stesso disco. Tante grazie per la ventata di aria fresca. (Matteo)
Davvero è duro da leggere questo editoriale. Scorrerlo mi ha fatto anche un po' male. Ma siamo davvero tutti così? Ho avuto la fortuna di conoscere altre realtà e la conclusione è purtroppo quella descritta da voi. L'Italia è una provincia. Una provincia volgare e capace solo di autoadularsi. La creatività italiana è solo un affare da bottegai. Più di molti altri paesi, l'Italia è uniformata e chiusa in una mentalità volgare e anche consunta. La colpa, come al solito, è addebitata ai governanti e ai loro ricchi vassalli. Sarà anche vero, ma non sono che uno specchio di una società che, anche guardando ciò che era in passato, può, anzi deve, darsi una svegliata e uscire dal proprio torpore e dalla propria ignoranza. (Francesco Forti)
Ammetto, a malincuore, che l'editoriale contiene molte verità, ad esempio tutto il discorso sulla superbia italiana, che in fondo è poi la chiave di tutto, del nostro atteggiamento non solo nei confronti del Giappone ma anche del resto del mondo. Però stiamo attenti a non cadere nell'errore opposto, cioè stiamo attenti a non essere così ingenui da dire che gli italiani sono quasi tutti superbi - anche se la cosa purtroppo mi trova d'accordo - e i giapponesi sono tutti capaci di assimilare in modo naturale e di apprezzare le culture straniere. Da quando vivo a Tokyo mi è stato chiesto più volte se l'Italia è in Africa e se la nostra lingua ufficiale è l'inglese, solo per fare un esempio. Per quanto riguarda le città, che obiettivamente a un occhio italiano - ma non solo - non possono che apparire brutte appena ci arriva - salvo poi scoprire la loro bellezza nascosta solo vivendoci - va bene che è sbagliato dare giudizi, ma allora non diamone neanche su quelle italiane, che sono sporche, piene di stucchi, etc., ma sono sempre città. Sono due modi diversi di rapportarsi all'ambiente che ci circonda e nessuno dei due è migliore dell'altro. Di stereotipi ce ne sono e ce ne saranno sempre, in Italia come in Giappone. E alcuni, a me odiosi fino a poco tempo fa, riflettono in effetti la realtà. E' giusto dire che la formalità non è un'assenza di sentimenti, ma solo una forma di educazione che regola i rapporti non nella loro intensità ma nella loro modalità, è altrettanto giusto dire che, vivendo qui, ogni tanto viene da pensare che arrabbiarsi qualche volta rende i problemi più risolvibili e probabilmente fa anche bene. E' una questione di punti di vista e niente di più. In mezzo a un popolo che non si tocca, per un italiano - ma non solo - abituato a baciare chi incontra, può essere veramente dura. E questo non vuol dire che i giapponesi non si vogliano bene, solo che sono diversi dagli italiani. Anche in Giappone ci sono tanti pregiudizi nei confronti degli italiani, alcuni che rispecchiano la realtà, pur distorcendola in qualche modo in quanto pregiudizi, altri meno, altri anche offensivi. Concludo dicendo che i giapponesi amano l'Italia dell'arte e del buon cibo, come noi amiamo il Giappone delle geisha e dei samurai, cioè solo una parte, perché l'amore - e io amo il Giappone - è cieco. (Alice Massa)
|
L'editoriale voleva essere uno stimolo forte, anche esagerato, viste le cialtronerie che si dicono in Italia sul Giappone. E parlo anche dei media, non solo dell'uomo della strada. Doveva servire a far ragionare. I difetti stanno da entrambe le parti. Io, però, credo che noi, come italiani, dobbiamo riconoscere i nostri prima di criticare quelli altrui. Dire che ogni tanto in Giappone dovrebbero arrabbiarsi non ti fa pensare che in Italia ci si arrabbia troppo? (Massimiliano Crippa)
|
Non mi piace che si pensi al Giappone come ad un paese ideale, perché non lo è. Ha tanti difetti - la pena di morte, i giovani che si suicidano, le discriminazioni di cui nessuno vuole parlare, etc. - e sono tutti difetti che lo rendono umano, reale. Che poi i media italiani dicano una serie infinita di cialtronerie è vero, sono dettate dall'ignoranza e fanno arrabbiare anche me, ma è una situazione comune a tutti, anche i programmi giapponesi sull'Italia parlano di un Italia che non esiste. Comunque è sacrosanto che, prima di criticare i difetti degli altri, bisogna conoscere i propri, e io non nego i difetti dell'Italia, degli italiani e miei. Dico solo che non siamo gli unici. (Alice Massa)
|
Il Giappone non è un paese ideale, ma quale lo è? Il mio suggerimento è di ispirarsi ai comportamenti meritevoli, piuttosto che deridere i difetti altrui. (Massimiliano Crippa)
|
