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Kodomo, l'anima del bambino
Un'analisi fra pedagogia e letteratura per l'infanzia
di Cristiano Martorella

3 agosto 2004. Ogni tanto fa bene tracciare un riepilogo delle attività. Il Progetto Kaguya ha promosso dal 2000 ad oggi, unica iniziativa del genere in Italia, la letteratura giapponese per l'infanzia e la gioventù. Nel far ciò ci si è avvalsi della struttura della Biblioteca Internazionale per Ragazzi Edmondo De Amicis di Genova, la più grande e prestigiosa istituzione italiana al servizio dei giovani cittadini e della lettura(1). Oltre alla continua stampa di saggi e recensioni sulla rivista "LG Argomenti" del Centro Studi di Letteratura Giovanile, altre pubblicazioni(2) hanno ospitato interventi e approfondimenti con articoli su questioni specifiche. Questo sforzo divulgativo ha fatto emergere anche le motivazioni della difficoltà nel recepire l'insegnamento degli autori giapponesi, ma non l'impossibilità che ciò avvenga. Fra le diverse problematiche vogliamo puntare l'attenzione sulla concezione giapponese del bambino (kodomo) che sembra essere anche fondativa per certi indirizzi della pedagogia. Non siamo gli unici ad aver indicato la diversa concezione del bambino nella cultura giapponese, ma certamente fra quelli che hanno più insistito sul tema. Bruno Munari, designer e autore di favole, ha descritto il Giappone come l'ha colto la sua esperienza: un paradiso per i bambini(3). Munari ha studiato e osservato gli spazi e i giochi offerti ai bambini giapponesi, cogliendone la creatività attraverso la disponibilità e l'apertura mentale del suo genio. Paradossalmente Bruno Munari è perciò più noto in Giappone per le sue opere e libri per i bambini che nel suo paese natio. Basta ricordare il successo della mostra tenuta al Museo d'Arte di Ko'umi (20 giugno-2 settembre 2001) nella prefettura di Nagano. Bruno Munari è conosciuto in Italia come artista e designer, ma quasi ignorato come autore di libri per bambini. Ciò avviene a causa del pregiudizio che avvolge le opere per l'infanzia, considerate appunto infantili e perciò inferiori. Ecco come si rivela un grave pregiudizio che confonde l'anima del bambino, spontanea e semplice, con la stupidità dell'adulto beota. Al contrario, in Giappone si considerano i prodotti per l'infanzia più importanti perché destinati ai piccoli fruitori più sensibili e necessari di cure. Purtroppo l'idea che i libri per bambini siano un prodotto infimo è soltanto italiana. A ciò si aggiunge un altro pregiudizio, ossia che i libri per bambini siano soltanto per bambini. Non c'è idea più sbagliata. Quando la letteratura raggiunge un livello elevato, non è sensato distinguere una tipologia di lettore, infatti la letteratura autentica raggiunge l'universalità e va oltre gli schemi precostituiti. Un libro di successo come Harry Potter può essere una buona lettura per un adulto, e lo è sicuramente se sostituisce le tante riviste scadenti e squallide che intasano le edicole. Ma questo pregiudizio è soltanto uno dei tanti stereotipi che infestano la pedagogia italiana, e nemmeno il peggiore. Ne vedremo altri ben più nocivi.
Piuttosto cerchiamo di capire le caratteristiche culturali che definiscono la diversità concettuale del bambino in Giappone. In Occidente il bambino è concepito come un adulto non compiuto. Il supporto teorico di questa visione è da ritrovarsi nella concezione dello sviluppo lineare, e in particolare nell'elaborazione aristotelica di atto e potenza. In Giappone, e in generale in Oriente, il bambino è concepito come divina scintilla, colui che è più vicino alla spontaneità e quindi al divino. Qui l'influsso teorico proviene dalla filosofia orientale che ritiene ciò che è istintivo come buono, mentre la filosofia occidentale condanna l'irrazionalità (per fortuna Friedrich Nietzsche ha fatto saltare questa pretesa). Come conseguenza la pedagogia occidentale si propone di corrompere la spontaneità del bambino. La pedagogia occidentale ha un'immagine idealizzata del bambino che è troppo irrealistica. Il bambino viene considerato come qualcosa di innocente e pulito che non deve venire in contatto con il mondo per non sporcarsi. Così gli educatori vengono immaginati come protettori piuttosto che come guide alla formazione del bambino. La figura dell'educatore protettore è spaventosa perché protezione è un altro nome della schiavitù. Ricordiamo che gli sfruttatori della prostituzione si chiamano protettori, e chi pratica l'estorsione chiama il suo crimine con il nome di protezione.
