Spazio simbiotico (1971) Non c'era nemmeno brezza e l'aria stagnava pesante. Shöko si alzò e provò a sporgere il braccio fuori dalla finestra ma, tranne la differenza tra buio e luce, si palpava ancora la stessa aria afosa di dentro. "Pare arrivi un tifone. Ecco perché!" disse Nobuo proteso sopra i caratteri del giornale che teneva aperto sul tatami. "Non si può fare qualcosa con il ventilatore?" Shöko provò ad agitare il braccio fuori dalla finestra come se rimescolasse il buio anche se non c'era verso di fare aria. All'estremità del giardino, il bucato steso ad asciugare la sera, ciondolava come un pallido grumo bianco. La forma dei vestiti sembrava stare a testa bassa per il peso. "A quest'ora l'elettricista non viene!" Nobuo richiuse il giornale e si lanciò verso l'angolo del chanoma dove venivano accatastati nuovi i giornali di due, tre giorni. Più che trascurare le pulizie, diciamo che era pigrizia: senza leggerli ogni giorno come fanno tutti ma essendone a modo suo interessata, aveva l'abitudine di accatastarli per due, tre giorni fin quando non avesse davvero avuto voglia di leggerli. "Dai! Fallo tu!" Shöko sentì, mescolata alla sua voce, un'eco stridula. "Guarda che non sono un elettricista! Se non ci riesci tu, non ci riesco neanch'io!" Nobuo si sdraiò supino sul tatami. Spogliandosi avrebbe sentito subito l'aria calda e avrebbe avuto ancor più caldo, allora si slacciò solamente i bottoni della camicia estiva. "Non puoi provarci almeno un po'?" disse Shöko ma ricordando che una signora che conosceva provvedeva da sola a tutte le riparazioni elettriche, chiuse la bocca. Sporse il collo fuori dalla finestra e guardò in alto la luna gialla appesa al cielo. Con quel calore era offuscata anche la luna. Pareva che l'afa intorno alla luna emettesse fiamme. Quelle fiamme però nel vago ribollio, non ardevano né si spegnevano ma scaldavano il viso della luna e nient'altro. "C'è un caldo davvero da pazzi! É da andare via di testa!" "Non c'è niente da fare! Andremo anche via di testa!" Shöko camminò piano piano nel chanoma e prese tutti i giornali ammucchiati male nell'angolo. Per via del velo di polvere depositata, per il tatto della carta ruvida, per il colore torbido della carta e per quel modo di riempire tutto con caratteri scuri e minuti, il loro volume nel caldo opprimente si fece ancor più pesante. Li lanciò fuori in corridoio e pensò che altrettanta aria fresca scivolasse nel chanoma ma l'aria come se avesse familiarizzato con l'afa, rimase com'era. Ancora con lentezza Shöko si accovacciò sul tatami che, per via del ventilatore rotto, era ricoperto dall'apatia di Shöko che non voleva nemmeno tirare fuori il ventaglio e da quella di Nobuo. Le mani e i piedi trattenevano molta umidità e glieli faceva avvertire come degli strumenti lenti che non rispondevano alla sua mente. Nobuo rimanendo supino, chiuse gli occhi e si mise a fischiare. Nella serata troppo silenziosa in cui padroneggiava solamente il caldo, il fischio saliva lento come il fumo dell'incenso. Era una canzone famosa di cinque, sei anni prima. A cosa pensava mentre fischiettava una melodia di quando ancora non si conoscevano? sembrava pensare Shöko ma non c'era nessun modo di entrare nella memoria di Nobuo. Tuttavia quella melodia d'improvviso accese una luce nella testa di Shöko, allargò un alone arancione e quando fece luce nel buio della memoria, affiorò la figura della sorella maggiore con la quale aveva vissuto sempre insieme. Stando lì senza neanche cercare di afferrarla, Shöko seguì vagamente con gli occhi la figura di sua sorella. Allo stesso tempo mise gli occhi su Nobuo; percepì la situazione in cui la parte nella testa di Nobuo che lei non conosceva sembrava prendere colore e s'innervosì un po' nel non volere nemmeno sapere cosa fosse ma s'innervosì un po' a pensare che neanche Nobuo aveva modo di entrare nella sua memoria. Ma Shöko si limitò a fissare furtivamente il suo aspetto in cui giacevano, senza nemmeno toccarsi, come due oggetti nel calore di quella serata, le parti di memoria di ognuno che vennero a galla grazie a quella canzone. Una motocicletta si fermò davanti al cancello e si udì il rumore di qualcosa che veniva messo nella cassetta delle lettere. Il motore anche in quel momento non si fermò, "Espresso!" disse una voce che veniva coperta da quel bel rumore che vibrava potenza e la motocicletta corse via. Nobuo si alzò e uscì verso il cancello. Mentre il rumore della motocicletta come un trapano apriva un buco profondo nello spesso strato di buio, proseguì e parve sparire; a seconda dell'angolazione echeggiò ancora un po', sembrò essersi dileguato davvero ma proseguì dritto perché l'eco rimase ancora nelle orecchie e Shöko fantasticando assente inseguì il percorso lasciato da quel rumore. "É Fujiyo!" disse Nobuo porgendole l'espresso. "Mia sorella? Cosa sarà successo?" Shöko posò sul palmo della mano la busta come un oggetto fragile e osservò la calligrafia nervosa scritta sopra. Entrambi, lei e Nobuo, erano i