Ho trovato davvero interessante e ammirevole il tuo editoriale, un intervento castigatore nei confronti dei tanti ignoranti locali che parlano del Giappone (e non solo) per sentito dire, per adattarsi a un pregiudizio. Mentre leggevo, pensavo alla volta che ho proposto a un cineforum di vedere un film giapponese e uno dei presenti mi ha risposto che non voleva vederlo perché non gradiva particolarmente il modo di pensare dei nipponici. Anche a me piace poco del modo di fare di molti americani, ma non generalizzo e non per questo smetterò di andare al cinema a vedere i film hollywoodiani o chiuderò con i romanzi di Terry Brooks. Indubbiamente, mi piacerebbe che alcuni aspetti della cultura nipponica fossero trapiantati nella nostra, dallo spirito di squadra alla capacità di fare sistema, dalla serenità del confronto al rispetto altrui, senza scordare la sua particolare cura verso le piccole cose. Ma forse rischieremmo di perdere un po' di noi e non riusciremmo a far fruttare come vorremmo il loro modello. La cosa è reciproca, ovviamente. Io sono sicuro che i giapponesi, pur parlando male di noi, ci invidiano qualcosa ed è normale che sia così. L'Italia, dal canto suo, è un paese che ancora riserva numerosi pregiudizi verso il Giappone, ma credo che la situazione sia notevolmente cambiata negli ultimi anni. Sempre più spesso si ammirano i giapponesi dello sport, della musica, del fumetto, del cinema, della letteratura, della cucina, della tecnologia (pensiamo alle auto giapponesi). Quell'aria di diffidenza sta pian piano svaporando, magari non lo sarà mai del tutto, ma è già un segnale rassicurante. E poi anche noi stiamo cambiando. Gli italiani sono molto critici verso se stessi, hanno voglia di viaggiare, conoscere ma anche migliorare il loro paese. Hanno voglia di far sentire il loro contributo, la loro presenza e di essere all'altezza degli altri paesi sviluppati, segno che non è sempre vero che snobbiamo gli altri popoli, ma che a volte siamo alquanto bravi a sottovalutarci. Il Giappone è un paese che mi affascina, ma che critico apertamente laddove vada contro la mia morale. Con questo non voglio dire che la cultura occidentale sia superiore come ha detto qualcuno, forse Italia e Giappone sono solo due modi opposti di vivere lo stesso sistema, senza dimenticare che hanno anche molti punti in comune. (Alessandro Del Gaudio)
|
Ora che vivo in Giappone e ho imparato un po' la lingua, conosco meglio i giapponesi e mi convinco ogni giorno di più che siamo molto simili e che abbiamo in Italia una serie infinita di stereotipi, sia positivi che negativi, anche molto sottili. Ho imparato quindi anche tanto sugli italiani, rivalutandoli in alcuni casi, vergognandomene in altri. Ho ancora tante cose da scoprire e ne sono molto contento. Condivido le tue idee in merito a questo paese e all'Italia. Interessante l'articolo sull'istruzione e l'uso della calcolatrice. La mia impressione sulla scuola giapponese è in evoluzione, non ne so abbastanza, tuttavia sono rimasto impressionato da alcune lezioni che ho visto in televisione, forse scelte tra le migliori, ma da cui appariva chiaro un diverso metodo di insegnamento, che proponeva esperienze pratiche e ragionamenti mai fatti né sentiti nelle scuole che ho fatto io, o fatti in modo nettamente differente. Per esempio, nel tuo articolo si parla della matematica e vi si cita un'opinione in cui la matematica, si dice, non è il calcolo, ma il ragionamento. Dopo anni di scuola me ne resi conto solo a 18 anni quando lessi un libro di matematica scritto in maniera così chiara e sublime (guardacaso senza calcoli, ma con ragionamenti del tipo "perché la somma di due numeri pari è pari?") che mi fa pienamente condividere questa opinione e pensare che si parla sempre a sproposito, bene e male, sia dell'Italia che del Giappone. Voglio raccontarti un altro episodio su questo paese, che riguarda il famigerato razzismo giapponese. Personalmente non ho vissuto alcun espisodio di razzismo. Ho vissuto espisodi di commessi ed impiegati che non volevano svolgere il servizio perché usciva dai loro canoni di lavoro, ma non perché ero occidentale. Quando io sono rientrato nei binari, tutto è andato bene. Mi è bastato conoscere le regole e andare preparato. Forse si può accusare i giapponesi di essere poco elastici, ma ho l'impressione che abbiano le mani legate (o non abbiano voglia di assumersi responsabilità). Ma questo genere di atteggiamento, l'esitare di fronte ad una richiesta fuori dai canoni, non prendere iniziative, l'ho visto pure in Italia ed è lì che, in effetti, mi sono fatto il callo ed ho imparato a presentarmi preparato sulle regole di uffici e aziende. Con la differenza che talvolta in Italia anche rispettando le regole, non si fanno progressi perché l'iniziativa personale prende anche troppo il sopravvento e non bisogna più solo soddisfare le regole generali, ma anche le regole dei singoli, che si pongono al di sopra del loro ambiente di lavoro. Mentre in Giappone ho riscontrato che se si dà quanto viene richiesto, si ottiene ciò che si desidera. Il lato positivo della scarsa iniziativa dei singoli forse, ma a me sembra semplicemente che ci sia meno follia e anarchia. Non sono così ingenuo da credere che non incontrerò mai un imbecille che mi umilierà o mi