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Per favore, basta "stile giapponese"!
Come nasce un'idea imprenditoriale
di Massimiliano Crippa

30 marzo 2008. Credo che chiunque conosca almeno un poco la cultura giapponese sia infastidito dai tanti prodotti che, negli ultimi anni, hanno invaso il nostro paese fregiandosi della definizione di "stile giapponese". E come dimenticare l'abuso del termine "zen", riciclato per descrivere qualsiasi cosa?
Le aziende italiane che si sono buttate in questo business - ma la stessa cosa dovrebbe valere per altri paesi occidentali - hanno deciso di creare prodotti che non trasmettono cultura, non ci fanno conoscere l'altro e le sue tradizioni, ma anzi possono rafforzare gli stereotipi e basarsi su uno scimmiottamento dell'originaria cultura da cui dicono di provenire.

Alcuni esempi

Facciamo un esempio. Il giardinetto "zen", direte voi? No, è troppo penoso anche solo parlarne. Prendiamo un qualcosa di più ingombrante. In Italia si vendono i cosidetti "letti di tatami". Si tratta di letti dove rete e materasso sono stati sostituiti da un piano in legno su cui sono appoggiati dei tatami.
Che cos'hanno di giapponese questi letti? Se intendiamo con "giapponese" fatto in Giappone, la risposta potrebbe essere: niente. I tatami, in genere, sono fatti in Italia, da pur bravi artigiani, o in qualche paese asiatico; lo stesso vale per il resto della struttura. E' ovvio, poi, che tali letti non esistono in Giappone. Ma per farvi capire meglio il punto cruciale, ci conviene ribaltare il discorso.
Se i giapponesi vogliono un letto all'occidentale, non vanno certo a pensare di adattarlo; anzi, per loro mantenere le cose allo stato originale è una questione di principio, altrimenti non si spiegherebbe il successo sempre maggiore dei prodotti italiani autentici. Prima di tutto, un letto occidentale potrebbe stare solo in una stanza all'occidentale, con un pavimento all'occidentale. Sarebbe impensabile metterlo sopra dei tatami. L'idea di costruire un letto di tatami, come facciamo noi, farà sicuramente sorridere qualche giapponese. Così come farebbe sorridere vedere in una stanza giapponese, sopra un pavimento di tatami, un tavolo all'italiana, con tanto di sedie. Il tatami è fatto per sedersi per terra, camminare scalzi e via dicendo. Ma soprattutto, l'utilità del letto alla giapponese (un futon che si ripone quando non serve) è che, di giorno, la stanza da letto diventa disponibile per altre funzioni.
Non è geniale? Non è già abbastanza geniale? Evidentemente no, non abbastanza per noi italiani - ma dovrei continuare a dire occidentali - che pensiamo di essere più furbi. E i commercianti lo sono sicuramente, visto che in molti hanno comprato questi letti di tatami. Il tutto alla modica cifra di qualche migliaio di euro. In Giappone hanno eliminato il letto, noi cosa abbiamo fatto? Ci abbiamo messo sopra un secondo pavimento, piuttosto costoso!
Il problema è che chi ama il Giappone in Italia, indipendentemente dalle conoscenze che ha su di esso, si trova di fronte ad una carenza di prodotti che fa gridare allo scandalo. Molti finiscono per accontentarsi di imitazioni o adattamenti.
Qualche stortura mentale come il giardinetto "zen" ora è arrivata persino in Giappone. Deve essere vero che sono un po' masochisti questi giapponesi.
Ma veniamo ad un altro esempio corposo. Si può affermare che in Italia quasi l'intero mercato dell'importazione, distribuzione e vendita di prodotti alimentari giapponesi è in mano ad aziende cinesi e coreane (per origine, perché ovviamente i proprietari vivono in Italia da anni e spesso sono diventati cittadini italiani). Le aziende guidate da italiani sono poche, piccole e, come vedremo, piuttosto maldestre. Soltanto qualche importatore di grande esperienza, come Biscaldi (distributore della birra Asahi), tiene alta la nostra bandiera. Le aziende giapponesi sono inesistenti. Se non siete ancora abbastanza depressi, proseguiamo.
Prendiamo un prodotto che rappresenta degnamente il Giappone e di cui abbiamo parlato in altro articolo: il sake.
Questa bevanda, su cui in Italia si parla spesso per sentito dire, viene commercializzata seguendo la stessa massima. Bevanda fermentata a base di riso con un processo produttivo unico, il sake dovrebbe essere trattato addirittura con più attenzione del vino, perché teme la luce e il calore nel modo più assoluto.
La condizione ideale di conservazione è a temperatura di frigorifero e al buio, ma ci accontenteremmo di molto meno dopo aver visto cosa fanno negozianti e ristoratori. La maggior parte di essi espone il sake su scaffali, se non addirittura in vetrina. Alla luce, quindi, e a temperatura ambiente.
Senza contare che, prima di arrivare in Italia, solitamente il sake viaggia per un mese dentro un container di tipo dry, dove la temperatura arriva anche a 50° C quando la nave è in zona tropicale. In queste condizioni, qualsiasi prodotto subisce una seppur minima perdita di qualità, ma per il sake questo decadimento può essere disastroso.
A quanto ci risulta, l'unico importatore europeo - uno in tutta Europa! - che utilizza il container refrigerato è un negozio di Parigi che ha ottenuto l'esclusiva per comprare dalla giapponese Okanaga, che gestisce l'esportazione di alcuni grandi produttori di qualità. Può darsi che anche in Germania ci sia un importatore del gruppo Kikkoman che lo utilizzi, ma non abbiamo potuto verificare.
Gli esempi in campo alimentare sarebbero infiniti, ne citerò solo un altro. In alcuni supermercati italiani, potete trovare una linea di presunti prodotti giapponesi marchiati Arnaboldi.
La confezione della zuppa di miso senza miso
Tra questi vi è il miso shiru, la zuppa di miso. Il prodotto viene definito "alla giapponese". Precisazione inutile - esiste forse un miso shiru "alla turca"? - e che solleva invece dei dubbi: non vorrà dire che non è proprio la ricetta originale? Ma no, ci rassicurano sul retro della confezione, noi ricerchiamo e conserviamo le tradizioni!

