Il paese ad ovest (1973) In quel momento, il rossore del sole che stava calando sembrò d'improvviso crescere d'intensità. Ce ne stavamo in piedi a fianco dei binari dove si apriva il panorama. Sopra i palazzoni alti allineati di fronte, le nuvole della sera stavano immobili formando una fascia e il sole scese fino a quel punto. Il sole fino a poco prima scintillante come l'acciaio, forse per via dell'afa violacea, svelava ora i tipici colori da tramonto. S'impregnò di sangue e tutta la sua passione stava nei colori. Non sembrò più una tonda sfera di luce: somigliava piuttosto ad un tavolo rotondo, rosso e piatto. Era l'istante in cui il sole del giorno si trasforma in tramonto. "Andiamo ad inseguire il tramonto!" disse improvvisamente quell'uomo. Disse che se in quel momento fossimo saliti su un aereo diretto ad ovest, saremmo riusciti ad inseguire il tramonto e se fossimo arrivati in tempo, saremmo anche riusciti a vedere con i nostri occhi il calare del sole sopra l'orizzonte del mare ad ovest. "Cosa c'è ad ovest?" chiesi. Non mi era capitato neanche una volta di andare da qualche parte distante da questa grande città. Ero rimasta chiusa dentro la foschia color zolfo della città, senza conoscere il modo di uscirne fuori e avevo continuato a non fare altro che vagabondare. "C'è il mio paese," disse quell'uomo con una pronuncia un po' dialettale. Quel dialetto non era di queste parti, capii che apparteneva ad un paese che si trovava da qualche parte, lontano. Io non ho un mio paese. Il forte sentimento d'amore che dovevo avere per un paese che non c'era da nessuna parte, a volte lo facevo coincidere con quello degli altri. Quando sussurrai tra me e me: 'Andiamo ad inseguire il tramonto fino al tuo paese...', avevo preso la mia decisione. Il pensiero che in quel momento il sole del tramonto che splendeva come un tavolo rotondo e rosso, calasse verso ovest contemporaneamente a noi e che delle persone potessero muoversi con lui ad ovest penetrò dentro di me come una luce rossa simile a quella del tramonto. C'è mai stato qualcuno che ha inseguito il tramonto? Icaro sperò di raggiungere il sole e alla fine si vide costretto a cadere a testa in giù nell'universo, ma se inseguire il tramonto è una punizione divina, per me non era una gran cosa e anche se fossi caduta insieme a lui non me ne sarebbe importato nulla. Prendemmo l'aereo e vedemmo il tramonto ritornare un po' indietro al sole del giorno. Perché sollevandoci un po' da terra, guardavamo giù di traverso il sole. Quando uscimmo fuori, sopra la città, quella foschia color zolfo si diradò, si aprì uno spazio limpido e il sole cosparse una luce scintillante. Un mare di nuvole con addosso quella luce forte si stendeva sotto i nostri occhi all'infinito e brillava di color argento. Non erano nuvole piatte, avevano dei dislivelli misteriosi e non erano come un minerale, sembravano avere una viscosità di qualcosa di vivo. In altre parole, attraversata la pelle del cielo, poi fu come se vedessimo giù la membrana del rovescio del cielo. Pensai allora che fossimo venuti dalla parte anteriore del cielo. "Siamo venuti dalla parte anteriore del cielo," disse l'uomo: le stesse parole che non erano uscite dalla mia bocca. L'interno del cielo si estendeva all'infinito. L'aereo si spostò sempre verso ovest. A ovest... E poi cosa ci sarà? L'uomo aveva detto il suo paese. Il posto che aveva chiamato come "il mio paese", se avesse potuto essere anche il mio paese, per me poteva essere qualsiasi posto. "Il mio paese" è un luogo che non si trova sulla terra. Perlomeno così credo io. E' il luogo dove è nato, poi lo aveva abbandonato ma anche se ora ci tornava, non c'era assolutamente niente. Ritornarci davvero, non aveva senso se non nei sogni. Era un luogo surreale ma si poteva arrivare anche a toccarlo con mano e percorrerlo a piedi nudi. Provo a parlarne ma non posso conoscerlo come non conosco quel paradiso terrestre che però ho l'illusione di conoscere. L'uomo m'invitò ad andare al mio paese. Perciò supposi che una volta ci nacqui lì, ci trascorsi dei giorni felici ed ebbi la sensazione di viaggiare verso un paese che non può esistere sulla terra. Innanzi tutto l'ovest è propizio. Anche il paradiso d'occidente del Jödo si trova da qualche parte ad ovest della terra, oltrepassato un abisso, ed è un altro corpo celeste che fluttua da qualche parte nell'universo. Il sole scese fino ad arrivare a un soffio dal mare di nuvole. Per questo il colore romantico di quel particolare tramonto che esprimeva quella vita morente divenne ancora più denso. Quando le vene si ruppero e il corpo si riempì di sangue, quando sopportò un po' la sensazione colma di quel dolore ricevuto all'improvviso, quando, senza spruzzare sangue, rimase compatto nella sua sagoma insieme al pensiero di essere soddisfatto e affondò nell'oscuro abisso, il tramonto, tramite il simbolo dei suoi colori, diffuse per tutto il cielo la propria anima di tramonto. Quello spazio separato completamente dal mondo terrestre dallo strato di nuvole, aveva un aspetto che avrei voluto definire un'espansione interna. Il mio intimo con quel viaggio si aprì all'infinito. E in quel cielo senza fine dentro di me, si pose il tramonto morente, giù, giù mentre si alzava un rumore che non si sentiva del suo calare e poi scese sempre più in là. Sulla superficie del sole al tramonto, un tavolo rotondo e rosso vermiglio, la figura di un uomo e una donna che correvano nel cielo verso ovest si proiettava sopra come un'ombra nera. I due, solitamente delle persone che si precipitavano al loro scopo, stavano inclinati in avanti, portavano indietro il braccio sinistro slanciando in avanti il destro e in tal modo, facendosi largo con entrambe le braccia nella luce, correvano fino a diventare un unico colore nero difficile da riconoscere Il tramonto ad un certo punto del suo tragitto, iniziò a scendere più veloce. Come se l'avesse invitato, l'aereo si mise in posizione d'atterraggio. Quando cominciò a scendere, lo strato di nuvole si alzò. L'aereo iniziò a sprofondare nell'afa e quando pensai che mi fossi ristretta dentro, subito lo strato di nuvole volò via dietro, sparì e il cielo si