insulterà, ma non è certo un dramma. Ho letto spesso che questo è un paese che non ama gli stranieri, ho letto di episodi sgradevoli e poco edificanti. Ma la media del comportamento dei giapponesi verso gli stranieri mi sembra ottima. Ma allora, dico io, chi è veramente razzista qui? Direi che è un paese che accetta gli stranieri ma a certe regole, che sono riassumibili con un po' di semplicismo in "Se ti comporterai da giapponese, andrà tutto bene". Ogni società è protezionista a modo suo, e la tutela del gruppo si manifesta in molti modi e a molti livelli, ma nel contempo ogni società umana accoglie volentieri un nuovo membro se lo vede come alleato. E' comprensibile da dove scaturisca negli stranieri il senso di non essere accettati dai giapponesi. Essere spagnoli o americani o indiani, ad esempio, significa un certo modo di pensare e di vivere, valido, malvagio o innocuo che sia. Talvolta mi scopro a dire "Questa cosa la faccio così, perché ho imparato a farla così, in Italia si fa così". Allora la mia consorte giapponese mi taglia le gambe dicendo: "Qui siamo in Giappone". Logia ineccepibile. Allora provo a fare la stessa cosa alla giapponese e funziona altrettanto bene, a volte un po' meglio, a volte un po' peggio, a volte con risultati semplicemente diversi. Allora penso che se mi ostinassi a fare le cose alla mia maniera forse dopo un po' andrei in giro a dire "In Giappone non capiscono come si lavora e si vive, le cose buone del mondo non le accolgono volentieri e, se le accolgono, le copiano senza capirle; causa di ciò dev'essere che non gli piaccio io evidentemente e forse tutti gli stranieri in genere, infatti ben ricodo quella volta in cui mi hanno trattato male". E dimentico tutte le altre in cui sono stato trattato da signore! Insomma della mia personale incapacità di adattamento non ho colpa, la colpa sta nelle persone là fuori. Aberrante, ma frequente: è facilissimo discolparsi. Per carità, tante cose che uno ha imparato nella vita costituiscono il proprio bagaglio culturale, non solo dovrebbero continuare a esistere, ma dovrebbero anche essere divulgate a terzi: imparare fa bene a tutti. Ma per quanto mi riguarda, l'appendimento non si è fermato una volta approdati in Giappone, tutto quello che ho imparato può essere integrato da modi nuovi, che possono affiancarsi o anche sostituirsi ai modi precedenti. Un simile adattamento lo si fa sempre quando si cambia lavoro, si cambia compagnia di amici o città, ma la transizione è molto più semplice e spesso non ci si accorge di nulla, grazie al fatto che non ci sono problemi linguistici. In Giappone, la transizione verso un comportamento più giapponese - ma, si noti, che con esso non intendo dire "meno italiano" - richiede un certo impegno, ma poi diventa parte di noi, cessa di essere una cosa estranea. Non si cessa di essere noi stessi perché ciò è impossibile, ma si diventa qualcosa di nuovo. Nel bene e nel male. Assorbiamo nuovi modi di vivere ed atteggiamenti che ci fanno evolvere in una nuova direzione. Se siamo disposti a questo cambiamento, cresceremo noi innanzitutto - e questo è già di per sé una cosa preziosa - e, come conseguenza, avremo anche dei vantaggi sul piano sociale. Altrimenti dovremo vivere circondati da un guscio, al cui interno potremo vivere come ci pare, magari anche molto bene. Ma un guscio simile deforma, come gli acquari a bolla dei pesci rossi, ciò che vediamo e quindi ciò che capiamo del mondo esterno. (Dario)
|
Il Giappone appare a molti un qualcosa di inclassificabile, sconosciuto, a tratti totalmente incomprensibile, abitato da curiosi esseri nani e sorridenti. Il Giappone non è terra facile per nessuno e forse non lo sarà mai, neanche per i giapponesi; come del resto non lo sarà mai l'Italia, né per i giapponesi né tantomeno per gli italiani. Ma la cosa curiosa è che i due paesi in qualche modo tendono ad assomigliarsi, ed è per questo che esiste - anche se spesso molto subliminalmente - un'attrazione reciproca. In Giappone il senso della famiglia è molto valutato, il legame con la madre è garantito dal totale rilascio del padre. E' un paese continuamente eccitato da e assetato di influenze culturali esterne, non solo occidentali, ma paradossalmente chiuso quando il rapporto si fa più intimo, un luogo in cui lo straniero dalla pelle bianca ha poche chance di entrare a far parte dei club più esclusivi, dove un asiatico qualunque - perchè i giapponesi non si sentono propriamente asiatici - è più o meno un senzatetto redento, dove il patriottismo possiede ancora una valenza da non sottovalutare, dove il clientelismo e il nepotismo hanno sempre posseduto il pensiero sociale, dove anche un ortodosso tedesco sembra un napoletano in vacanza a Disneyland - senza nulla togliere o aggiungere ai napoletani - dove un italiano è considerato un perdigiorno perennemente allupato sempre pronto a derubare le tasche di chiunque gli capiti