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Le protagoniste e il loro doppio nella letteratura di Takahashi Takako

Capitolo 1. Introduzione sulla scrittrice

Takahashi (Okamoto) Takako nasce il 2 marzo del 1932 a Kyoto. Nel 1954 si laurea all'Università di Kyoto in letteratura francese con una tesi su Charles Baudelaire e nello stesso anno sposa lo scrittore Takahashi Kazumi. Negli anni '60 inizia a scrivere e pubblicare racconti brevi e nel 1971, a pochi mesi dalla scomparsa del marito, pubblica la sua prima raccolta di racconti Kanata no mizuoto (Quel rumore dell'acqua). La raccolta è finalista per il premio Akutagawa, un buon inizio per quel che sarà una fiorente carriera grazie ai racconti brevi, alle critiche letterarie e ad alcune traduzioni dalla letteratura francese. Solo dopo la morte del marito Takahashi Takako si dimostra molto attiva e ottiene una buona reputazione come scrittrice, non solo di romanzi ma anche di una serie di intriganti racconti brevi che sembrano trarre molto dalla tradizione fantastica della letteratura giapponese.
I suoi romanzi psicologici più conosciuti sono Sora no hate made (1973), Yuuwakusha (1976) con cui vince il premio Izumi Kyouka, Yosoui seyo, waga tamashii yo (1982) e Ikari no ko (1985). E' con Sora no hate made, un ritratto drammatico di una donna che combatte contro le forze malefiche presenti in lei, che Takahashi conquista un folto pubblico di lettori. Il successivo conferimento del premio Tamura Toshiko del 1973 le assicura una buona reputazione letteraria e nei dieci anni seguenti continua a scrivere altri romanzi e racconti in cui dipinge il dramma dell'individuo nel momento in cui si trova faccia a faccia con il proprio inconscio.
Dopo un graduale avvicinamento al cattolicesimo riscontrabile ad esempio in Yuuwakusha in cui si discute animatamente dell'esistenza di Dio e del diavolo, nel 1975 decide di ricevere il battesimo. Subito dopo la pubblicazione di Ikari no ko, Takahashi scrive ripetutamente della tensione che scorge tra la sua professione di scrittrice e il richiamo alla fede cattolica. Da quel momento in poi i suoi scritti sono incentrati sempre più su esperienze religiose e di grande introspezione spirituale. Nel 1986 annuncia pubblicamente il suo ritiro dall'attività letteraria e la sua determinazione a dedicare tutte le future energie a stabilire l'ordine delle suore carmelitane in Giappone presso le quali aveva spesso trovato alloggio durante i suoi soggiorni a Parigi.
La scrittrice è da collocare insieme a quel sostanzioso numero di donne scrittrici attive nella narrativa degli anni '60 e '80. Tra loro si trova ad esempio Ooba Minako (1930-) dove i desideri di una donna per la sua indipendenza e la propria espressione convivono con la sua esistenza solitaria; Kouno Taeko (1926-) che si avventura nel mondo della psicologia abnorme, nel mondo della violenza e del male nel tentativo di penetrare la solitudine dell'esistenza moderna; o ancora Tsushima Yuuko (1947-) che analizza in modo cinico e distaccato la vita sessuale delle donne.
Nella loro produzione si narra in genere di problemi familiari, dei rapporti tra uomo e donna, di una gioventù delusa, descrivendo scene della vita d'ogni giorno della classe media urbana. E' pur vero che anche gli shishousetsu(2) degli anni prima della Seconda Guerra Mondiale parlavano delle esperienze giornaliere dell'autore, senza alcun riferimento allo sfondo sociale e storico. Ma da allora la realtà è cambiata di molto: disintegrazione della famiglia, parcellizzazione dell'individuo, difficoltà di comunicazione tra persone sole, tensioni psicologiche provocate dalla pressione del conformismo, e talvolta per qualcuno, il confronto con culture diverse, occidentali o asiatiche. Molti scrittori non potevano non reagire con una visione della vita sentimentale, più emotiva e diretta.
Ciò che desta curiosità è che tra gli anni '60 e '80 si ha un sensibile aumento di donne particolarmente attive come scrittrici. Nel Giappone del dopoguerra si era verificato un marcato divario tra un sistema scolastico superiore uguale per tutti e la discriminazione nella opportunità di lavoro. Gli effetti di questa discrepanza divengono manifesti negli anni successivi, e portano ad una generazione di donne educate ad attività professionali, sia artistiche sia letterarie. Per di più questa tendenza generale ad interiorizzare il prodotto letterario può aver stimolato certe scrittrici. Dopo tutto, sulla famiglia, e sul rapporto tra uomo e donna si era focalizzato l'interesse di generazioni di donne a partire dallo stesso Genji monogatari di Murasaki Shikibu, e quindi potevano operare su un terreno che sentivano proprio.