Viceversa la pedagogia giapponese ha recepito l'insegnamento di due tradizioni del pensiero orientale, lo shintoismo e il buddhismo. Secondo lo shintoismo la via degli antichi (kodou) si ritrova nel magokoro, il vero cuore, che è lo spirito innato e spontaneo. Concezione espressa anche dal termine "umaretsukitaru mama no kokoro" (candido cuore innato). Questo significa essere come gli dei (kannagara no michi), nell'originale condizione di innocenza dell'uomo.
Secondo il buddhismo, nelle forme giapponesi riformate dello zen e dello hokkeshuu, l'insegnamento non è un insieme di nozioni che si passano dal maestro all'allievo. Il maestro ha lo scopo di risvegliare la capacità critica dell'allievo abbattendo i pregiudizi che impediscono la retta visione del mondo. Quindi il processo interiore di risveglio non può essere operato da un soggetto esterno che ha solo lo scopo di stimolo. Makiguchi Tsunesaburou, il più importante pedagogista giapponese, ha applicato ciò nella sua attività di maestro, e ha indicato nelle sue opere come ciò potesse essere conciliato con la moderna scienza dell'educazione. Ciò viene recepito ampiamente nella letteratura giapponese per ragazzi. L'esempio più evidente è rappresentato dallo scrittore Miyazawa Kenji, fervente buddhista e prolifico autore. Nelle sue opere si esalta la riflessione interiore, la natura e il rapporto con essa, la capacità di superare la fragilità umana quando questa viene riconosciuta e accettata. Insomma, una ripresa del concetto di spontaneità del bambino (kodomo) che viene valorizzata in modo encomiabile. Inoltre appaiono i temi che per la pedagogia occidentale sono tabù, ovvero la morte e la sofferenza.
Ormai sappiamo che la pedagogia occidentale si propone come protettore dei bambini e quindi come censore degli argomenti che turbano l'animo infantile. Questo non avviene con la pedagogia giapponese che è più disponibile nei confronti dei consueti argomenti tabù: sessualità, sofferenza e morte. Riconosciute le caratteristiche più avanzate della pedagogia giapponese, ci si chiede perché non se ne discuta nelle sedi accademiche appropriate, fra gli educatori e gli studiosi italiani. Viceversa è evidente l'ostilità nei confronti di tutti i prodotti giapponesi, dai giochi all'editoria. Lo scopo è chiaro. Mantenere l'Italia in una condizione arretrata attraverso l'ignoranza, così da conservare il potere politico per una élite di sedicenti esperti. La gravità della situazione è evidenziata dagli insulti e dal disprezzo espresso in televisione e sulla carta stampata nei confronti della cultura giapponese. Nei libri Mazinga Nostalgia e Anatomia di Pokémon, il critico d'animazione Marco Pellitteri ha ampiamente documentato questo atteggiamento, segnalando i casi eclatanti delle psicologhe Vera Slepoj e Maria Rita Parsi, sostenitrici del pericolo costituito dai diversi modelli culturali veicolati dai disegni animati giapponesi. La situazione è peggiorata grazie al contributo di discutibili studi sulla cultura giovanile giapponese che raccolgono una serie impressionante di pregiudizi e stereotipi. Un esempio lampante è costituito dal libro La bambola e il robottone che si compiace nell'alimentare la confusione sulla cultura giapponese insistendo sugli stereotipi, ormai consumati e abusati, dell'uomo robot e della studentessa prostituta, senza mai distinguere la fiction dall'indagine sociologica. In opere come queste, i bambini vengono rappresentati come consumatori irretiti dal mercato economico, vittime di un sistema spietato. Ovviamente gli adulti potranno soltanto rivestire il ruolo già visto di protettori. Insomma, si ricade nei soliti schemi concettuali della pedagogia occidentale. Così non appare minimamente la diversità della cultura giapponese che viene soltanto usata come pretesto di polemiche con gli altri settori delle discipline sociali, senza però prendere in considerazione quanto è emerso dalle indagini altrui.
Questa è la situazione che in Italia impedisce una libera discussione sui valori della pedagogia giapponese, ed è per cambiare questo stato di cose che è nato il Progetto Kaguya. Se Kaguya era una principessa splendente delle fiabe, allora la stessa luce illuminerà le menti di chi si appresta a far conoscere il mondo della letteratura giapponese per l'infanzia.