Un gruppo di appassionati ha fondato a Pavia, nel Palazzo Arnaboldi, un circolo della buona tavola per ricercare piatti tradizionali della cucina regionale italiana e piatti tipici delle cucine più interessanti del mondo. Il circolo vuole favorire la divulgazione di questi piatti anche sotto forma di prodotti-servizio per renderli disponibili alle necessità di facilità e velocità di preparazione della vita moderna.

E bisogna dire che all'inizio sono convincenti, perché si prodigano in una descrizione del miso e della zuppa che ne porta il nome.

La zuppa di miso è un piatto leggero, tradizionale della cucina giapponese. Il miso è una pasta a base di semi di soia fermentati. Ne esistono diverse varietà che si distinguono per il sapore più o meno salato, per il colore e per la zona di produzione. I giapponesi gustano questa zuppa durante tutto il giorno, accompagnandola a qualsiasi pasto. Solitamente è costituita da tre ingredienti principali, che possono essere abbinati a seconda del gusto personale: la nostra misoshiru è con gamberi, alghe ed erba cipollina.

Ma, se continuate a leggere, arriverete agli ingredienti: farina di grano, farina di riso, sale, gamberi liofilizzati (5%), merluzzo disidratato, salsa di soia disidratata, estratto di lievito, alghe (2,5%), erba cipollina, aromi. A questo punto, vi chiederete: ma dov'è il miso?

Che cos'è la qualità?

E' ovvio che quanto descritto non può continuare in eterno, anche perché le mode passano, e se si vuole che la gente continui ad apprezzare la cultura giapponese anche attraverso i suoi prodotti, non li si deve prendere in giro.
La qualità non è soltanto una questione sanitaria o una questione di gusti personali o, ancora peggio, di mode.
E' soprattutto un problema di percezione e, ancor di più, di educazione alla percezione. Richiede molta consapevolezza e rispetto della cultura d'origine e questo lo si può ottenere solo con una corretta informazione.
Di una cosa siamo sicuri: la qualità si paga. Ma ne vale la pena.
Siamo convinti che la globalizzazione non significhi solo standardizzazione, bensì possibilità di scoprire la tipicità e la qualità.
Inoltre, il cibo non è solo nutrimento. Un alimento porta con sé un intero mondo: storia, filosofia, cultura e relazioni. Ci deve guidare la curiosità per il diverso da sé; non abbiate paura di esplorare e apprezzare la molteplicità delle culture. Coltivate il vostro spirito critico.
Sapere e sapore hanno la stessa radice, così come cultura e coltura. E diversità fa rima con libertà, quindi non rinunciamoci. Mangiare meglio equivale a vivere meglio.