destinatari. "Non c'è nulla di cui aver paura", Nobuo più che la lettera, guardò invece Shöko con sospetto. Forse era proprio il viso di Shöko a sembrare una fragile porcellana. Nobuo prese il bicchiere dal tavolo e bevve tutto d'un fiato il sidro rimasto. Lei guardò il suo gesto pensando che il sidro si fosse svampito oltre che intiepidito. "Tu non la conosci!" anche se Shöko teneva in mano quella lettera, era innervosita da Nobuo che beveva il sidro svampito oltre che intiepidito. Ma nonostante tutto, la busta non era particolarmente strana. Shöko si era meravigliata solo del fatto che, come un presagio, la sorella era entrata all'improvviso nel tempo dilatato e pigro della serata estiva. Shöko aprì la busta. "Domani sera, vengo. Fatemi dormire lì una notte. Fujiyo." La lettera diceva solo questo. Erano scritte due righe in parte, non c'era nulla sul resto della carta da lettere e anche l'altro foglio da carta da lettere che c'era assieme era rimasto vuoto.* "Non pensi sia strano?" Shöko la mostrò a Nobuo e gli spiegò perché lo ritenesse strano. Capiva il motivo dell'espresso perché si trattava dell'indomani. Ma se era solo per una cosa così, bastava una cartolina. La lettera tutta vuota, in quello spazio vuoto, aveva l'aria di costringerli a qualcosa di noioso. "Qualcosa di noioso? Per esempio soldi?" disse Nobuo facendo svolazzare quel foglio bianco in aria. "No, lei non è una persona materialista. É una persona d'animo." Shöko pensò a quella stessa anima come una noia. "Tu l'ammiri?" "Non si tratta di ammirare. C'è stata solo una volta che l'ho ammirata?" "Fujiyo mi mette molto in imbarazzo." Shöko in tutto quello spazio bianco della carta da lettere che Nobuo aveva fatto scivolare sul tatami, sentiva l'animo di Fujiyo tremare. Pensare così non era nient'affatto pensare troppo. "Chissà come mai vuole venire!" disse Shöko ma, visto che Nobuo non rispose, quelle parole rimasero a galleggiare pesanti nell'aria. No, fu piuttosto l'esistenza di Fujiyo a diventare ingombrante nel loro silenzio. Se da parte sua Shöko cercava di fare chiarezza sul profilo di Fujiyo, anche Nobuo d'altra parte pareva fare la stessa cosa. Ma mentre Shöko la scrutava dentro, Nobuo la guardava solo fuori. Nessuno, in questo mondo, nessuno la conosceva come la conosceva Shöko. "Non lo dire a mia sorella, eh?" disse Shöko venendole in mente all'improvviso. Nobuo dal silenzio profondo alzò piano un viso dubbioso e un istante dopo su quel suo viso si mosse una luce agitata. "Ma non lo sai ancora!" "Non mi sbaglio. Anche ieri ho avuto un po' di nausea," e Shöko portò le mani alla gola e imitò il gesto. "Hai vomitato?" "Il mio intuito non sbaglia mai. Anche se non ho ancora vomitato." Anche la semplice asprezza che una cosa separata da sé, dal fondo del corpo, germogliasse, era un motivo valido a fare vomitare una donna incinta. Shöko aveva meditato e rimeditato in questi ultimi giorni su quel pensiero. "Accidenti, se lo sapesse mia sorella! Quella è gelosa!" Fujiyo le aveva fatto visita solo una volta molto tempo prima, quando Nobuo non era in casa e, se l'avesse saputo, chissà che angoscia sarebbe stata per lei che evitava a tal punto di incontrarli. L'angoscia sembrava essere per Fujiyo ma Shöko, costretta a vedere quella Fujiyo, si riteneva lei stessa angosciata. Shöko raccolse dal tatami la lettera e fissò quella calligrafia. Erano caratteri con dei tratti nervosi. Anche ora Fujiyo sembrava avere un modo di vivere simile a quei caratteri. Nel periodo in cui vivevano assieme avevano una calligrafia abbastanza simile. Ma, dopo essersi sposata e passati gli ultimi tre anni, i caratteri di Shöko apparivano più rilassati e fluidi. Allo stesso modo, Shöko si allontanò da Fujiyo e doveva essere cambiata. Tra le due, sia da parte di Shöko, che da parte di Fujiyo, si creò un abisso. Non tennero nemmeno della corrispondenza fra loro, come se avessero saltato con forza il vuoto di questi tre anni, e ora era arrivato questo espresso. Per quale motivo veniva a trovarli? Passarono le dieci. Come prima non c'era nemmeno brezza e, mentre cresceva l'afa tiepida, tutto ristagnava. Anche se avesse corso per le strade buie portando il ventilatore rotto a riparare, non avrebbe incontrato la brezza ma solo il viso giallo della luna che sembrava avere la febbre. C'è da ringraziare o no di essere rimaste incinta? Non c'era più niente da fare con quel corpo, non si potevano fare previsioni per il futuro, il passato che si era lasciata alle spalle era ripugnante e certo; e Fujiyo veniva dal bel mezzo di quel passato. Shöko cercò di scivolare fuori dal cerchio di questi pensieri e uscì nel corridoio barcollante. Tese le orecchie perché all'improvviso giunse un suono ininterrotto dal buio profondo al di là del giardino. Non era un campanello. Era il rumore di un essere vivente. "Cosa sarà?" Shöko si girò verso il chanoma. "Non è una cicala?" così dicendo anche Nobuo si alzò in piedi e guardò fuori dalla finestra. Era il rumore di qualcuno che stirava e bruciava