sotto, dove Venezia è più un parcogiochi, dove il gelato italiano si mangi a solo a Piazza di Spagna, dove la Cappella Sistina serva solo ad una foto ricordo, dove ciò che è antico porta sfiga e dove il denaro è più importante del tuo invisibile spirito. Così, improvvisamente, il Giappone diventa un sosia eterozigote del paese geomanticamente e geograficamente antipode ad esso: l'Italia. Come a ricordarci che i poli opposti, spesso e volentieri, finiscono per assomigliarsi e inglobarsi. Questo per dire che dei luoghi comuni sia sul Giappone che sull'Italia se ne potrebbe fare un oceano di pensieri, vasto e senza orizzonte. Ma è anche vero che la cultura italiana, sotto molti aspetti, ha difficoltà ad accogliere il "diverso" e ancora più problemi ad accogliere lo sconosciuto. E sarà così ancora per molto tempo. L'Italia si rassegna alla sua senilità storicizzata, alle sue mammelle raggrinzite che troppa prole ha dovuto sfamare e che l'hanno impregnata di mediterraneo charme. Il Giappone gioca ancora alla vergine che non si vuol dare, ed ogni notte si cambia d'abito specchiandosi nella propria giovinezza. Due paesi, due punti vista, due realtà conviventi sullo stesso globo, due equilibri, due geni diversi che insieme stanno trovando un punto d'incontro. (Yri Abe)
|
A me l'editoriale è piaciuto molto, anche se mi sembra più un bell'esercizio di una peculiarità tutta nostra, ovvero l'abbellimento di luoghi comuni, nello specifico quello che ci racconta di come l'Italia e i suoi abitanti siano il fanalino di coda quasi in tutto. Noi siamo i migliori o i peggiori, non siamo mai semplicemente noi. In tutto l'editoriale sembriamo uno dei popoli più spocchiosi e chiusi alla diversità. Assolutamente incapaci di autocritica. Certo, i cugini transalpini ci possono insegnare molto da questo punto di vista, quasi quanto la vecchia albione o gli apertissimi tedeschi. Gli americani poi si mettono continuamente in discussione a Hollywood, tanto sanno che è fiction. A me quello che non piace dell'Italia invece è proprio questo masochismo di fondo per il quale ci sentiamo migliori singolarmente (magari proprio perché italiani) e poi non perdiamo occasione per autodenigrarci come comunità. Andrò in Giappone presto, e sinceramente non vedo l'ora, forse sono tra quei tre o quattro italiani curiosi e aperti che ritengono che avere tanto da imparare non significa necessariamente non avere nulla da insegnare. Come al solito scivolo nella polemica, difetto italianissimo, mentre in realtà volevo ringraziare l'autore per gli spunti e perché il sito trasuda passione e competenza, una vera fortuna per me averlo trovato in tempo. Grazie, davvero. (Riccardo Rovinetti)
|
Al di là delle (forse) esagerazioni scritte per passione, non vedo luoghi comuni nel mio scritto, ma confronti internazionali che non mi sono certo inventato. Tali confronti devono servire a migliorarsi, a prendere ispirazione da chi ha fatto di più. Noi, invece, facciamo fatica ad accettare le critiche. Preferiamo estendere le accuse anche ad altri popoli, che è poi un'ammissione della nostra "colpevolezza", piuttosto che controbattere alle accuse con i fatti. Guarda caso, i popoli citati sembrano essere proprio tra i più "aperti" alle altre culture, per i motivi più disparati. A volte pensiamo, come i giapponesi, che arrivare secondi sia un fallimento. Soprattutto nel calcio. Poi, negli altri campi, ce ne freghiamo anche se arriviamo trentesimi. Quello di considerarsi superiori o inferiori a qualcuno è un modo di pensare che troverete spesso in Giappone, quindi abituatevi se volete andarci. Forse è vero che siamo migliori singolarmente. Infatti, molti italiani si fanno onore, soprattutto all'estero purtroppo. Come se l'ambiente diverso permettesse a noi italiani di tirare fuori il meglio. Spesso, invece, gli stranieri che vengono in Italia anche solo per una vacanza vengono accusati di "imbarbarirsi". Che sia colpa dell'ambiente Italia? Sul fatto che abbiamo qualcosa da insegnare agli altri non c'è dubbio, serve solo un equilibrio tra voglia di insegnare e voglia di imparare. (Massimiliano Crippa)
|
Vedo che sei veramente molto legato a questo paese, come se per te rappresentasse una seconda pelle. E' indubbio che varie cose inesatte o veri e propri strafalcioni siano stati scritti a riguardo del Giappone dalla stampa italiana e non solo. Stereotipi di bassa lega, banalità ed esagerazioni si trovano spesso. Non voglio fare il difensore d'ufficio degli italiani, ma ritengo che sparare a zero su tutto ciò che rappresenta l'Italia e banalizzare come hai fatto tu la figura dell'italiano sia un po' riduttivo. Quando parli dell'episodio della sciagura della scuola emiliana come se parlassi di cioccolatini o di figurine mi fai proprio alterare. Non capisco cosa vuoi dimostrare con quell'esempio! Quei due giapponesi, nel loro paese, quel giorno, fecero una scelta ammirevole. Bravi! Ma un