aprì ancora nella sua vastità. Il confine tra il cielo e la terra non c'era più e l'aereo continuò a scendere così. "Sembra atterrare davvero senza problemi," dissi. Perché noi non desideravamo seguire il sole, perché ci accontentammo solo di proiettare le nostre due ombre nel tramonto e sembrava non fossimo degni di una punizione che ci avrebbe fatto cadere a testa in giù nell'universo. Si vedeva il mare molto lontano dalla terra. Oltre non sembrava ci fosse terra ma si susseguiva solamente acqua. Il tramonto che era un po' più veloce di noi, si avvicinò alla superficie dell'acqua. Nello strato di foschia viola che galleggiava vicino al mare, si contorse trasudando spiccatamente un rosso ancor più vivo. E quel colore sbiadì delicatamente ad ogni istante, si fece metà, un terzo, scese al centro dei miei occhi in ammirazione e quando gli occhi finirono per inghiottirlo, in un istante si fece notte. Da che colsi il bell'invito di rincorrere il sole e che mi misi in viaggio con l'uomo, erano passati già quattro mesi. E poi secondo quello che aveva predetto l'uomo in quel paese, allora ero rimasta incinta. Nemmeno una volta avevo desiderato l'esistenza di un mio bambino. Seguendo la mia coscienza che non voleva avere niente a che fare con quel desiderio, proprio come se il corpo ci si adeguasse, non ero mai stata una volta incinta. La gravidanza inaspettata quindi doveva essere per forza per colpa della profezia dell'uomo. Non ho mai avuto intenzione di dare alla luce un essere che inizia a vivere nel mio grembo. Ciononostante continuai ad essere preda della felicità. Mi sembrava che la gioia del giorno del rapporto con l'uomo si fosse cristallizzata sotto quella forma. Tuttavia desideravo incontrarmi con quell'uomo. In quel luogo di ritrovo del quartiere secondario, prima d'allora ci incontrammo solo due volte e l'uomo da allora non si era più fatto vedere. Ero rimasta senza conoscere il suo indirizzo. Mentre aspettavo di incontrarlo, iniziai a rimuginare sui ricordi. Mentre ricucivo poco a poco la realtà, avrei voluto particolareggiare quel giorno che rimase nella mia memoria come un alone luminoso e forte. Da un dettaglio tirai fuori un altro dettaglio e se da quel dettaglio tirai fuori il successivo, riuscii a intrappolare nel palmo della mia mano tutto il tempo trascorso in quel giorno, non come un alone che mi fa estasiare ma come un grumo consistente. Era l'aereo delle 17:12 dall'aeroporto Haneda. No, prima è necessario ricordare precisamente il mio incontro con lui prima di quella partenza. Giro sempre a piedi da sola nella grande città. Non ho amici che si possano definire tali; ho parenti stretti, ma li evito e li rifiuto. Sono parecchie le persone che conosco ma in me ognuno di loro uno ad uno sbiadisce e diventa un gruppo unico di colore grigio. Quel luogo di ritrovo era frequentato da quelle persone che conoscevo. Lì parlavano continuamente, bevevano il caffè e spesso anche di giorno si passavano di mano in mano una bottiglia di whisky. Avevo l'abitudine di entrare, parlare con un po' di persone, in sole due ore annoiarmi come al solito e poi uscire e girovagare da sola per la città. Uscita a girovagare, non avevo nemmeno una meta da raggiungere. Finché non ero stanca di camminare, camminavo. Ma in quel girovagare non mi annoiavo mai. Tendevo a stufarmi tra la gente ma non mi stufavo nella città. Ma non è che nella città ci fosse una vista piacevole. Uno strato di polvere giallo sporco si stendeva fino ad una certa altezza sopra la testa e il cielo rannuvolato scendeva fino all'ultimo piano dei palazzoni. Sulla strada principale dove passavano le auto in coda, ogni volta che attraversavo le strisce pedonali, avevo sempre un capogiro. Perché le strade che divenivano fessure, tra un palazzo e l'altro, formavano delle camere a gas lunghe e strette. Proprio come se la grande città tendesse una trappola, quei luoghi si trovavano qui e lì. E quando dovevo per forza attraversare, più che un capogiro, mi prendeva la sensazione che la mia stessa esistenza girasse tutto intorno. Oltre a ciò sembrava che la mia esistenza, senza nessun punto fermo, girasse verso destra e verso destra ancora di traverso nello spazio e come pure avevo la sensazione di essere trasportata via chissà dove. Nonostante la città, quella vista non fosse nemmeno un po' piacevole, ero posseduta dal vagare. Perché sembrava che mi facesse dimenticare me stessa. Non ero né sola, né malinconica, né triste. Ma era insopportabile il mio esistere. Che io stessi in piedi o seduta, ferma in un posto, l'esistenza mi angosciava e questo mi spingeva a fare sempre un passo avanti nel vagabondare senza una meta. Un giorno, quando andai nel solito luogo di ritrovo, tra le persone che conoscevo si era mescolato uno sconosciuto. Chiacchierai assecondando i discorsi di tutti ma, rispetto al solito, cominciai ad annoiarmi perché non sapevo cosa fare. All'improvviso uscii fuori da sola ed era già notte inoltrata. Nessuno mi seguì perché tutti conoscevano i miei grilli. Stavo vicino al marciapiede non poco frequentato e allora meditai per un po' sul che cosa fare nel tempo rimasto. "E' meglio prendere l'ultimo autobus," la voce che si rivolse a me era dello sconosciuto che avevo visto nel locale. Prendemmo l'autobus che andava alla stazione di Tokyo. Per andare da lì alla stazione di Tokyo, tutti usano il metro o il treno. Fece infatti delle deviazioni e ci impiegammo del tempo. Non sembrava ci fossero persone bizzarre che volessero andare a fare un giro impiegando tanto tempo e quelle che salirono in quell'autobus scesero tutte tre o quattro fermate dopo. Un cambio dei passeggeri c'era sempre ma ad essere sempre seduti eravamo quasi solo noi. Saliti per una ventina di minuti, gli altri passeggeri poi scesero tutti. L'autobus, quel cubo deserto mentre andava su e giù, passò per le strade asfaltate deserte. Mi sembrò che una luce in qualche modo vacua fosse messa dentro la scatola quadrata attraversando la città deserta a notte fonda. L'autobus non era più un semplice autobus e anche se attraversava l'oscurità e continuava a correre senza una meta, non lo ritenevo strano. Anche l'aspetto della