qualcosa nello spesso strato della notte. Arrivava dalla pineta a destra. "A quest'ora della notte è un verso insolito," Shöko si avvicinò a Nobuo e sporse il collo fuori dalla finestra. "Che sia un presagio?" "Le cicale sentono i tifoni!" disse Nobuo e si scostò dalla finestra. "Non intendevo questo. E' un presagio del suo arrivo!" e Shöko accennò ad un sorriso. Dopo avere finito la spesa dal macellaio e dal fruttivendolo, Shöko camminava svelta tra la gente che andava di qua e di là nel caldo pesante e apatico. Quando guardava le signore con quello sguardo da lucilie* che tenevano in mano tutte quelle cose da mangiare nei cesti enormi, aveva l'impressione che si facesse sfoggio della loro avidità tenuta nascosta e le veniva sempre voglia di evitarle. E quando per esempio aspettava il suo turno dal macellaio vicino ad una signora che comprava in una volta anche 800 grammi di carne, non aveva nemmeno più voglia di comprare. Forse ha una famiglia numerosa? Ma a pensare quella donna come un ammasso dello stesso tipo di carne esposta in vetrina, non le veniva per niente voglia di mangiarla. Però quel giorno la spesa di Shöko si fece più grossa rispetto al solito per via di Fujiyo che arrivava la sera. Passeggiando nel centro commerciale teneva lo sguardo dritto e camminava. Molto più in là, anche se sereno, c'era un cielo ingiallito e carico di afa e nonostante si divincolasse a passo veloce dall'afa delle signore, anche il colore del cielo, oppresso da altra afa ancora, le si poneva davanti. 'Il tifone non sembra ancora arrivato. Secondo la televisione colpirà domani pomeriggio': pensò. Shöko guardò per caso sulla destra. C'era un fruttivendolo. Era un negozio in cui non era entrata neanche una volta. Ma le pesche allineate lì, senza nessun motivo, le stuzzicarono l'appetito e fu attirata a comprarle. In quella sera che preannunziava la stessa aria statica della sera prima, provò a disporre con la fantasia quelle pesche come fossero un pezzo di quadro di una natura morta e riuscì a sentire una certa freschezza. Ne comprò sei e uscì dal negozio. Cominciò a camminare tenendo con la mano sinistra il sacchetto di carta con dentro le pesche perché la cesta della mano destra era piena ma d'un tratto sentì quel peso come un corpo estraneo e scomodo. Anche perché sia lei che Nobuo non avevano l'abitudine di mangiare tanta frutta. E poi non era mai accaduto che lei comprasse e mangiasse le pesche dopo che da piccola le avevano fatto venire la diarrea. Tuttavia camminando fino alla fermata dell'autobus e nel dondolio del tragitto, quella sensazione di un corpo estraneo della mano sinistra, senza che se ne accorgesse, si indebolì e il profumo fresco e agrodolce le arrivò di continuo davanti al naso. Quando cercò di ricordare quel tenue profumo, le apparì davanti agli occhi la bancarella del negozio di frutta. Le pesche biancastre che avevano un prezzo diviso a seconda della grandezza, le piccole, le medie e le grandi, erano disposte come se salissero in competizione il lieve pendio della bancarella e tutte assieme diventavano un corpo unico che respirava felice. Quando tornò a casa e ripose le sei pesche nel frigorifero, le rimase in mano la freschezza come se avesse portato anche tutta la bancarella del fruttivendolo. In cucina cominciò i preparativi per la cena. Oltre la finestra, nel cielo proprio di fronte, stava fermo immobile il sole del tramonto. Fluttuava nell'afa leggermente giallastra con una flemma da dormiveglia. Non aveva un contorno chiaro e si impregnò di rosso. Shöko fermò le mani davanti al lavandino e stette ad ascoltare. Si avvicinava un rumore di passi. Si può dire con sincerità che qualcuno stava calpestando forte per terra passo dopo passo ma tra l'uno e l'altro sembrava venisse sventolato qualcosa nervosamente. Era qualcosa che trapelava tra il rumore dei passi allargando il fare vago e incerto ma il modo di camminare non ne era turbato; calpestava il suolo con precisione procedendo dritto. Forse non stava guardando nemmeno altrove. Una volta decisa quale direzione prendere, camminava dritto verso di là. Non è che non guardasse mai altrove ma nel caso in cui si guardava attorno, c'era una netta differenza perché lo faceva dall'inizio alla fine; se invece c'era qualcosa dentro di lei che la faceva distrarre, solamente i piedi procedevano e non aveva lo spirito d'animo di guardare a destra o a sinistra. Quel qualcuno ora pareva venire dalla strada asfaltata verso la stradina, la sicurezza dei rumori dei passi cessò, si mescolò al rumore della ghiaia schiacciata sotto i piedi e allora la polvere fine della terra si attaccò alla pelle delle scarpe facendogli forse borbottare: "Oddio! Per quanto le si lucidi con cura, è una rovina, odio i posti fuori città!". Quando Shöko uscì per andare fino al cancello, Fujiyo si fermò a metà del sentiero, affiancato da siepi, che conduceva al cancello. "Esci? Per la spesa?" Fujiyo tenendo con la mano destra la borsetta e una piccola valigia, indicò la strada