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Le protagoniste e il loro doppio nella letteratura di Takahashi Takako

Capitolo 4. Stile e scelte formali

Abbiamo visto come le storie di Takahashi Takako ruotino tutte attorno alla fantasia delle loro protagoniste. Ma affrontare determinati argomenti e tematiche significa anche stabilire un determinato stile. Anche le scelte formali della scrittrice infatti non fanno che contribuire alla "vaghezza" e alla strana ambientazione dei testi. Sia in Kyousei kuukan sia in Seihou no kuni, le minuziose descrizioni imbevute di colori e di strane visioni portano il lettore in una bolla chiusa, ovattata e fuori dalla solita routine. E è proprio quando descrive ciò che si trova attorno alla protagonista che la scrittrice abbonda di metafore, personificazioni, contrasti e flashback che portano al racconto un'aurea misteriosa e oscura.
Kyousei kuukan inizia con una descrizione di una calda e afosa serata estiva. L'afa sembra personificarsi ed entrare in amicizia con l'apatia di Shouko e Nobuo. Il bucato ha la testa che penzola in giù e la luna appesa al cielo ha un "viso giallo che sembra avere la febbre". Da fuori pare di sentire il canto delle cicale ma stando ad ascoltare bene, non si è proprio sicuri che siano cicale:

Tese le orecchie perché all'improvviso giunse un suono ininterrotto dal buio profondo al di là del giardino. Non era un campanello. Era il rumore di un essere vivente. [...] Era il rumore di qualcuno che stirava e bruciava qualcosa nello spesso strato della notte.

Non è solamente il frinire delle cicale, ma è il sintomo di un presagio che qualcosa deve accadere e che si dimostrerà infatti con l'arrivo inaspettato della sorella di Shouko. Man mano che la presenza di Fujiyo si fa sentire, i pensieri della protagonista si fanno più frequenti e vivi. Le signore a far la spesa con in mano cesti enormi le appaiono come mosche rilucenti di mille frenetici colori mentre è costantemente circondata dall'afa e incombe sempre più la minaccia di un tifone, la quiete prima della tempesta. Anche il cielo si immobilizza e sta in attesa che qualcosa di "grande e terribile si avvicini".
Mentre è a far la spesa, all'improvviso viene attratta senza motivo da delle pesche esposte in bella vista su una bancarella. Ritiene una cosa insolita che le stuzzichino l'appetito perché non erano mai state di suo gusto e non aveva nemmeno l'abitudine di mangiare tanta frutta. Eppure nel guardarle "come fossero un pezzo di quadro di una natura morta", riesce a sentirne la freschezza e il forte profumo, quasi nauseabondo, finché ne compra sei. Lo stesso numero di pesche che verranno poi portate da Fujiyo e che saranno descritte con profusione di particolari: "la buccia liscia come fossero depilate", le parti bianche e poi d'improvviso il rosso simile a sangue che fuoriesce dai "pori della buccia" e sempre quell'odore forte che si diffonde nella bocca proseguendo giù nella gola. Un odore che è per Shouko l'odore sgradevole dell'anima sua e di sua sorella racchiuse in quelle pesche.
Le strane coincidenze che avvengono tra le due sorelle, come questa delle pesche, creano già un'atmosfera inquietante che si fa poi più densa con gli altri episodi accaduti fra loro in passato e raccontati sempre dalla mente della protagonista. Senza necessariamente un motivo scatenante, la scrittrice introduce delle analessi di quando, per esempio, da giovani, vivevano ancora con i genitori ed entrambe si erano innamorate di Nobuo o quando si erano ritrovate in una strada buia ed un pino con la sua strana forma era sembrato ad entrambe "un vecchio pazzo che con le braccia aperte cercava di afferrare i passanti".
Alla fine Fujiyo se ne va e anche il tifone minaccioso come se si fosse spezzato, sembra essere stato inghiottito dal mare. Il telegramma di Fujiyo e la successiva discussione con Nobuo sembrano togliere tutto quell'oscuro mistero che si era creato dall'inizio. Ritorna l'afa soffocante, il bucato steso fuori e il frinire delle cicale "ma il canto delle cicale nel cuore della notte che quella sera aveva presagito la visita di Fujiyo, ora sembra suonare da dentro il petto di Shouko". "Se fosse passato il tifone, sarebbe stato meglio", sussurra tra sé e sé Shouko perché Fujiyo non avrebbe rotto l'ordine delle cose.
Fujiyo costituisce quindi il motivo che fa scaturire la vicenda narrata, che porta uno sconvolgimento della realtà che non potrebbe essere risolto in nessun altro modo se non con la sua dipartita.
Seihou no kuni somiglia per molti versi a Kyousei kuukan. La stessa atmosfera misteriosa e fantastica è qui ancora più forte grazie ad altre personificazioni, strane associazioni di colori, sfasamenti di dimensione e dialoghi incoerenti e brevi.
Il tramonto e l'ovest sono dei temi dominanti per tutto il racconto. Il sole è descritto come "un tavolo rotondo, rosso e piatto" ma sta per morire spargendo il suo sangue rosso assieme alla sua anima, fino ad espandersi fin dentro l'anima della protagonista. In questo caso è l'uomo che entrando nella sua vita, le arricchisce la sua immaginazione e le fa quasi dimenticare le sue passeggiate solitarie per la città rinchiusa "nella foschia color zolfo". La proposta dell'uomo di andare ad inseguire il tramonto sembra infatti spalancare le porte alla fantasia repressa della donna ed ecco l'attenta descrizione del viaggio in aereo verso il paese natio di lui che finisce per diventare anche il suo. Il calare del sole rallenta fino a quasi ritornare indietro e dall'alto dell'aereo immaginario vede il mare di nuvole piatte e vive: "in altre parole, attraversata la pelle del cielo, poi fu come se vedessimo giù la membrana del rovescio del cielo". Si ritrovano "all'interno del cielo", in un luogo che lei stessa definisce surreale ma in cui si può comunque camminare e che si può toccare. Questo paese ad ovest che dà anche titolo al racconto non è semplicemente il furusato dell'uomo ma è interpretabile anche come il mondo di fantasie della protagonista che pareva avere dimenticato e che ritrova assieme a lui. Si accorge infatti di esserci già stata, di avere dei ricordi di quel luogo e di possederlo dentro di sé. E' un posto sicuro e proficuo come il paradiso del Joudo ed è anch'esso "un altro corpo celeste che fluttua da qualche parte nell'universo".
Dall'incontro con l'uomo, ogni cosa che vede è diversa: un autobus si trasforma in un metrò, un comune taxi inizia a fluttuare nel cielo, ci si può scambiare l'anima, i ricordi riaffiorano come grumi duri e consistenti e si arriva a congetturare di poter "rovesciare una donna".
All'improvviso ode una sirena di una barca ed è come fosse simbolo per lei di un risveglio ma è un suono triste perché sembra "corrispondere alla malinconia di cui è colma":