città, come un fondale di un palcoscenico, sembrava piatto e irreale. Il suggerimento di quell'uomo di prendere l'ultimo autobus era stato per gustare quella sensazione così ricca. Le ruote dell'autobus improvvisamente iniziarono ad emettere forti suoni metallici. Sembrava di essere in un cantiere di una metropolitana perché la superficie della strada era ricoperta da alcune grandi lastre di ferro. Dove c'erano dei cerchi di luce gialla che l'illuminazione faceva brillare, quattro, cinque operai stavano accovacciati in gruppo probabilmente per una pausa e uno tra quelli rivolse il viso verso di noi. "Abbiamo incrociato gli occhi," mi disse l'uomo e indicò fuori dal finestrino. Ma l'autobus, continuando a correre, oltrepassò subito il cantiere. Quando l'uomo seduto nel posto vicino al finestrino e per questo chiamato "posto romantico" scambiò lo sguardo con l'operaio che si era girato verso di noi, l'uomo disse: "Bene! L'anima di quell'operaio e la mia si sono scambiate." L'uomo rise un po'. Guardai i suoi bei denti allineati stretti, stretti. "E' una dentiera!" spiegò l'uomo aprendo bene e più vicino la bocca forse perché tenevo gli occhi fissi lì. "Che brutto! La tua anima si è abbandonata al cantiere! Come sarà? E poi non mi serve l'anima di un operaio," dissi ridendo per scherzare un po'. Forse per via che l'anima dell'operaio si era introdotta in lui, poi sembrò un'altra persona, tenne il viso imbronciato e fin quando ci separammo al capolinea, non parlò. La seconda volta che ci incontrammo fu circa dieci giorni dopo. Quando salii sul taxi, ordinò all'autista di fare un giro visto che qualsiasi posto della città andava bene. Che cosa voleva dire che qualsiasi posto andava bene? "Devi farmi un po' compagnia perché ho qualcosa da cercare," disse l'uomo vedendomi imbarazzata. Ma che cosa cercava in taxi? In una città così grande se si vuole cercare qualcosa da un finestrino di un taxi, dovrebbe essere qualcosa di grande, come un particolare palazzo. Se si è perso un fazzoletto non si dovrebbe assolutamente nemmeno provare a cercarlo in una metropoli. Un dubbio simile mi fece rimanere ancora in imbarazzo. Ciononostante senza aver fissato una meta, quel correre in taxi non era tanto diverso dal mio solito vagabondare. Oltretutto io che mi annoiavo così facilmente delle persone, non m'ero annoiata nemmeno un po' a stare insieme a quell'uomo. Avevo la sensazione che lo avrei accompagnato in qualsiasi posto. Quando il taxi uscì fuori dalle strade trafficate, in breve tempo come se fossimo dentro ad una tasca d'aria nel centro della città, stavamo percorrendo un tranquillo quartiere residenziale. Era una strada accidentata e salimmo su per una lieve strada in salita. Pareva esserci una strada anche nel pianoro che si aprì sulla sinistra e vedemmo di spalle la figura di un uomo di mezza età da solo che camminava nella stessa direzione del nostro taxi. "Ecco, l'ho trovato!" disse l'uomo con tutta la sua voce e indicò il pianoro. "Cosa c'è? La casa di qualcuno?" e inclinando la testa guardai il pianoro dal finestrino della macchina. "Un altro me sta camminando lì." L'uomo dava rapide occhiate tra dentro e fuori l'auto con occhi che erano allo stesso tempo scherzosi e seri. "Hai a che fare con quell'uomo?" dissi e li misi a confronto. Ma nell'aspetto non riuscii a trovare qualcosa in comune. L'uomo ordinò all'autista di andare piano. Il posto che raggiungemmo su per la strada in salita era alla stessa altezza del pianoro e quando il taxi arrivò lì, l'uomo che camminava sulla strada si avvicinò con passo tranquillo. Non potevamo vedere del tutto ma stava portando a passeggio un cagnolino con il guinzaglio. Visto che l'uomo abbassò il finestrino e sporse parecchio la testa, l'uomo che passeggiava guardò verso di noi. "Sono riuscito a far incrociare i nostri occhi. Ora la mia anima è tornata." L'uomo mostrò la dentiera bianca e rise in modo davvero felice. Il cagnolino che l'uomo stava portando a passeggio, in quel momento, si mise di colpo ad abbaiare con un'aria spaventata. Il taxi continuò a correre, perciò la distanza tra noi si allargò ancora. Ma il cagnolino ancora rivolto verso il taxi, abbaiò imperterrito in un modo che somigliava alla sirena di un'autopompa. "Ma guarda, il cane è diventato ansioso. Gli animali sono sensibili," disse l'uomo e poi iniziò a spiegare affrettatamente. Quando ad impercettibili intervalli di tempo le persone incontrano gli occhi con qualcun altro solo per un istante e per caso, si scambiano l'anima. Succede quando non se lo si aspetta, quindi l'anima è aperta e per di più, essendo colti entrambi di sorpresa ci si guarda fisso negli occhi e avviene questo fenomeno. La propria anima se ne va in quella persona, senza doversi fermare all'infinito in qualcuno, e quella persona incontrando a sua volta gli occhi di qualcun altro scambierà il testimone con chi nemmeno si conosce. Nelle grandi città dove vivono anche milioni di persone, ritrovare l'anima che era andata via, sembra sia del tutto impossibile ma in realtà non è come ci si aspetta: l'anima provando affetto per il luogo d'origine, di certo si riavvicina. "Secondo questo cambiamento di cui si è consapevoli, anche noi potevamo scambiarci l'anima continuamente!" aggiunse l'uomo e iniziai a credere alla sua insinuazione. Scendemmo dal taxi, guardai in alto il cielo, sopra lo strato giallo dello smog, il cerchio rosso del tramonto stava scendendo. "Andiamo a rincorrere il tramonto" disse in quel momento. L'aereo delle 17:12 partito dall'aeroporto Haneda volò sempre verso ovest per circa un'ora e mezza e arrivò all'aeroporto "U". Il grande sole del tramonto scendeva come una goccia di sudore rosso versata dal cielo e, spegnendosi nell'acqua profonda e scura oltre l'orizzonte, anche noi poco alla volta sprofondammo nella notte. Il taxi ci portò di nuovo nella città "I" ero in estasi pensando a quel viaggio inaspettato e non guardai fuori dal finestrino. Piuttosto sprofondai nel silenzio quasi nascondendo il viso tra le pieghe dentro me stessa e feci congetture sull'età tra me e lui. 