episodio non può dimostrare niente! Tu fai del controllo della mente e di un sistema sociale basato sul servilismo verso il proprio superiore e cortesia di pura facciata un modello vincente, da ammirare. Ma allora è da ammirare anche il fatto che in Giappone durante la Seconda Guerra Mondiale non ci sia stato nemmeno un piccolo movimento di resistenza al fascismo? Io non ammirerei molto un paese così, ma dato che c'è (ancora) la libertà di pensiero ogni opinione va rispettata. In Italia mi sembra che nel 1945 valorosi uomini e donne siano morte per difendere la libertà e la democrazia! Io ammiro loro! Sono i miei italiani ideali. Gli altri - cialtroni, razzisti, conigli, fascisti, della banda del... (lasciamo perdere) - sono gentucola di basso profilo, non degni di essere chiamati italiani. Il giapponese medio non sa cosa voglia dire libertà. Dopo il 1945 il Giappone sarebbe potuto diventare uno stato libero se solo gli Stati Uniti fossero andati avanti nel loro progetto di abbattimento della cultura reazionaria che c'era nel paese. Ma sappiamo tutti che poi, dato il pericolo comunista, gli americani fecero frettolosamente dietro front. Per questo, quando viene in Europa o in Italia (che, intendiamoci, con la Legge Bossi-Fini non è un esempio di pura democrazia) cerca di rimanerci a tutti i costi, perché finalmente inizia a capire che qualcosa in Giappone gli mancava. Una piccola cosa chiamata libertà. In Giappone, se sei straniero, non puoi nemmeno andare in biblioteca a studiare se non hai il gaikokujin tourokushou (equivalente al nostro permesso di soggiorno, ndr). Non basta il passaporto. Quando fai una ricerca e devi fotocopiare qualcosa devi indicare il numero delle pagine fotocopiate, porre la tua firma e scrivere l'indirizzo dove abiti. I giapponesi studiano!? Leggono più di noi!? Probabile. Ma che cosa leggono? Una marea d'immondizia! A scuola hanno dei libri di testo di storia ridicoli. La maggior parte dei giapponesi odia la storia moderna perché non la conosce. E perché quella poca che è stata loro insegnata è ricca di aspetti nozionistici. In classe non c'è mai un confronto verbale tra insegnante e studente. I giapponesi poi si chiedono come mai tutte le popolazioni asiatiche (che hanno invaso) abbiano un forte odio nei loro confronti. In Giappone si hanno suicidi di massa, suicidi a scuola, perché il sistema scolastico "democratico" fa delle persone che non arrivano a certi risultati (già a 16 anni) una nullità. Il sistema "democratico" emargina e autopunisce l'elemento debole che non è in grado di servire il sistema Giappone. Poi sai benissimo che se frequenti una scuola di basso livello alle elementari poi anche alle medie frequenterai una scuola di pari livello e così alle superiori e all'università. Il tuo percorso è segnato! In Italia no. Per il momento! Accettiamo il Giappone nei suoi svariati aspetti, belli e brutti, ed impariamo a non sputare sulla terra dove siamo nati, terra di gente stravagante, poeti, ladri, scrittori, arrivisti, politici mafiosi, gente comune, che in fondo mi fa sorridere. (Anonimo)
|
Se ti sembra che io abbia sparato a zero sull'Italia, volevo farti notare che tu hai fatto lo stesso, se non peggio, con il Giappone. Proprio nel commento precedente scrivevo che, invece di provare a smentire l'accusa, si preferisce far notare la manchevolezza dell'altro. Peccato che noi viviamo in Italia e dire che il Giappone non è migliore di noi non ci aiuta a vivere meglio, ma solo a sopravvivere meglio. Inoltre, avresti dovuto dire che ciò che ho criticato non rappresenta veramente l'Italia, perché se la rappresenta vuol dire che ho colto nel segno. Senza contare che quando muovo certe critiche non sono certo una voce nel deserto, e che molti sono personaggi sicuramente più autorevoli di me. Lungi da me trattare una tragedia con poca umanità. Se ti sei alterato, prova ad immaginare quanto si siano alterati i parenti delle vittime. Ritengo che quell'episodio non sia un caso isolato, altri episodi di... - non so nemmeno che parola scegliere. Inciviltà? Mancanza di spirito di sacrificio? - stiano diventando molto comuni, vedi pirati della strada che scappano senza prestare soccorso o, a livello più alto, insabbiamento delle grandi stragi come Ustica. Senza contare che spesso questi episodi non hanno omologhi in altri paesi, vedi il lancio di sassi dai cavalcavia: ti risulta che sia successo in altri luoghi? La tua descrizione del sistema sociale giapponese è sicuramente più riduttiva della mia descrizione dell'Italia. Il tuo riferimento ai fatti pur tragici dell'ultima guerra fa sorridere un po', come quando si cita l'Impero Romano per parlar bene dell'Italia. Perché nessuno si sognerebbe di attribuire ai giapponesi di oggi le colpe dei loro antenati. A meno che tu non voglia dire che i giapponesi non sono cambiati. Libero di farlo, ma dovresti poi dimostrarlo. Ti faccio notare, però, che il