Quel rumore sembrava lagnarsi debolmente di una cosa sopportata nel suo più profondo interno. Sembrava un sospiro emesso improvvisamente da una barca insicura che risaliva lo stretto in una notte immersa nel silenzio. Tutta la notte rispondeva a quel rumore ondeggiando. E poi nella mia notte, sembrò che qualcosa si aprisse lentamente nella testa.

Si alza in piedi a guardare fuori il panorama e finalmente vede come si sposano bene assieme i colori degli scafi delle barche, della baia, della montagna e del cielo.
Forse è l'amore, che crede di aver trovato, a farle provare la felicità che "cristallizza" nel bambino che l'uomo le aveva profetizzato di aspettare ma che è anch'esso, insieme a quel "paese ad ovest", frutto della sua fantasia.
In entrambi i racconti le forme dirette tra i pochi protagonisti sono rare, brevi e spesso distanti perché inframmezzate dalle descrizioni dell'ambiente circostante. In tal modo la scrittrice non fa che accrescere ancora di più nel lettore la difficoltà a separare mondo reale e mondo fantastico. Viene lasciato più spazio alla parte narrativa e alla forma indiretta libera della protagonista che ha come obiettivo quello di enfatizzare prettamente le sue emozioni o le cose viste dai suoi stessi occhi. La scrittrice in prima persona d'altra parte non compare mai nemmeno in altre sue opere perché si deve sempre immedesimare nelle sue eroine. Lo scrivere per lei è l'equivalente di sognare finché il sogno invade la realtà, ne prende il sopravvento e si crea un vago senso di ambiguità.
Anche la scelta del racconto breve come forma narrativa di queste storie accresce anch'essa il grado di incisività della storia. Non c'è tempo per tergiversare attorno alla descrizione del luogo in cui ci si trova o dei pochi personaggi. Il racconto breve ha proprio questo pregio di poter racchiudere in poche pagine uno scorcio di vita dei personaggi che animano la vicenda. Ma allo stesso tempo riesce ad entrare in profondità nella loro fantasia come pochi romanzi invece riescono a fare nonostante la prolissità.
Il racconto breve oltre ad essere una delle forme narrative preferite dagli scrittori giapponesi per la sua "malleabilità", lo è anche per i lettori. Dal punto di vista pratico perché possono essere facilmente inseriti in riviste mensili (i due racconti di cui segue qui la mia traduzione sono stati estratti dalla rivista Gunzou) e perché il tempo di lettura può coincidere facilmente con il tempo che si trascorre nei mezzi di trasporto per raggiungere il posto di lavoro. O può addirittura essere l'ideale per un tachiyomi, una lettura veloce in libreria senza l'obbligo di comprare.
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