'Se ne ho 20, lui ne avrà 26, se ne ho 30, lui ne avrà 36, se ne ho 40, lui ne avrà 46'. Sembrava potessimo cambiarci liberamente dalla giovinezza alla mezza età. Cioè l'età non era una qualità di grande importanza. Il problema stava nell'anima. Iniziai a notare il fatto che non mi annoiavo nemmeno un po' a stare con quell'uomo forse perché avevamo due anime simili. Poco dopo sulla sinistra comparve una grande ombra triangolare. Sembrava una piccola montagna. Ebbi la sensazione che il taxi risalisse quel fianco della montagna fluttuando nell'aria e che allo stesso tempo dal finestrino entrasse l'aria mescolata un po' con l'odore dell'acqua del mare. Come prima nascosi la testa nelle pieghe dentro me e piegai la testa così quell'odore mentre mi sfiorava la nuca, m'impregnò nel profondo. 'Siamo vicini al mare,' pensai all'improvviso, guardai fuori dal finestrino ma non si vide assolutamente nulla e la vista venne sbarrata da un buio profondo. "Ho sempre voluto provare ad entrare almeno una volta nella stanza che si affaccia su questo panorama," disse quando arrivammo in hotel mentre apriva le tende alla finestra. "Da quando sei andato via da qui, quanti anni sono passati?" gli chiesi ma l'uomo senza rispondere stava in piedi di fronte al panorama. Visto che oltre la tenda che l'uomo aveva aperto per metà con la mano destra c'era solo il colore della sera, per un attimo dubitai che solo lui potesse guardare quella scena che aveva perduto. Ebbi la sensazione che adeguandomi al suo ricordo, si aprissero dei ricordi che io non avevo e fu allora che di fronte ai miei occhi, piano piano passò un punto rosso nel colore della sera. Poco dopo un po' più in alto, apparve un altro punto rosso. I due punti equidistanti continuavano a muoversi verso destra. Tra quelle due luci c'era un'atmosfera in cui scorsi una figura simile ad uno scafo e la superficie del mare intorno ad esso ondeggiava. Ma tutto ciò costituiva solamente un vago grumo nero. Somigliava proprio alla scena di un ricordo che mentre cercava di emergere, non ci riusciva del tutto, e si radicava nel vago confine con la realtà. Le due luci rosse non dovevano illuminare qualcosa, erano accese nel vuoto solo fini a se stesse come se fossero tacitamente soddisfatte spostandosi sopra lo schermo della sera che ci si rivolgeva contro, fino a che sparirono. L'uomo preferì mettersi nudo con la stanza illuminata. Non avevo particolari preferenze. Essere d'accordo con le preferenze degli altri era per così dire la mia preferenza. In questo modo ero una donna che viveva passivamente. Se mi imponessi con le diverse persone che incontro nella vita, somiglierebbe ad una scena qualunque e non farei altro che riproporre il mio ego. Del mio ego conosco troppo. "Sei sicuramente rimasta incinta," disse sopra di me. La mia mano destra si posò sulla sua schiena. Un po' più giù dalla spalla sinistra le mie dita percepirono una parte di pelle tesa e liscia. "E' impossibile," risposi. La mia mano destra mentre premeva forte solo con il dito medio scese piano per la schiena. Il dito seguiva una linea sulla schiena. "Sì, sei di certo incinta!" disse ancora l'uomo. Sentii quella voce penetrare all'improvviso nel mio corpo e di colpo mi agitai. Immaginare di essere rimasta incinta era quasi forte quanto l'essere stata sedotta. Penso che in chiunque esista il desiderio di essere costretti a fare qualcosa che non si desidera. "Sei stato operato?" chiesi passando il dito da sotto a sopra sulla cicatrice della schiena. "A ripensarci, mi viene la tosse," così dicendo, mi girò le spalle e diede un colpo di tosse secca. "E' già dura. Peccato!" Sentii tutta la cicatrice passando il dito e mi sembrava fosse lunga per sette od otto costole. "Mi spiace proprio!" ripetei. Ricordando la mia abitudine di insistere, mi trattenei dall'andare oltre. "Anche due anni fa ho vomitato sangue. Potrei vomitare anche adesso." Quando l'uomo mi disse così, mi eccitai. Desiderai che in quel momento potesse di colpo vomitare sangue sul mio seno nudo. "Vorrei essere contagiata," dissi di cuore. "Così non si può." Si girò ancora verso destra e tossì. "Se pensi che abbia ritegno, ti sbagli." Avrei voluto che tossisse verso di me ma non lo fece mai. "A cosa pensi?" disse guardando in giù. "All'essere venuti fin qui," dissi e dopo mi ricordai chiaramente quando avevamo lasciato perdere il rincorrere il tramonto così distante. "Solo questo?" L'uomo rise. La dentiera che aveva detto essere artificiale, illuminata dalla lampada del comodino, splendette bianca. Come preferiva lui, fece luce persino con la lampada forte del comodino come se la sola luce del soffitto non fosse sufficiente. "Sembri un bambino!" risposi ma non era di certo quello che volevo dire. I bambini non cercano il loro paese. Perché hanno chiaramente davanti a loro quella fantasia. Io invece la immagino nel passato. I bambini probabilmente sognano che esista ma io sognavo cose che non esistevano affatto. Chiamiamolo provvisoriamente il "mio paese". Se però potessi avere una fantasia più bella, allora probabilmente sarebbe una scena in cui persone che dopo tutto non sanno che quel paese non esiste guardano in alto il fondo del vuoto. "Che cosa vedi?" disse ancora l'uomo. "Una scena." "Allora cosa?" "Per esempio questa stanza. E poi te e me." Pensai che quello fosse un sogno. Prima di tutto potevano esistere l'inseguire il tramonto, lo scambio d'anima con l'uomo, l'arrivo nel paese ad ovest dove affonda il tramonto e lo scambio d'affetto con l'uomo che aveva l'anima uguale alla mia? E poi anche l'incontro con quell'uomo non era stato nemmeno un po' reale. "Che cosa pensi?" chiesi io stavolta. "A rovesciare una donna," disse l'uomo e sembrò dire che prendendo con le mani la fessura della donna la si potesse rovesciare completamente. Se l'avesse fatto a me, sarebbe stato facile vivere perché non avrei dovuto esporre all'aria aperta il mio lato esteriore. Continuammo a parlare. Non mi ostacolò nemmeno un po'. Forse la differenza tra l'uomo e gli animali stava nella possibilità di entrare a fluttuare anche nelle vaste pianure dell'immaginazione. Non solo si espande la fantasia ma anche il corpo. Sentii un po' alla volta che mi stava rovesciando. Non ho mai pensato che le persone venissero