che aveva appena percorso. Portava un sacchetto di carta con il braccio sinistro. "Sono uscita per venire a prenderti!" disse Shöko e voltandole le spalle entrò in casa. Si trattenne dal dire che aveva riconosciuto il suo passo. Oltre a Fujiyo non c'era nessuno che avesse quel modo di camminare. Ma se Nobuo l'avesse sentito, l'avrebbe riconosciuto? Avrebbe ascoltato fino a quel qualcosa che oscillava tra un passo e l'altro? "Ho comprato delle pesche. Anche se sono poche!" e quando Fujiyo le disse così da dietro le spalle, a Shöko cascò il morale a terra come se avesse sentito il cupo ronzio di un aereo attraversare il cielo da qualche parte lontano. Nonostante le orecchie fossero lì e il rumore fosse all'estremità del cielo che non si vedeva, le orecchie vennero trascinate via insieme al passaggio di quel rumore. Quando concentrò l'udito in quel modo, si ebbe la sensazione che venisse sollevata con tutto il corpo, leggera, verso il cielo malinconico e che vi si opponesse, non sapendo se fosse un bene o un male. Shöko si girò assente. Fujiyo le porse il sacchetto di carta che aveva portato. "Perché hai portato le pesche?" le disse fissandola in viso. "Già, è vero, non ne mangiavi tante tu." "Di recente ne ho mangiate un po'," disse Shöko in modo ambiguo e mentre si sforzava di togliere qualsiasi espressione dal viso, prese il sacchetto. Sbirciò dentro e c'erano sei pesche. La sensazione sospesa tra il bene e il male improvvisamente s'inclinò verso il male. "Se le mettiamo in fresca, andranno bene dopo mangiato," disse Fujiyo con aria divertita. "A te piacevano le pesche?" chiese Shöko con disinvoltura. "Ma...mentre camminavo per strada mi è venuta voglia di mangiarle." "Dove le hai comprate?" "Al centro commerciale." "Il centro commerciale di qui?" Shöko sentì qualcosa di tagliente nella sua voce. Poteva mica essere lo stesso negozio del suo centro commerciale? "Le ho comprate da me. Ma cos'hai? Non mi piace il tuo modo di farmi tutte queste domande, sei sempre la stessa!" Anche in quella voce di Fujiyo c'era qualcosa di tagliente. Shöko, senza dire altro, entrò in cucina portando il sacchetto di carta. Come aveva pensato la sera prima, Fujiyo era venuta a fare visita portando come previsto una noia. Si trattava solo di pesche. Ma Fujiyo le aveva portate mettendoci dentro la sua anima. Quando in quel centro commerciale le pesche che di solito non comprava le avevano stimolato senza motivo l'appetito, forse proprio in quel momento anche a Fujiyo nel centro commerciale tra casa sua e la stazione, senza motivo venne voglia di mangiare pesche. Proprio come se le loro due anime stando distanti si fossero trasmesse un messaggio, avevano finito per comprare la stessa cosa e nella stessa quantità. Shöko sentì Fujiyo che faceva scorrere l'acqua del lavandino probabilmente per lavarsi il viso e le mani appiccicate di sudore. Aprì il frigo e ci dispose le pesche portate da Fujiyo. Lì dentro se ne stavano buone le pesche comprate da lei. Per un attimo le guardò fisso. Le une e le altre, la buccia liscia come fossero depilate, molte parti bianche e poi con un'impressione inaspettata cambiavano il colore in rosso e sulle parti rosse come se uscisse sangue da dentro i pori sulla buccia, formavano piccole macchie. Essendo state del tempo in frigorifero, le sue pesche, rispetto a quelle di Fujiyo che aveva portato a piedi nella calura, sembravano un po' più fresche. Shöko tirò fuori dalla credenza la vecchia carta da pacchi, per avvolgere e non vedere più le sue pesche e con ancor più cautela le coprì con la verdura. Nel caso Fujiyo avesse aperto il frigorifero, non avrebbe notato che c'era la stessa cosa. Visto che avevano provato la stessa cosa nello stesso momento, temeva che Fujiyo se ne accorgesse. Bastava che conoscesse solo lei quella ripugnanza. 'Se viene a saperlo, sentirà di certo la stessa cosa' pensò Shöko arrabbiata e chiuse forte il frigorifero. Ma ciononostante non aveva sentito una cosa simile anche Fujiyo, nei vent'anni che avevano vissuto insieme nella casa dei genitori? Forse anche Fujiyo pensando la stessa cosa, era rimasta zitta? Era successo che Fujiyo aveva lasciato la casa dei genitori e per un po' era andata ad abitare da sola in affitto ma con la sua assenza le sue cose attaccarono insistentemente Shöko. Perché c'era di mezzo Nobuo ma anche perché, dopo essersi rese conto che avevano solo due anni di differenza, lo spazio che si era costruito fra loro e che respirava vivo, le aveva d'improvviso divise in due. Shöko ne provò sollievo e allo stesso tempo realizzò che ormai Fujiyo, non standole più davanti agli occhi e uscita dalla sua vista, aveva invece iniziato a prendere vita nella sua fantasia. Poteva immaginare ciò che Fujiyo faceva in un luogo distante e separato più chiaramente di quando vivevano nella stessa casa. Quando fantasticava da sola a notte fonda, poteva sentire il respiro delle spalle di Fujiyo e quando si girava esitante per la sorpresa, naturalmente Fujiyo e il resto non c'era: c'era solo la tenue lampada al neon che illuminava il muro. La voce di Fujiyo quando la chiamava aveva un timbro che andava oltre la realtà, proveniva dal buio profondo da qualche parte lontano; in quella voce c'era qualcosa di simile a odio e aveva qualcosa di totalmente sincero. No, piuttosto erano le sensazioni di Shöko vicine all'odio. Ma non ce n'era motivo. Così si irritava per un'esistenza che viveva vicino: anche se lontana, viveva vicina. Mentre Shöko pensava in questo modo assurdo tra sé e sé, cominciò a meditare di fare un telegramma. Quando provò a fare rotolare nella testa i caratteri che dicevano 'TI ODIO', provò piacere come se convergesse tutta in quelle parole. Pensando che il testo di quel telegramma avrebbe trafitto Fujiyo, rise di nascosto. Dopo avere giocherellato un po' su queste fantasie, si annoiò; stava per andare a letto quando suonò il campanello al cancello: il postino era venuto a notificare un telegramma. Viste le parole che dicevano: 'TI ODIO', Shöko rimase impietrita. Nella sua immaginazione la scena di ciò che faceva Fujiyo aveva sempre una certa cornice. Questa cornice aveva un colore antico; per esempio la piccola finestra che non faceva filtrare tanta luce e vista da fuori appariva incastrata lunga e stretta tra le tavole di legno delle pareti esterne che avevano delle crepe per via della pioggia e del vento di molti anni, e poi sopra sporgeva pesante la tettoia. Davanti alla finestra a vetri c'erano delle sottili grate di legno che non si possono vedere spesso al giorno d'oggi; aveva quasi l'aspetto di una finestra da stanza per la cerimonia del tè. Ma la tenda che si vedeva appesa dentro di un giallo vivo sciupava tutte quelle caratteristiche. Si intravedeva da quella finestra così finemente antica ma resa cupa e squallida come il colore della passione repressa. Un giorno Shöko, senza nemmeno avvisare, fece visita per la prima volta a Fujiyo nella sua casa in affitto. Seguì la strada sinuosa del vecchio quartiere residenziale e camminò guardando attenta le targhette casa per casa. C'erano anche delle case senza targhetta sui pilastri dei cancelli, come pure quelle dove era difficile leggere perché si era annerita. I vecchi quartieri residenziali erano così sciupati e davano proprio l'impressione che chi ci abitava occultasse il nome e ci si nascondesse. Nel mezzo di una stradina sentì che qualcosa dall'alto richiamava la sua attenzione e guardò su. Dalla finestra della casa al primo piano coperta da un albero verde scuro, Fujiyo agitava la mano. Allora si accorse che la finestra e la tenda erano in tutto e per tutto come quelle che aveva immaginato e, più che sorprendersi, le si gelò il sangue nelle vene. "Ti aspettavo!" disse Fujiyo quando Shöko entrò nella stanza. Shöko gettò gli occhi fuori dalla finestra: si poteva vedere la lieve salita del pendio che aveva percorso diventata ora una vaga linea sottile. "Si vede bene fuori!" Shöko pensò agli occhi di Fujiyo che, nostalgici e maliziosi, avevano guardato dalla finestra la sua figura che camminava cercando casa per casa. "No, non è vero. E' da stamattina che sentivo che saresti venuta." Shöko sforzandosi di non avere sentito davvero quelle parole di Fujiyo cambiò discorso. Le voci di Nobuo e Fujiyo che parlavano nel chanoma arrivavano fino alla cucina. Nobuo più che rispondere semplicemente, deviava le parole di Fujiyo come fossero mosche da scacciare fuori e Fujiyo, senza nemmeno provare ad immaginare i pensieri di Nobuo, anzi, fingendo di non capire, spargeva in giro tutto ciò che voleva dire. Mentre Shöko stava lì a lavare i piatti dopo cena, si irritò a sentire la disarmonia delle loro voci. Anche per tutto il tempo della cena si era irritata. Nobuo non voleva per niente parlare con Fujiyo. Fujiyo voleva assolutamente parlare con Nobuo. E Shöko non voleva per niente che parlassero. Sentì la nausea salirle da dentro il petto e smise di lavare i piatti. Rimase immobile lì di fronte al lavandino. Era la quinta volta. Aveva desiderato che non le venisse nausea mentre Fujiyo era lì in quella casa. Sarebbe stata anche grata se non fosse accaduto davanti a lei. Più che per il solo fatto che era incinta, sarebbe stata gelosa che lo fosse stata di Nobuo. Shöko tenne gli occhi sulla potenza dell'acqua corrente che zampillava fuori dal rubinetto con la schiuma bianca e sottile, e trattenne con forza la nausea. La prima volta che le era venuta nausea era stato circa due settimane prima. La nausea era salita portandole insicurezza come se qualcosa la sollevasse di traverso: sembrava che frammenti del sogno della sera prima riaffiorassero chiari di giorno da un luogo che si faceva largo da qualche parte nel profondo del corpo. Nobuo era solo contento ma i suoi sentimenti non furono di certo così. Shöko viveva non sapendo come trattare il suo corpo che aveva ricevuto così senza potere fare nulla, dal fondo del suo corpo cominciava a vivere un altro corpo accettandolo ancora senza potere fare nulla e probabilmente si gonfiava