tuo ideale di italiano è appunto un ideale, cioè un qualcosa a cui aspirare quando davanti agli occhi hai una situazione ben diversa. Troppo facile dire che le persone che non rientrano nel tuo ideale non rappresentano l'Italia. Quante sono? Poche? Io non credo. Il tema libertà e democrazia, se lo ritieni così fondamentale, non dovresti liquidarlo con poche frasi fatte. Il tuo sembra un discorso da colonialista. Il povero e incivile giapponese che vede l'Europa - ma l'Italia un po' meno, per tua stessa ammissione - culla delle libertà. Persino gli Stati Uniti sono meglio? Peccato che poi noi stessi li accusiamo di essere il ricettacolo di tutti i mali del mondo. Io non vedo tutti questi giapponesi che premono alle nostre frontiere. I residenti giapponesi in Italia sono pochissimi. Anche mia moglie è giapponese e i motivi per cui è venuta in Italia sono piuttosto banali, non lo ha fatto certo per scappare da una dittatura. Anzi, non perde occasione per rimarcare i tanti difetti che ha trovato qui e che certo prima non si immaginava. Perché la nostra fortuna è che l'immagine che hanno i giapponesi dell'Italia è ancora tutta rose e fiori. Per quanto ancora non lo so. Comunque dovresti separare giapponesi e stranieri quando parli di libertà, altrimenti ingeneri confusione. Sul permesso di soggiorno, ti faccio notare che esiste anche in Italia, mentre la carta d'identità non esiste in Giappone. Anche questo non dimostra niente? Può essere, continuiamo. Cosa ti turba del lasciare l'indirizzo quando fai le fotocopie? Su cosa basi le tue affermazioni su libri, libri di testo, lezioni scolastiche? Io non ho mai assistito ad una lezione in una scola giapponese dell'obbligo, altri l'hanno fatto e la pensano all'opposto di te. Tu che esperienza hai avuto per dare giudizi così netti? Cosa intendi con storia moderna? Il tuo programma di studi delle superiori dove arrivava? Il nostro insegnamento della storia non è nozionistico? Francamente non so se continuare. Su una cosa hai ragione: il Giappone non è per tutti. E non parlo solo di scuola. Si è scelto di favorire i migliori, che qui possono dare il massimo. Giusto? Sbagliato? L'idea è che favorire tutti non si possa, e probabilmente è vero. L'alternativa è aiutare i ritardatari, che è un po' quello che fa l'Italia. La fuga dei cervelli non sarà una conseguenza? (Massimiliano Crippa)
|
L'editoriale è assai bello: dice ciò che è giusto dire sul "Giappone sconosciuto", mettendo in guardia, allo stesso tempo, saggiamente su tutto quello che da questo "dire" un occidentale potrebbe ingiustamente dedurre. Credo che sia proprio questo il giusto significato di "guardare ad est", per conoscere e riflettere. (Anonimo)
|
|
Non difenda il Giappone, perché sarebbe egualmente a torto un giudizio favorevole contro i luoghi comuni ostili a quella civiltà. Il punto è che una cultura non deve giudicare un'altra (sotto la pelle siamo uomini e succede la stessa cosa anche là): comprendere non è emanare giudizi ed il dialogo è possibile soltanto a partire dalla differenza. (Anonimo)
|
Sono appena tornato in Italia dopo una decade vissuta in Giappone. Noi italiani, io per primo, siamo sempre pronti a criticare il nostro paese. L'Italia è senza ombra di dubbio altamente migliorabile, sia come efficienza in molti servizi, sia nella serietà con cui una parte degli italiani svolge le proprie mansioni. Però siamo poi sicuri che questo Giappone che tu dipingi come modello da ammirare e forse imitare ed i suoi cittadini siano così perfetti? Io ho molti amici giapponesi, ho visto le loro case ed ho conosciuto le loro abitudini, e ti posso assicurare che c'è una grande variabilità nella pulizia delle case giapponesi. Nei casi peggiori, ho visto cucine in cui una massaia italiana non si azzarderebbe neanche ad entrare, per la sporcizia. Io ho visto le madri iscrivere al juku (scuola di sostegno, ndr) i loro figli che ancora frequentavano i primi anni delle elementari "perché se non si inizia adesso non si sa se poi riuscirà ad entrare nelle scuole migliori in seguito". Io ho visto i bambini riuniti in gruppo deridere gli stranieri che passano davanti alla loro scuola "Gaijin, gaijin!". Altro che buona educazione! Altro che nazione da imitare! Il Giappone visto dai miei occhi, visto dagli occhi di un gaijin, non si salva dalla definizione di paese altamente razzista. Lo straniero normalmente passa i primi anni di permanenza in Giappone in un misto di compiacimento ed auto-denigrazione, illudendosi che l'aderire alle "regole della vita giapponese" lo salverà da qualsiasi problema in quella società. Ma poi, con il passare degli anni, quando la lingua giapponese diventa più sciolta e si riescono a cogliere i commenti glaciali dei giapponesi, si comincia a capire che la realtà di isolamento del gaijin non cambierà mai. Che uno viva in Giappone cinque anni, o dieci, o venti, nulla cambia: sarà sempre e solo un