rovesciate. Ma l'aveva detto l'uomo perciò per me fu subito una cosa possibile. "Sei riuscita a rovesciarti?" disse. Vidi una goccia di sudore scorrere giù per una guancia. Guardandola tanto fisso, il sudore dell'uomo coincise con il sole del tramonto che scendeva come una goccia di sudore rosso colata dal cielo. Aprii la bocca. Come se ingoiassi il tramonto, ingoiai il sudore dell'uomo, mi attraversò il sapore salato del suo sudore e il calore del sole del tramonto a bruciarmi la gola e in quel momento sentii di essere incinta. La coscienza si annebbiò in un bianco opaco e mentre scivolavo nel sonno in un angolo della testa ricordai improvvisamente che arrivati in hotel non avevamo nemmeno cenato e che ci eravamo poi precipitati velocemente a capofitto verso la caverna della coscienza come dentro un pozzo. All'improvviso si udì la sirena di una barca. Volsi lo sguardo verso la tenda della finestra dove albeggiava il sole. Dove sono qui? Vicino a me l'uomo era sprofondato nel sonno. Era un suono lungo e cupo che poi tremolò in un tono triste. Tornò il silenzio come se qualcosa si trattenesse fermo e poi ancora si propagò il suono di una sirena come se provenisse da dentro un tubo. Dove sono qui? Il giorno prima mentre stavamo sull'aereo, avevo continuato ad ascoltarlo parlare del mare, delle strade, del sentiero di montagna, delle sirene di quel paese che un tempo conosceva. In quel momento, nella stanza quadrata dello hotel chiusa con le tende, visto che mi ero svegliata presto, cominciai a pensare che poteva essere che quella sirena echeggiasse da un luogo che non c'era. Forse l'avevo confuso con il rumore del suo sonno o poteva anche darsi che fosse il rumore che l'uomo ricordava nel sonno. Poi quando caddi di nuovo in un sonno leggero, il suono triste della sirena sullo strato superficiale di quel sonno mi fece diverse volte rabbrividire molto. Sembrava corrispondere alla malinconia di cui ero colma. Quell'emozione che avevo quasi dimenticato, riaffiorò insieme a quella sirena dal mio profondo e venne a tingere di un colore tenue la mia vita essiccata. Ciondolandomi nel dormiveglia, mi sembrò di diventare quella stessa sirena e che qualcosa mi addolorasse. Quel qualcosa prese la forma di un grumo di cui stavo per ricordare ma non ci riuscivo e quando ebbi il presentimento di esserci riuscita, mi svegliai. Mentre ero quasi cosciente grazie alla luce della finestra, un po' alla volta la tenda si sollevò. E i forti raggi del sole che filtrarono dalla fessura delle tende, come una linea, mi colpivano gli occhi. Mi alzai, mi avvicinai alla finestra e aprii la tenda. La superficie dell'acqua dello stretto era esposta al sole del mattino colorata di verde. Da destra, c'era una barca contro corrente che procedeva come una lumaca pesante e da sinistra un'altra barca seguiva la corrente navigando leggera. Una dopo l'altra da destra e da sinistra comparivano e passavano barche. La stretta zona d'acqua tra la costa vicina e quella di fronte era animata da quel movimento delle barche. Quell'animosità era in contrasto con il golfo lontano, dove diverse barche straniere se ne stavano profondamente ancorate ognuna nel proprio spazio apposito senza muoversi e nascondendo il respiro sulla superficie dell'acqua. Solo lì vicino dominava un silenzio vellutato. I grandi scafi neri per la fuliggine e rossi per la ruggine si sposavano bene con il verde dell'acqua, il verde della montagna oltre la costa di fronte era ancora più verde e poi in alto il cielo azzurro di mezza estate si apriva come l'infinito. Con quel corpo avvertii un pensiero che arrivava da un posto lontano. "Ti è piaciuto?" disse l'uomo, mi girai e dal letto salì il fumo della sigaretta. "E' la prima volta che vieni qua, vero?" disse ancora l'uomo e io per non incrociare il più possibile il suo viso nella luce forte dei raggi del sole, mi girai verso il panorama. "Certo!" risposi ma in quel momento venni presa dall'improvviso pensiero di aver già visto una volta quel panorama. Però subito dopo mi girai di spalle e non c'era motivo di guardarlo un'altra volta. Dire "una volta" non è un istante così lontano. Al di là del tempo, che non può essere misurato, c'era un io che aveva visto quel panorama e l'io di oggi ricordava con nostalgia quell'io. Parlando così, iniziai ad abbracciare il pensiero che una volta avessi incontrato quell'uomo. All'incontro con l'uomo ero già stata preparata da molto tempo, dentro di me dove non si può vedere era stato incastrato segretamente un quadro non visibile e mentre guardavo, senza che se ne accorgesse, quella scena fantastica, passava il tempo. "C'era una sirena, vero?" dissi rimanendo di spalle. "Perché la mattina presto si alza la foschia. Nella foschia si deve suonare la sirena," rispose l'uomo e lo sentii alzarsi. L'aria condizionata che si era spenta durante la notte ricominciò ad andare e il suo rumore un po' affannoso uscì dall'alto della parete. La camera spaziosa dal soffitto alto con il letto e il sofà in stile antico aveva tanto spazio inutile e la vasca da bagno aveva le piastrelle opache. Tutto induceva al passato e infondeva un'atmosfera tranquilla. Mangiammo al ristorante e uscimmo fuori. Fiancheggiammo il lungo recinto dove erano sbocciati rigogliosi i fiori d'oleandro. Scegliemmo la strada che si allontanava dalla città. Passati davanti al mercato del pesce, la puzza di pesce si riversò sulla strada. Finita la strada c'era solo un edificio piatto, deserto e grande. Vidi un omone con un grembiule di gomma che pareva la pelle di un'otaria mentre passava lì dentro da solo. Proseguendo a camminare, i passanti diminuirono. Sopra le nostre teste, il sole di mezza estate esplodeva vigoroso. "Non c'è nessuno!" dissi camminando con lo stesso suo passo. "Se andavamo dritti a nord, ci sarebbe stata ancora meno gente." Camminava con un'andatura tranquilla di una persona che conosce il posto. "Non abita nessuno nelle vecchie ville rimaste?" Scendemmo piano il lastricato del sentiero un po' in pendenza. La fresca luce del sole del mattino esplodeva bianca e solo noi camminavamo per quella strada in discesa colma di quella luce trasparente. "Se fossero rimaste, ci