Nasce una nuova realtà

Da queste premesse, è nata nel 2003 l'idea di affiancare a Nipponico una società di importazione e commercializzazione di prodotti giapponesi con un sito dedicato. Il suo nome è Wa-sabi.
L'idea è quella di fornire un servizio di qualità sia per i giapponesi che cercano i sapori di casa, sia per gli italiani che hanno voglia di scoprirli nella loro autenticità, senza mediazioni imposte da altri. E senza dimenticare la cultura, che era l'obiettivo primario di questo sito ed è sempre al centro dei nostri pensieri. Dei prodotti distribuiti cercheremo di raccontarvi anche la storia, i metodi produttivi, l'uso che se ne fa all'interno della società giapponese, etc. La libertà di scegliere e la consapevolezza di ciò che si è scelto, ecco cosa vi daremo.
Utilizzeremo i metodi di conservazione adeguati per mantenere intatto il gusto che ci arriva dall'altra parte del mondo. I nostri prodotti saranno tutti di qualità medio-alta, selezionati per offrirvi un'ampia scelta di tutto ciò che dal Giappone è possibile importare. Non faremo concorrenza ai negozi cinesi e coreani puntando tutto sul prezzo e scegliendo in Giappone il prodotto più economico - anche se spesso un'alternativa meno costosa sarà disponibile -, ma vi daremo tutto ciò che loro non vogliono o non possono dare. In realtà, non ci sarà nessuna concorrenza al nostro livello. Quello che noi vogliamo soddisfare è un bisogno di qualità inascoltato.
Sta a voi,quindi, segnalarci quello che più vi interesserebbe comprare. Ricordatevi che abbiamo sempre tenuto in considerazione le opinioni dei nostri lettori, perché crediamo che il miglior veicolo promozionale sia la soddisfazione del cliente.

Il parere dei lettori

Ho letto gli articoli che si scagliano contro gli stereotipi del gusto giapponese occidentalizzato. Per mio interesse, sto leggendo diverse cose sulla storia del Giappone feudale e ne ho fatto spunto per i miei percorsi formativi, in quanto mi occupo di formazione aziendale comportamentale.
La "contaminatio" è d'obbligo per mettere in comunicazione mondi così diversi, l'Occidente e lo spirito del bushido, non tanto nei contenuti quanto nel prodotto filosofico delle due civiltà. Non credo che ci possa essere comunicazione ove non si cerchino quelle zone grigie dove si fondono idee ed azioni. (Leonardo)

Però contaminazione e ispirazione non vanno confusi con scopiazzatura e scimmiottamento, senza rispetto per la cultura di origine e senza apporto della nostra.
In che modo il mini giardino zen mette in contatto con lo zen? Come può il letto di tatami, che nega i principi di una stanza da letto giapponese con tatami, farci capire qualcosa?
Mi sembrano solo fenomeni di moda, oggetti consumistici che niente hanno in sé di cultura. (Massimiliano Crippa)

La globalizzazione, che ci piaccia o no, non è arrestabile. Forse, l'autentica cultura giapponese, con il suo purismo zen e con l'orgoglio esistenziale della sottomissione al Tenno, è morta quando è nata una borghesia moderna che ha sentito l'esigenza di affrettare il cambiamento, per far uscire un grande paese da una dimensione feudale assolutamente anacronistica. Siamo d'accordo che quella borghesia ha portato corruzione ed interesse privato, ma ha anche fatto diventare il Giappone una potenza economica.
Io non sono sicuro di amare il sistema di vita giapponese, come sono molto critico nei confronti di questa vita di plastica, che ci siamo costruiti noi occidentali. Sono certo però che dormire su un presunto tatami possa servire alle persone per sognare, per costruire personaggi immaginari, per sentirsi un pochino più cittadini del mondo, senza offendere la filosofia del bushido.
Comunque io non posseggo né un mini giardino zen né un letto di tatami. Sulla parete dietro alle mie spalle, nel mio ufficio, è appeso però un piccolo quadretto con scritto: "Tra i fiori il ciliegio, il samurai tra gli uomini". Questo è quanto mi concedo per ricordare che esistono anche altri punti di vista. (Leonardo)

La globalizzazione non è arrestabile dal lato dell'offerta, per quanto riguarda ciò che ci propina il sistema, ma io nel mio piccolo evito molto bene sia i prodotti che le persone che non hanno un minimo di intelligenza e di gusto.
Sul sognare sul finto tatami quando si può avere quello vero, continuo a non trovarvi giustificazione.
L'immaginazione, poi, non è sempre positiva, io preferisco la comprensione. (Massimiliano Crippa)
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