a vista d'occhio come qualcosa di vivo: tutto ciò le fece pensare che avrebbe rafforzato l'incertezza che già viveva. Perciò Fujiyo non aveva nessun motivo di essere gelosa di Shöko. Ciononostante Shöko si aspettava occhi profondamente gelosi da Fujiyo di certo perché c'era di mezzo Nobuo. Calmata la nausea, Shöko tirò fuori dal frigorifero le pesche che aveva portato Fujiyo come dessert. Ne sistemò sei nel cesto della frutta. Di colpo le venne un'idea: ne tolse tre e le sostituì con tre di quelle che aveva comprato lei e che aveva nascosto in fondo al frigorifero. "Spengo il ventilatore! Non mi piace!" disse Fujiyo a Nobuo quando Shöko entrò nel chanoma. "No, finalmente faceva un po' d'aria!" Nobuo agitò forte la mano destra facendo cenno di no. "Il tifone arriverà a momenti perché procede rapidamente." "Ieri sera si è rotto e non sapevamo come fare con questo caldo!" Nobuo per rafforzare le sue parole, si asciugò il sudore con l'asciugamano. Sembrava asciugarsi anche il calore trasmesso da Fujiyo. "Le ha portate mia sorella!" così dicendo Shöko pose sul tavolo il cesto della frutta, i piattini e i coltelli. Fujiyo regolò la direzione del ventilatore. Disse che aveva portato vestiti da tutti i giorni ma quello che aveva addosso non sembrava da tutti i giorni visto com'era tutto plissettato. "Ecco, fa aria solo verso di voi." Fujiyo si risedette togliendosi dal passaggio dell'aria. "Col sudore non si rovina il trucco?" disse Shöko guardando indietro al viso di Fujiyo che aveva pesantemente truccato probabilmente per farsi notare da Nobuo. "Va bene, se avete aria voi due." Fuori dal passaggio dell'aria, Fujiyo stava vigile. Si era posta appositamente distante da loro con uno sguardo divertito e masochista. "Io ne mangio due," disse Shöko e mise nel piattino una pesca di entrambe le sorti. "Ne ho comprate sei contandone due a testa," disse Fujiyo e anche lei volle prendersene due. "Sembra più buona questa." Shöko le sistemò nel piattino di Fujiyo prendendo una pesca per sorte. "Per me basta una," disse Nobuo. Shöko voleva fare la prova anche con Nobuo ma siccome così non poteva, si limitò ad assicurarsi solo che quella presa da lui non fosse quella di Fujiyo. Iniziò a mangiare quella di Fujiyo. Si trattava solo di una pesca. Ma Fujiyo ci aveva racchiuso tutta la sua anima. E lo sentiva perché le avevano comprate tutte e due nello stesso momento. Avevano pensato lo stesso testo di telegramma nello stesso momento, una aveva immaginato che l'altra venisse a trovarla anche senza preavviso, l'altra conosceva prima di partire l'aspetto della casa dell'una senza averla ancora mai vista: così erano pesche che contenevano la stessa anima. La polpa agrodolce del frutto si sciolse piano sulla lingua. Nonostante si fosse raffreddata dava una forte impressione che dentro fosse tiepida e quando si spalmava sulla lingua, diventava un grumo inafferrabile, fino a quando deglutì tutto d'un fiato in gola quel grumo che si era sparso per tutta la bocca. Diventato dello stesso calore della bocca, cadde dentro al suo corpo. Poi cominciò a pelare col coltello la pesca comprata da lei. Il coltello, che proseguiva sulla parte biancastra della buccia sottile, arrivò dove si svelavano le macchie rosse simili a sangue e la pesca perse subito consistenza. "Non pensi sia un po' diversa?" dicendo così con la bocca piena di polpa della sua pesca, rivolse lo sguardo a Fujiyo. "Cosa?" Fujiyo stava ancora addentando la prima pesca. Il succo trasparente le stava scendendo giù per il mento. "Anche se sono le stesse pesche, queste sembrano più mature." Si accorse che le sue pesche rispetto a quelle di Fujiyo erano un po' più molli. Fujiyo che non era ancora sposata aveva ancora qualcosa di duro da qualche parte e lei, già sposata, teneva nascosto qualcosa di vagamente morbido. "Come dici tu, questa sembra più dolce," disse Fujiyo iniziando a mangiare la pesca di Shöko. "Che ne dici?" chiese, con un sorriso nascosto, Shöko a Nobuo che mangiava la sua pesca. "E' un po' che non mangiavamo frutta." Nobuo si pulì col dorso della mano il succo del frutto che si era appiccicato intorno alla bocca. "Buone, vero?" riconfermò Shöko. L'odore delle pesche si diffuse nella bocca e mentre lì si indeboliva, continuava verso il profondo della gola. Era divertita dall'odore sgradevole delle loro due anime. La mano di Nobuo si allungò nel buio. Cercò e accarezzò la spalla destra di Shöko coperta dalla manica di nylon fine. Per quel gesto ripetuto per una decina di secondi, Shöko si irrigidì cercando di trattenere il fiato. Per di più quella sera Shöko aveva disposto i loro due letti più distanti del solito. Quando la luce era ancora accesa, Nobuo non aveva notato quella distanza ostentata? L'uomo non si accorge di quei minimi segnali che tenta di dimostrare una donna? Nobuo per conto suo allungava la mano ignorando quella distanza e mandava i segnali abituali. "Dormivi?" disse e con la mano afferrò stretta la spalla di Shöko. "Tu...no, oggi no!" Con il braccio