turista agli occhi della gente. E ai turisti è naturale parlare in inglese. Che non si azzardino a parlare giapponese, se non con gli amici più intimi! Che i giapponesi siano famosi per non voler parlare la loro lingua con i gaijin è cosa ben nota, ma questo li porta a comportamenti aberranti. Mi ricordo di un americano, che aveva vissuto in Giappone per 23 anni e che frequentava la mia stessa palestra. E' venuto a chiedere a me se gli potevo parlare un po' in giapponese, perché i locali ancora non gli parlavano in giapponese, ma solo in inglese! Ben 23 anni di inferno! Altro che gentilezza giapponese! Per non parlare poi degli appartamenti da affittare. Io ho traslocato diverse volte durante tutti gli anni passati in Giappone ed ogni volta la stessa trafila: se non passi attraverso almeno 10 padroni di casa, non ne troverai uno disposto ad affittare ad un gaijin. E a nulla vale far vedere che sei dipendente di una grande azienda. E poi che ridere quei mariti di donne giapponesi, che vivono in Giappone anche 10 anni e non riescono a convincere le mogli a parlare loro in giapponese! Esistono persino siti Web e mailing list di gaijin disperati perché nemmeno le mogli li trattano da esseri umani! La vergogna di una razzismo strisciante, ma di cui nessuno parla. Ovviamente non è vero che tutti i giapponesi siano razzisti, peccato però che ce ne siano talmente tanti da oltrepassare qualunque previsione. I gaijin devono essere spettatori impassibili della vita in Giappone, non possono essere protagonisti. Poi questi simpaticoni vengono in Italia, ed allora tutti amici, parliamo tutti italiano, l'Italia è bella. etc. Mentre in Giappone uno neanche può andare ad un corso di nuoto, perché le signore che frequentano la stessa piscina si lamentano con l'istruttore che "c'è un bianco nella piscina! Che schifo!". Per concludere, io penso che non dovremmo affrettare giudizi positivi o negativi sull'Italia. Il nostro paese non ti obbliga a lavorare 12 ore al giorno e a salire tutti i giorni per due ore o più sui treni. Nel nostro paese nessuno si arrabbia con gli stranieri se parlano italiano, né le mogli italiane di mariti stranieri si rifiutano di parlare loro in italiano! Il nostro paese ha invece una importante missione da compiere: quella di far capire che non basta lavorare di più o produrre elettrodomestici o automobili migliori per sentirsi migliori, ma che invece quello che conta è la dignità umana. (Marco)
|
Rispondo insieme agli ultimi due lettori. E' vero, i luoghi comuni sono sia positivi che negativi. E nei luoghi comuni ci cadiamo sia noi che loro. Lo scopo delle critiche esagerate all'Italia e delle lodi altrettanto esagerate al Giappone era far capire quanto sia scocciante l'atteggiamento che gli italiani hanno nei confronti del Giappone. Sicuramente ci farà effetto che qualcuno pensi all'essere "bianco" come una cosa "schifosa", ma l'Occidente ha avuto verso il resto del mondo lo stesso atteggiamento per molti secoli e non ha perso il vizio nemmeno oggi. Inoltre critichiamo, ma non vogliamo essere criticati? Non va bene. Ma il punto su cui io pongo l'attenzione è un altro: guardiamo agli aspetti positivi e cerchiamo di importarli nella nostra realtà. Sul resto si potrebbe discutere all'infinito, cadendo spesso nei casi personali e nelle provocazioni (come quella dell'aereo precipitato sulla scuola). Ad esempio, io sono stato in piscine e onsen di varie città del Giappone, anche piccole, e nessuno ha avuto nemmeno una parola da ridire sul colore della mia pelle. Riguardo all'affittare casa a stranieri, pensi che in Italia sia meglio? Ma se spesso noi non vogliamo affittare nemmeno agli italiani, per il pericolo di non riuscire più a sfrattarli! Senza contare che, anche tra gli italiani che affittano a stranieri (in particolare parlo di giapponesi), la maggior parte lo fa perché pensa di spennarli per bene e/o perché presto se ne andranno. Sulla dignità umana, direi che sarebbe ora di dare una casa agli italiani terremotati che ancora non l'hanno, come si è fatto in Giappone per terremoti ben più gravi! Non dovremmo affrettare giudizi positivi o negativi nemmeno sul Giappone! (Massimiliano Crippa)
|