Note

1. La biblioteca ha uno spazio di 2.200 m², 180 posti di lettura e 40.000 volumi. Oltre alle consuete attività permette di svolgere laboratori, conferenze, mostre e altre attività didattiche. Fa parte del sistema bibliotecario del Comune di Genova e collabora con istituti nazionali e internazionali.
2. Ricordiamo soprattutto "Bambini", la rivista per gli insegnanti delle Edizioni Junior.
3. Cfr. Bruno Munari. 1995. Il Castello dei Bambini a Tokyo. Einaudi Ragazzi, Trieste. I media sono sempre pronti ad esaltare le violenze dove i bambini sono vittime, così da cancellare l'esistenza quotidiana propositiva e innocente. In realtà il Giappone è sempre stato un paese dove l'infanzia è vissuta come periodo di libertà e spensieratezza, e dove gli spazi offerti ai bambini sono ampi e confortevoli.

Bibliografia

Andou, Mikio. 2002. Sekai jidoubungaku nooto. Terainku, Yokohama.
Gomarasca, Alessandro (a cura di). 2001. La bambola e il robottone. Culture pop nel Giappone contemporaneo. Einaudi, Torino.
Makiguchi, Tsunesaburou. 2001. L'educazione creativa. La Nuova Italia, Firenze.
Martorella, Cristiano. Le forme della fiaba giapponese. I generi otogibanashi e mukashibanashi, in "LG Argomenti", anno XXXVIII, n. 2, aprile-giugno 2002.
Martorella, Cristiano. Introduzione alla letteratura giapponese per l'infanzia, in "LG Argomenti", anno XXXVII, n. 3, luglio-settembre 2001.
Martorella, Cristiano. La poesia giapponese per bambini, in "LG Argomenti", anno XXXVIII, n. 1, gennaio-marzo 2002.
Martorella, Cristiano. Shiika. Nuove prospettive sulla poesia giapponese per l'infanzia, in "LG Argomenti", anno XXXIX, n. 3, luglio-settembre 2003.
Martorella, Cristiano. A scuola con i Pokémon, in "Bambini", anno XVII, n. 9, novembre 2001.
Miyazawa, Kenji. 1995. Shinkouhon Miyazawa Kenji zenshuu. Chikuma Shobou, Tokyo.
Pellitteri, Marco. 1999. Mazinga Nostalgia. Storia, valori e linguaggi della Goldrake-generation. Castelvecchi, Roma.
Pellitteri, Marco. 2002. Anatomia di Pokémon. Cultura di massa ed estetica dell'effimero fra pedagogia e globalizzazione. Seam, Roma.
Shiroki, Shigeru. 1970. Jidoubungaku jiten. Toukyoudou Shuppan, Tokyo.
Tisi, Maria Elena. 2003. La letteratura infantile moderna in Giappone. Atti del XXVI Convegno di Studi sul Giappone. Cartotecnica Veneziana Editrice, Venezia.
Torigoe, Shin. 1995. Nihon jidoubungakushi. Kenpakusha, Tokyo.
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