libero cacciò la mano di Nobuo. "Non hai bisogno di preoccuparti ancora in questo modo!" Nobuo sembrò girarsi dalla sua parte e il suo odore, attraversato il buio, piombò sul suo naso come l'afa. "Hai detto 'ancora'?" Dopo che quelle parole le rotolarono nella testa come sassi, capì subito. "No, non si tratta di questo!" disse forte irritata dall'ottimismo di Nobuo che pareva pensare solo alla gravidanza. "Che ci siano ospiti o no, non è casa nostra?" "Non è solo un ospite!" Le venne in mente la figura di Fujiyo che dormiva stesa nel kyakuma che, dalla loro stanza, era separato solo dal corridoio. Era una casa piccola che aveva solo il kyakuma, il chanoma, la loro camera da letto e la cucina. Ma sarebbe stato lo stesso anche se avesse dormito al primo piano. Comunque in una stanza di quella casa tagliata fuori dal mondo esterno per via che era notte, Fujiyo era una presenza viva. "Pensi che Fujiyo ci tenga ancora?" chiese Nobuo. "Mi fa paura!" "Se fosse gelosa, non sarebbe venuta apposta!" "Se fosse solo per gelosia, sarebbe ancora meglio. Quella è capace di fare di più. Non mi va oggi." Nel buio del kyakuma, Fujiyo forse se ne stava con gli occhi aperti supina. Il buio l'aveva cancellata. Non le si vedeva né il viso, né il corpo, era diventata solo spirito e se ne stava steso lì. Fosse stato alla luce quel viso sarebbe stato molto diverso da quello bello di Shöko e anche quel corpo sarebbe stato molto diverso dal suo. Ma lì c'era solo lo stesso spirito di Shöko perché le differenze erano tutte scomparse nel buio. E se quello spirito proprio in quel momento fosse stato invaghito di Nobuo, cosa sarebbe successo? "Non capisco questi discorsi così noiosi!" disse Nobuo con voce scocciata e comunque entrò nel suo letto. "Il perché te l'ho detto l'altra sera, quella è venuta a portare noie." Non riuscì a respingere l'impeto di Nobuo e dovette lasciarlo fare. Nel profondo del corpo, da qualche parte del profondo, aveva un indurimento simile a un nucleo. Non sapeva bene cosa fosse ma sembrava inevitabile: ciò che era fuori dal corpo precipitava dentro e il suo interno cedeva all'esterno. Quando quell'indurimento si sciolse, tutto sbiadì e si fece incerto, l'interno si diffuse fuori senza difficoltà, l'esterno penetrò dentro senza difficoltà, il confine tra dentro e fuori sparì e nello stesso tempo un piacere che la alleggeriva si mischiò con un piacere che invece la fece sentire più pesante e malgrado ciò quella sera in Shöko si risvegliò qualcosa e quel qualcosa oltrepassò il corridoio e passò nel kyakuma. Mentre stava assieme al corpo di Nobuo, seguendo quel passaggio segreto, si sdraiò sola sul letto del kyakuma. Percepì la sensazione un po' strana della durezza del futon a lei estraneo, si sentì un po' disorientata all'odore del futon che non era solita usare, ma lo ritenne una cosa insignificante. Oltrepassò il corridoio e immobile concentrò tutta la forza del suo spirito verso la loro camera, l'indurimento del corpo si sciolse, tutto si dilatò incerto e piacevole. La sensazione che lei stessa sarebbe sparita e quella che l'avrebbe fatta sentire più forte raddoppiarono, una delle due a turno ondulando crescevano, nonostante avesse oltrepassato il corridoio continuava ad avere coscienza della loro stanza, era ripugnante che lei rimanesse abbracciata a Nobuo, la ripugnanza però al contrario lavorava a rendere più forte le sensazioni di Fujiyo. "Stare da soli è molto meglio, perché è lo stesso stare con Nobuo e stare da sola come me, Shöko ha un corpo provvisorio, quella vera sono io, lei ha perso la purezza ma io posso provare piacere rimanendo ancora vergine, sono molto più felice, sono venuta per fare l'amore con Nobuo sotto questa forma". Fujiyo aveva un rapporto con Nobuo con il corpo di Shöko, provava solo tutto ciò che sentiva Shöko, divorava il piacere rimanendo immobile nel buio del kyakuma. Shöko era ripugnata da questa facoltà di Fujiyo ed era irritata da Nobuo che non poteva nemmeno immaginarlo ma non poteva neanche dirglielo, 'se glielo dicessi cosa succederebbe?, anche Nobuo che in genere non urla mai, mi rimprovererebbe con voce davvero arrabbiata: "Non dire sciocchezze!", "Ma è tutto vero! Io e mia sorella siamo unite fino a questo punto!", "Non è che voi vi odiate?", "ah, tu non capisci, per questo la ritengo una noia, tu non sai cosa finora c'è stato tra noi molte volte!", anche se gliene parlassi, non farebbe altro che ridere, chiunque direbbe che è una roba da pazzi ma tutto ciò è vero, siamo nate così con un legame maligno'. Shöko sentì all'improvviso l'orrore che lei insieme a Fujiyo nel kyakuma stavano possedendo assieme Nobuo, lo lasciò fare perché continuava a essere eccitato, poi si fece indifferente, si sdraiò giù, sul letto, con il corpo affaticato. "Chissà se dorme mia sorella? C'è un silenzio da paura," disse poco dopo a Nobuo che era tornato nel suo letto. "Prima mi ha fatto vedere dei sonniferi." Nobuo nel buio sembrò distendersi a pancia in giù e cercare a tastoni qualcosa