abiteresti?" Per un attimo mi sentii disorientata perché l'uomo non aveva risposto subito. "Con chi?" stavo per domandare ma mi trattenei. Su entrambi i lati si susseguivano silenziose le case dei pescatori. Il legno esposto al vento del mare sembrava ricoperto di polvere biancastra e non si vedeva nessuno entrare o uscire. Dall'altro lato le tegole della fila di case basse erano piene di luce e così luminose da riflettere il punto dove iniziava il mare. Intorno i fiori d'oleandro mostravano i colori rigogliosi e gareggiavano con la luce nell'aria della spiaggia. C'era un negozio vecchio di dolci e sul palo di fronte un manifesto diceva: "Qui cartoline e francobolli". Mi fermai lì. Sentii crescere un desiderio ed entrai nel negozio. "Che cosa compri?" La voce dell'uomo mi seguì da dietro le spalle. Mi voltai e guardandolo dall'oscurità del negozio dove stavo in piedi era ricoperto dalla testa con i raggi gialli del sole. In quel momento mi accorsi che quei capelli, per la prima volta, non erano ben pettinati. "Pensavo di spedire una lettera." Non riuscii a dire bene il mio assurdo desiderio. "A chi?" "A nessuno." Mentre parlavamo stando separati da dentro il negozio alla strada, da dentro uscì un'anziana signora. All'improvviso avrei voluto scrivere in una lettera: "Sono nel paese ad ovest". Ma non avevo un amico cui poterlo scrivere. Ciononostante l'avrei potuto dire a qualcuno. Chiesi una cartolina e la signora alla soglia con la vecchiaia rispose che sia le cartoline sia i francobolli erano finiti da tempo. Guardando con collera i brutti caratteri del manifesto che dicevano "Qui cartoline e francobolli", uscii in strada. Al contrario il pensiero di trovarmi in un paese di cui non si potevano dare notizie mi diede una bella sensazione. Dopo aver camminato in giro per circa tre ore, ritornammo in hotel e ci stendemmo sul letto rilassando le gambe stanche. Ma dentro di noi c'era qualcosa che non si stancava mai. L'uomo come la sera prima aveva preferito lasciare la luce accesa e preferì lasciare entrare i raggi bianchi del sole del pomeriggio. Aprì la tenda spessa e lasciò solo quella di pizzo: i raggi del sole filtrati nella purezza del merletto si fecero ancora più biancastri imbevendo di un bianco sporco la stanza tenendomi in bilico tra coscienza e non coscienza. Lui sopra e io sotto cominciammo a parlare dello scambio dell'anima. Visto che avevamo due anime simili, più che scambiarcela sembrava di continuare a giocare a catch ball e riprendere la palla tirata. Invece si somigliavano ma non erano uguali. Quando uno dei due aveva lanciato l'anima e ci si era scambiati dell'affetto, chi non la lanciava, cosa faceva? Così gli chiesi. "Cammina nella polvere della città." L'uomo girò un po' il collo per indicare un posto lontano da cui eravamo scappati. "Starebbero separate? Sia la mia che la tua sembrerebbero estranee?" Vidi allora la mia figura vagare senza meta e da sola nello strato di polvere giallastra nella fessura tra un palazzo e un altro. Lui sopra, io sotto, non ci sentivamo mai stanchi. Fuori dalla finestra si muoveva un colore rosso, allora senza girarmi guardai per metà. La stanza era al primo piano ma sul lato verso il mare del piano terra mi sembrava ci fosse una grande terrazza e il tetto della terrazza sporgeva fuori verso il mare a quasi la stessa altezza della finestra col primo piano. Vidi cadere un pallone rosso di plastica su quel tetto di duro cemento. Una bambina corse fuori forse dalla finestra della camera accanto. La palla di gomma si era fermata a pelo con il bordo che sporgeva di cemento perciò la bambina andò a raccoglierla e camminò verso di me. Le due braccia tonde e gonfie spuntavano dalle maniche dell'abito di batista bianca tenendo con davvero grande cura il pallone di gomma. Eravamo separate dallo spesso vetro della finestra per cui i suoi movimenti sembravano di un film muto. Quando la bambina arrivò davanti alla nostra stanza, si fermò di colpo. Iniziò a guardarci fisso con uno sguardo immobile. Pensavo di dirlo all'uomo ma rimasi così, senza dirlo. "Vorrei stare così per giorni e giorni," dissi sentendomi stimolata dallo sguardo della bambina. Intendevo rimanere così, senza mangiare e senza dormire ma mi trattenei dal dirlo così chiaramente. La mia mano destra appoggiata sulla sua schiena scese seguendo la cicatrice di prima e quando risalì su di nuovo, la bambina fece un passo avanti con un piede e sporse il collo per spiare. Ma intanto si volse indietro diverse volte e se ne andò. Fantasticai allora vagamente sull'immagine dell'abbraccio di un uomo e una donna nudi riflessa nelle pupille degli occhi della bambina. La luce bianca che filtrava dalla finestra, senza che nessuno se ne accorgesse, si affievolì e il tempo del mondo esterno scorreva rapido vicino a noi che invece lo avevamo fermato. Fuori dalla tenda arrivarono i colori della notte, il panorama si spense e tutto si dipinse di nero finché si spense anche la memoria insieme al panorama. Allora il suono della sirena da sotto la finestra, si alzò dritto. "Si è alzata la foschia. Ma non si vede," dissi mettendomi a pancia in su. "A sentire quel rumore, mi vengono alla mente i ricordi," disse l'uomo mettendosi a pancia in su vicino a me. La sirena poi suonò ad intermittenza. Suonò facendo vibrare una risonanza malinconica nello spazio dove i contorni di tutte le cose sprofondavano nella penombra della sera. Senza nemmeno riuscire a calcolare se fino al suono successivo passarono 5-6 minuti o 15-16 minuti, continuai ad avvertire solo quella sirena nella mia coscienza assopita. Quel rumore sembrava lagnarsi debolmente di una cosa sopportata nel suo più profondo interno. Sembrava un sospiro emesso improvvisamente da una barca insicura che risaliva lo stretto in una notte immersa nel silenzio. Tutta la notte rispondeva a quel rumore ondeggiando. E poi nella mia notte, sembrò che qualcosa si aprisse lentamente nella testa. Un grumo che stavo per ricordare ma non riuscivo a ricordare, si fermò lì a fluttuare. Che cosa cercavo di ricordare? Quando mi alzai e accesi la luce, quando la stanza fu illuminata con una luce che non poteva non far distinguere le