E' bene soffermarsi però sul concetto di "letteratura femminile". Come e quando si è dato origine a tale termine? Nei manuali di letteratura è abitudine per diversi critici letterari racchiudere in scomode etichette generi o correnti letterarie. Anche in questo caso, dal dopoguerra in poi si è cominciato a fare uso di certi termini come joryuu sakka (scrittore-donna) o joryuu bungaku (letteratura delle donne) che invece nella letteratura classica erano utilizzati per fare semplice riferimento al sesso dell'autore. Prima opera di tutta la letteratura giapponese femminile è infatti il Genji monogatari, ma si potrebbe continuare ancora con zuihitsu come il Makura no soushi di Sei Shounagon o con i numerosi nikki come il Kagerou nikki di Michitsuna no haha: tutte opere scritte da mano femminile. Ma a quel fertile periodo è seguito poi un progressivo silenzio da parte loro durato sino alla fine del diciannovesimo secolo. Grazie infatti alla crescita dell'istruzione e con l'emergere di giornali diretti ad un pubblico femminile, la donna ritorna a ricoprire una figura importante nel mondo della letteratura.
Vi erano due tipi di giornali femminili: uno patrocinava il concetto di "brava moglie e saggia madre" della famiglia tradizionale giapponese; l'altro teneva dei dibattiti sulle riforme sociali e politiche o si faceva compito di una nuova educazione delle donne servendo spesso da luogo d'incontro per loro. Appare allora l'immagine di una "new woman [who] exuded... a firm self-confidence [kakko taru jishin] and an emotional independence from the patriarchal family"(3). Questa indipendenza, sicurezza di sé e autonomia hanno fatto nascere già negli anni '20 il simbolo del moga o modan gaaru (donna moderna) denotando non solo una persona libera di pensare ma anche una possibile minaccia all'ordine sociale.
Quando però certe scrittrici cominciano a pubblicare numerose opere e ad entrare entusiasticamente in qualche circolo letterario, gli stessi termini in precedenza utilizzati semplicemente a scopi utilitaristici (joryuu sakka o joryuu bungaku), sono ora utilizzati per dividere più precisamente un certo stile di scrittura, più sentimentale e meno riflessivo rispetto ad uno più razionale e meditato che era quello maschile. Il fatto che la "letteratura delle donne" costituisse uno stile distinto deve essere derivato dalla presunzione che la narrativa autobiografica e di confessione delle donne (jiden shousetsu) fosse in qualche modo differente dal watakushi shousetsu degli uomini. Come riportato da Akiyama Shun, "la prima volta che il concetto di letteratura femminile è usato nella letteratura moderna giapponese è in relazione a Higuchi Ichiyou perché il modo di pensare delle donne era ritenuto essere molto differente come carattere dal così chiamato intelletto dello scrittore uomo (chisei), un intelletto scolastico occidentale"(4). Era quindi un modo come un altro per relegare le donne in un posto distinto e separato nella società giapponese di chiara impronta patriarcale.
Le critiche a quest'uso improprio dei termini, per le loro connotazioni limitanti e dispregiative, non hanno tardato a comparire; le femministe giapponesi non a caso hanno sostituito il termine joryuu con josei (donna) per evitare l'implicazione di uno stile specifico (ryuu letteralmente significa "stile").
Obiettivamente la "letteratura femminile" non può essere vista come una scuola letteraria nello stesso senso del Ken'yuusha con la sua rivista Garakuta bunko o come la "Società della betulla bianca" con la relativa rivista Shirakaba. Le donne della "letteratura femminile" non costituiscono nemmeno un gruppo informale come potrebbe essere stato quello di Natsume Souseki in cui degli aspiranti scrittori si radunavano attorno ad un maestro affermato. Non hanno né una tradizione comune, né scuola e né alcun giornale. Di conseguenza il termine non fa giustizia alle loro differenti prospettive e al loro modo di affrontare i diversi argomenti.
Questo marchio di "letteratura femminile" continua ancora oggi a provocare fraintendimenti e a far sottovalutare le scrittrici. Tsushima Yuuko nel 1991 ha affermato di star cercando di sradicare il sentimentalismo dal suo stile di scrittura come se volesse distanziarsi dalla tradizione di essere definita "scrittore donna"(5).
Anche la stessa Takahashi Takako, scaraventata sotto le luci della ribalta dalla cronaca dopo la morte del marito Takahashi Kazumi, ha risposto di voler continuare il lavoro del marito. Inoltre, ha dichiarato con determinazione di voler "sopprimere la coscienza della sua stessa femminilità e di dedicare i suoi sforzi nell'ottenere riconoscimenti come fosse membro del genere maschile"(6).

Note

2. Anche watakushi shousetsu. Potrebbe corrispondere al "romanzo-confessione" o "romanzo dell'io", "narrazione orientata sul soggetto".
3. Roden, Donald. "Taishou Culture and the Problem of Gender Ambivalence" in Rimer, J. Thomas. 1990. Culture and Identity: Japanese Intellectuals During the Interwar Years. Princeton University Press, Princeton.
4. Akiyama, Shun. "Ima joryuu bungaku to wa nani ka: sengo shi to no kanren de", in Kokubungaku: kaishaku to kyouzai no kenkyuu, vol. 25, n. 15 (dicembre 1980), pp. 124-27.
5. Ericson, Joan E. "The Origin of the Concept of Women's literature", in Shalow, Paul Gordon e Walker, Janet A. (a cura di). 1996. The Woman's Hand. Gender and Theory in Japanese Women's Writing. Stanford University Press, pp. 74-115.
6. In "Kuruu" (Pazzia), Kouza onna 2: onna no sei. Chikuma Shobou, Tokyo, 1973, p. 147.
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