Ho letto con interesse l'editoriale e anche le reazioni dei suoi lettori. Devo dire che mi è piaciuto molto, perchè accenna a vizi e virtù sia dell'Italia sia del Giappone. Sono stato molte volte in Giappone e credo di aver visto parecchi dei "difetti" citati da lei e dai lettori che lei, molto giustamente, pubblica. Razzismo, separatismo, forte sensazione di unicità, incomunicabilità, stakanovismo, karoshi. Tuttavia io ho anche visto una grande sensibilità, una grande apertura, un orgoglio commosso per l'interesse di un gaijin sconosciuto per l'arte e i costumi giapponesi. Negli anni mi sono scoperto, più che un ammiratore, un amante del Giappone e della sua gente. Con tutti i suoi vizi e le sue virtù. Paradossalmente, i giapponesi possono insegnare molto attraverso entrambi gli aspetti. Inoltre credo che certi lati "strani" del Giappone possano essere inquadrati solo avendo un "punto di vista giapponese". Come lei ha giustamente notato, loro non hanno un condizionamento cattolico o, più in generale, giudaico-cristiano, oltre ad avere un'etica ed un'estetica assolutamente sui generis. Da cui possono discendere commenti sul "bianco in piscina", ma anche commoventi manifestazioni di amicizia e sensibilità. Io piuttosto che sentire uno straniero parlare italiano in modo imbarazzante, preferisco discorrere con lui in inglese. E' una questione di rispetto, per lui e per la lingua italiana. Un ultimo commento sui bambini che dileggiavano i "gaijin": ciò viene fatto in tutto il mondo, i bambini riescono ad essere talvolta feroci nelle loro manifestazioni. (Milo Del Gobbo)
|
Ho letto l'editoriale e l'ho trovato molto interessante e istruttivo. Vivo in Giappone da talmente tanti anni che nemmeno ricordo precisamente il giorno in cui ho messo piede qui. Da quel giorno, comunque, la mia vita è cambiata drasticamente. Io sono un insegnante di italiano all'Università delle Belle Arti di Aichi e le dico che mi trovo molto bene qui. Ho imparato ad essere educato anche quando non servirebbe, perché un sorriso gratuito ti apre molte più porte di un muso lungo. Ho imparato a non mollare mai, anche se poi non ne sarà valsa la pena, oppure a non gettare cartacce in terra perché il suolo pubblico è di tutti. Ho però avvertito, leggendo l'articolo e sfogliando un po' tutto il sito, una sua voglia a paragonare forse troppo la cultura giapponese a quella italiana. A fare dei distinguo che, a mio modesto parere, risultano un po' superficiali. Non sarò certo io a giudicare il suo lavoro, che comunque trovo ammirevole, ma devo comunque contraddirla e dire che il Giappone che lei descrive non è il Giappone vero. Le città non sono così pulite come le ha viste un suo lettore, i furti nei centri commerciali sono a livelli allarmanti, i suicidi di massa e tra gli adolescenti sono in crescita esponenziale, il bullismo (fenomeno molto più antico di quello italiano), la prostituzione, il gioco d'azzardo e ultimamente gli scandali delle evasioni fiscali e quello immobiliare. Gente che vive alle soglie della povertà, anche questo sarebbe un argomento da affrontare; in un recente documentario ne hanno contati più di 5 milioni. Come dice lei, il Giappone dietro la tecnologia e i grattacieli nasconde ancora immutata la cultura e le tradizioni di un grande popolo, che adesso però si trova in difficoltà. Una difficoltà che nasce nel tessuto sociale, nella incapacità dei politici di guardare avanti. La scuola, la sanità, le pensioni, l'evasione fiscale, oggi come oggi il Giappone si trova ad affrontare problemi nuovi. Problemi che nascono, per lo più, a causa della mancanza di dialogo. I giovani giapponesi vanno via, non vogliono lavorare perché hanno visto lavorare i loro padri e non vogliono diventare come loro, oppure non vogliono arrivare a 65 anni e sentirsi dire dalla ditta che dovranno lavorare altri 5 anni perché la ditta ha ancora bisogno di loro. Lei si chiedeva se i giapponesi siano felici. Io credo di sì, anche perché se il problema dell'Italia sono gli italiani, è altrettanto vero che in Giappone potrebbero vivere solo i giapponesi. Quindi io rinuncerei ai paragoni, perché troverà sempre qualcuno che le dirà che le cose non stanno così come lei le vede e anche perché il sito perde di interesse. Un'ultima cosa. Mi ha fatto molto ridere il suo articolo sullo "stile giapponese", anche perché vivendo qui non sono molto informato sulle tendenze della moda italiana. Sono totalmente d'accordo con lei quando dice che i giapponesi si farebbero delle grasse risate a vedere certe cose. Il tatami invece io non lo trovo affatto geniale, la questione dello spazio ha sempre costretto i giapponesi a vivere in una stanza sola, quindi la chiamerei necessità, che peraltro a me non piace affatto, soprattutto dopo aver visto famiglie anche di quattro persone, rilassarsi, mangiare e addormentarsi sempre nella stessa stanza, nello stesso punto. Avranno anche delle strade pulite, ma in casa lasciano a desiderare. (Luigi)
|
Mi sembra che il suo atteggiamento e il suo carattere siano cambiati in meglio da quando sta in Giappone, o sbaglio? Ha preso coscienza di cose di cui non si sarebbe accorto stando in Italia. Il motivo del paragone forzato con l'Italia è proprio questo, l'ho spiegato in altri interventi, ma lo ribadisco: dare una sveglia agli italiani. Parlando dei difetti degli altri non si va da nessuna parte. Facendo a gara a chi è meno peggio, si finisce per non migliorare mai, si trova sempre qualcuno che sta peggio di noi e ci si consola senza far nulla! Inoltre, non mi sembra che solo i giapponesi possano vivere in Giappone. E non solo perché c'è lei! (Massimiliano Crippa)
|
|
|