cose, quando emersero alla luce i contorni chiari dei nostri corpi nudi, mentre sbarravo bene gli occhi, me ne accorsi. Ricordai quel luogo in cui ero stata con l'uomo. Ricordai quella presenza. Passarono ben quattro mesi senza incontrarlo. Dopo esserci separati in quel paese, ritornai da sola prima io per cui pensai che probabilmente lui fosse rimasto lì ancora. Cominciai a pentirmi di non avergli chiesto e tenuto il suo indirizzo. Ci eravamo incontrati dando per scontato di incontrarci e così l'arroganza di potersi incontrare ancora inaspettatamente aveva tralasciato il fatto di sapere e tenere gli indirizzi. Non avevo la minima intenzione di dare alla luce un bambino. Ma volevo solo informare l'uomo della mia gravidanza. Anche per questo l'avrei voluto incontrare. Ogni giorno, di pomeriggio, entravo in quel luogo di ritrovo, parlavo un po' con la gente che conoscevo, come sempre mi annoiavo e uscivo fuori senza meta per la città da sola. Ma il mio tipo di vagare cambiò. La mia esistenza non si lamentò più della sua intollerabilità. Non era più un vagare per dimenticare me stessa. Camminavo ovunque sentendo che un lampo di luce bianca mi svolazzava intorno. Quando il lampo di luce si sparse tutt'intorno, le figure delle persone si offuscarono e sentii di camminare da sola. Ma le altre persone non erano necessarie, non ne avevo bisogno. Ogni mio istante era soddisfatto di avere in sé un grande ricordo. Persino un feto come un cristallo di memoria, viveva dentro di me. Volevo parlare con l'uomo. Secondo la sua profezia, ero rimasta incinta. Io che non ero mai stata una volta incinta, lo ero grazie ad una profezia. Camminavo girovagando per la città per tenere viva la mia felicità. Se stavo ferma immobile, seduta o in piedi in un posto, la felicità scricchiolava. Quando cominciavo a vagare, insieme alla mia passeggiata, la felicità si allargava lieve come vapore e saliva ampia verso il cielo. E poi a seconda dei miei sensi si colorava e un fascio scintillante di luce scendeva da destra a sinistra in quel cielo biancastro. Un giorno all'inizio dell'inverno finalmente incontrai la persona che cercavo. Mentre ammazzavo il tempo con le solite persone che conoscevo in quel luogo di ritrovo di quartiere, entrò quell'uomo. Credevo di aver richiamato la sua attenzione con il mio sguardo intenso ma non notò nulla, si sedette e iniziò a chiacchierare con uno di quelli che conoscevo. Era un po' distante dal mio posto per cui non potevo sentire quello che dicevano. Continuava a chiacchierare facendo gesti d'entusiasmo. Aspettai un po' che si alzasse. Erano ben quattro mesi che aspettavo perciò due, tre ore che cosa sarebbero state? E poi la persona che continuavo ad aspettare era già lì davanti ai miei occhi. Sarebbe bastato fare un solo passo per rovinare tutto. Quando lo seguii e uscii fuori, il cielo era ancora chiaro. Il sole stava scendendo oltre i palazzi allineati perciò il cielo limpido della sera mostrava un colore simile ad una porcellana di un giallo tenue. Iniziò a soffiare una leggera brezza fredda. "Hey!" emettendo un sospiro come una linea tagliente dal profondo dei polmoni, lo chiamai da dietro le spalle. L'uomo si girò, mi guardò, si inchinò per salutarmi. Poi s'incamminò con il mio stesso passo. "Hey!" lo chiamai di nuovo perché non aveva detto nulla. Correndo mi avvicinai e gli camminai accanto. "Ci siamo già incontrati, vero?" Allora l'uomo girò la testa e sorrise. Gli dissi della gravidanza. Il paese che avevo visitato insieme con lui emerse vivo. "Che cosa hai detto?" L'uomo tese la mano dietro l'orecchio destro. Vicino al marciapiede dove camminavamo, le automobili correvano senza sosta. Poi l'uomo mi passò dietro e spuntò alla mia destra. "Sai, è perché il mio orecchio destro non ci sente bene," disse e camminò con il mio stesso passo. Le nuvole di polvere che sollevavano le automobili ci assalivano davanti come nebbia. "Naturalmente penso di abortire." Camminavo respirando piano per non inspirare i gas di scarico. L'uomo spalancò gli occhi. Nonostante l'orecchio sinistro dovesse sentire bene, tese la mano anche dietro il sinistro come se fosse desideroso di sentirlo dire un'altra volta. "È stato un viaggio piacevole quello." Alzai la voce. Non avrebbe sentito, se non avessi fatto così. Poi di colpo parlai affrettatamente di quel ricordo come un fiume in piena. "Di chi era il paese?" La sua voce risuonò stranamente forte. "...." Mi sentii disorientata nel silenzio. "Hai detto che ho viaggiato con te?" L'uomo mi rivolse un viso serio come fosse spaventato. Ma quando cambiò l'angolazione, allora sembrò avere persino una maschera. Ripetei un'altra volta il ricordo con tono teso. "Quella persona sei tu?" disse l'uomo in modo deciso. In quel momento in me ci fu un rumore di qualcosa che si rompeva. "É una tua fantasia, vero?" ripeté l'uomo. In me si ruppe ancora qualcosa. Mentre le parole dell'uomo riecheggiavano ancora e ancora, martellava il palazzo di vetro che stava fermo dentro di me. "Mi ricordo così bene. Si può ricordare ciò che non è accaduto?" Insistevo. Insistevo con tutta me stessa. "Non credi che le cose che non sono accadute, siano più chiare? É così," continuò. Un gruppo di pendolari che uscivano dall'ingresso di un palazzo per andare a casa s'intromise fra noi. Mi mise ansia essere separata da lui e mi feci largo tra le persone. "Non hai le prove?" dissi forte al suo orecchio. Forse della gravidanza non c'erano prove certe. Non avevo conosciuto altri uomini. "Hai il biglietto dell'aereo?" disse l'uomo con un viso che sembrava una maschera. Le persone che tornavano a casa dal lavoro stavano uscendo dai palazzi. Camminavano uno dopo l'altro con passo preciso in una determinata direzione ma altri ancora apparivano uno dopo l'altro da dietro. Quando disse così, mi resi conto che non c'era nemmeno una prova concreta. Aveva pagato tutto lui, sia il viaggio sia l'albergo. Però non me ne importava. Anche quando l'uomo voleva negarlo in tutti i modi, in quel momento, per quanto mi riguardasse era diventato più importante convincere me stessa. Venni colpita dalla stessa emozione dell'equilibrista che crede nella propria arte, quando è sospeso sul filo appeso in aria e guarda per caso l'abisso sotto i piedi. Una fantasia? Mormoravo così mentre, sopra il filo, resistendo all'abisso non visibile agli occhi degli altri. Avevo anche una gravidanza isterica. Bisbigliavo ancora sopra così. "Tu chi sei?" Gli stavo vicino. La foschia color zolfo scese sul viso. "Allora, ciao!" Rasserenò il viso e cercò di affrettare il passo. "Parleremo ancora della nostra fantasia. Tu sei la migliore partner per quel tipo di fantasia," finì di dire e camminò per conto suo, s'infilò tra le spalle dei pendolari che tornavano a casa e diventò un altro paio di spalle indistinguibile nel gruppo di quelle spalle scure e mute. Tutto d'un tratto, da ovest, brillò una striscia di luce del tramonto nello strato di polvere che mi piombò davanti agli occhi. I palazzi quadrati che si susseguivano stando uno sopra l'altro nella mia strada, sembrarono tutti stranamente piatti. La superficie di alcuni di quelli che sembravano si fossero appiattiti sul cielo, si impregnò improvvisamente col tramonto cominciando a tingersi di un rosso forte. Tutte le cose divennero solamente una superficie con una linea geometrica e il colore era semplicemente rosso. Era rosso ma freddo. Il vento della sera soffiò come fosse acqua sopra quelle figure. Triangoli rossi di diverse altezze spuntavano come funghi sulla mia strada e tutta quella scena all'improvviso s'inclinò a sinistra senza far rumore. Allora l'atmosfera di un crollo iniziò a galleggiare densa su tutta la città. Si inclinava ma senza frantumarsi affatto. I numerosi palazzi si fermarono, bloccati in aria a metà della loro discesa, e a governare quell'istante bloccato era un terribile e profondo silenzio. Il colore troppo rosso aveva un odore. Era un odore simile un po' allo zolfo. 'Ora sto impazzendo!' bisbigliai e camminai veloce per non impazzire. Passati alcuni giorni provai a chiedere informazioni su di lui alle persone che conoscevo nel luogo di ritrovo. Riuscii solo a sapere che si era presentato come un kami. Da quell'istante del giorno prima, avevo continuato a camminare da sola insieme a quella vista inclinata davanti a me. I numerosi palazzi apparivano nervosamente come alti palazzi di vetro, si tinsero di una luce rossa che non si sapeva nemmeno da dove filtrasse e rimanendo inclinati di traverso verso sinistra, scivolarono nel cielo insieme al mio cammino. All'improvviso ebbi un presentimento, mi girai e a due tre passi di distanza l'uomo mi stava seguendo. "Penso di non abortire ma..." dissi aspettando che mi fosse vicino. "Ho capito. Che bambino nascerà? Vorrei sentire la tua fantasia sul bambino." Aggiunse con un viso interessato. "Certo, è un figlio di un kami!" Risi. Perché provai la soddisfazione di quello che avevo detto. "Che dici?" La voce dell'uomo s'interruppe con il rumore graffiante delle macchine che correvano vicino. La polvere turbinava davanti agli occhi. "Cosa?" L'esistenza girava in tondo perché avevo inalato il gas di scarico. "Pensi delle cose senza senso." La voce dell'uomo uscì grattando dal rumore delle macchine. "È perché ho capito chi sei!" Anche se inalavo il gas di scarico, anche se respiravo piano per non inalare, in ogni caso il respiro era difficile. L'esistenza girava. Anche se cercavo di vivere, i capogiri, quei sogni mi assalivano. Sull'orlo del cielo nuvole sottili che coprivano il cielo erano spezzate e un lungo spazio orizzontale si apriva mostrando una profondità senza limiti. Quello spazio in cui se fosse stato giorno, doveva intravedersi un cielo azzurro, brillava ora uniformemente con una luminosissima luce gialla come fosse un palcoscenico dove in quel momento ci si aspettava si mettesse in scena qualcosa. Poco dopo quello che ci si aspettava, fu messo in scena. Dall'estremità delle nuvole, il sole del tramonto scivolò giù. Il suo contorno continuò a tremolare come fosse un metallo che brucia lentamente e anche al suo interno il luccichio delle fiamme dorate continuava a muoversi. L'aria d'inizio inverno era tesa e limpida, c'era poca afa e per questo il sole del tramonto non si tinse di quel colore imbevuto di sangue. Avrei voluto inseguire per una volta il tramonto. Avrei voluto salire una volta sull'aereo delle 17:12 dall'aeroporto Haneda. Avrei voluto scendere all'aeroporto U dopo aver volato per circa un'ora e mezza verso ovest. Ma sarei potuta arrivare nello stesso posto? Allora, in quel momento la sirena suonò di fronte a me. Si ripeté una serie enorme di volte e suonava da dietro quell'aria biancastra scioccandomi nel profondo. L'emozione di qualcosa di vivo si espanse insieme a quella sirena. Somigliava alla tristezza. Ma non avevo ragione di essere triste. Forse, era perché c'era qualcosa di nostalgico e provavo una nostalgia confusa a tristezza. E poi vidi laggiù molto distintamente. "Riesco proprio a vederlo. Anche quella stanza, anche quella vista dalla finestra sullo stretto," dissi alzando gli occhi verso il cielo ad ovest. Mi ritrovai a fissare quel luogo che non c'è da nessuna parte, al di là del cielo. "Da destra e da sinistra passavano tanti pescherecci, navi da carico e navi turistiche, vero?" L'uomo mi assecondava. "Le navi straniere stavano ancorate come se abbassassero la testa sulla superficie dell'acqua in quel golfo,"continuavo a dire stando in estasi. "Le onde e i vortici splendevano nel sole abbagliante di mezza estate, vero?" "Certo! Gli oleandri erano fioriti con una vitalità che sembrava respingere il sole." Se provavo a parlare di quel luogo che non si trova da nessuna parte era invece un luogo esistente dove il sole del tramonto scendeva sull'orizzonte aperto dentro di me. E poi cominciò a sembrarmi che le cose avvenute quattro mesi prima non erano finite. Anche rimanendo impalata in quella polvere della città, mi ritrovavo ancora in quel paese. Sicuramente allo stesso tempo ero lì e anche in quel paese. "Ho capito! Non ho bisogno nemmeno un po' di ritornarci lì! Ci sono già lì!" bisbigliai piano. In quel momento l'uomo mi afferrò stretto il polso. "No, ci siamo stati lì!" alzò la voce impaziente. Fissai il viso dell'uomo. Ma l'uomo apparve ancora con un viso che sembrava una maschera.