vicino al cuscino. "E' sempre così. Li porta sempre con sé." Shöko non aveva visto i sonniferi che diceva Nobuo ma sapeva che una volta metteva sempre in borsa una bottiglietta piena di pastiglie bianche. "Per essere sempre pronta a morire." Vicino al cuscino di Nobuo la sigaretta accesa divenne un punto rosso nel buio. "Non è così. E' per stare più tranquilla," disse e rivolse il viso verso il letto vicino. Si accorse del movimento del punto rosso che si avvicinava alla bocca, probabilmente aspirava e il rosso per un attimo si faceva più vivo. Anche Shöko una volta portava sempre in borsa una bottiglietta di tranquillanti. Raramente ne prendeva ma anche se non ne prendeva si sentiva sicura solo se se li portava con sé. Non sapeva se Fujiyo conoscesse questa sua stessa abitudine. Non sapeva neanche chi per prima l'aveva presa. Sapeva solo che la faceva sentire sicura. "Però l'ho letto una volta su una rivista." Esitò Shöko sul dirlo o meno. "Mi ascolti?" Si girò nel letto verso di lui cercando di richiamarlo. Non ci fu risposta ma vide che il punto rosso veniva scosso sopra il portacenere vicino al letto di Nobuo. "Parlava dei gemelli. Capita che la fantasticheria dell'uno si trasmetta così com'è all'altro e hanno la stessa fantasticheria nello stesso momento. Ho sentito dire che quando una soffre di schizofrenia, anche l'altra senza ragione ne soffre." Poiché Nobuo aveva schiacciato nel portacenere la sigaretta per spegnerla, il colore rosso che era stato solo un punto, morì nel buio. "Non pensi sia un discorso interessante? Pensi sia una cosa impossibile?" Shöko gli chiedeva conferma perché lui non dava nessun segno. "Ora, dormiamo! Se continuiamo a parlare, Fujiyo si sveglierà." "Quella non dorme ancora. E' stanca morta ed è lì assente." Shöko immaginò tra sé, nel kyakuma separato dal corridoio, la figura di Fujiyo che aveva divorato la gioia di una sensazione nello stesso momento in cui l'aveva provata Shöko ed era incantata dal buio con un sorriso da estasi. Nonostante le previsioni dicessero che il tifone poteva colpire anche in quel momento, a metà strada sembrava aver diminuito la velocità. Ma la direzione rimase la stessa, era diventato anche più grande e se si guardava la cartina delle previsioni, rimaneva a lungo a vorticare scuro in mezzo al mare. Il caldo cielo azzurro che sembrava essere nervosamente in attesa e che stranamente si era immobilizzato prima che qualcosa di grande e terribile si avvicinasse, ricopriva tutto. Quel calore si diffondeva con la stessa intensità ovunque. Non c'era niente in agitazione, non c'era neanche un sintomo che qualcosa si spostasse, tutto aspettava qualcosa e aveva l'aria di trattenere il fiato senza reagire. Si stava ad aspettare che il tifone finalmente arrivasse o forse ci si aspettava che non arrivasse? Si era costretti ad aspettare senza distinguere se si voleva che arrivasse o no. Alcune decine di cicale marrone scuro cantavano senza fermarsi nella pineta, il sentiero davanti casa sembrava cosparso di farina bianca e il ventilatore nel chanoma girava simile ad un grande insetto. La preoccupazione di Shöko sembrò coincidere a quella di quando vedeva i vetri della finestra sporchi; il tatami sotto i piedi nudi era tiepido e appiccicoso. Il tempo passò senza che Fujiyo desse segno di andarsene. Nonostante nella lettera avesse scritto che si fermava una notte, dalla mattina si era cambiata ancora una volta il vestito. Quando era arrivata il giorno prima, portava un tailleur verde pallido, la sera prima portava un vestito giallo con molti plissé e oggi un vestito largo con disegnate delle gocce sul collo. Aveva riempito la valigia che aveva portato solo di vestiti per cambiarsi da mattina a sera per alcuni giorni? "Perché sei venuta?": voleva chiederle Shöko. "C'è un motivo per non venire? Non è naturale che venga a trovare mia sorella?". Se Fujiyo avesse risposto così, si sarebbe sentita lei in torto. "Ma per che cosa è voluta venire?" insisteva a chiedersi a bocca chiusa; sporse solamente il collo dalla cucina e fissò nel kyakuma Fujiyo che sfogliava una rivista femminile con le spalle girate. "Mi fermo un'altra sera. Ci dovrebbe essere un grande spettacolo di fuochi d'artificio sul fiume. C'era un manifesto sul palo della luce," disse Fujiyo girandosi all'improvviso. "Ah, quello! Anch'io volevo vederlo!" Ma non ebbe dubbi di averle trasmesso anche le sue domande silenziose. Ormai non si meravigliava più di queste cose. Nel periodo in cui vivevano assieme nella casa dei loro genitori, quando lei pensava fortemente a qualcosa, spesso dalla bocca di Fujiyo che stava lì vicino usciva qualcosa in stretta relazione con quello. Fujiyo lasciò la rivista sul tatami, si girò verso di lei e sorrise in modo ambiguo. Ebbe un luccichio sfavillante negli occhi. Shöko cercò di afferrarne il significato ma ritornò in sé perché se cercava di capire di più quel pensiero, si sentiva avvolgere dal terrore di continuare una partita di sentimenti su un tavolo da ping-pong invisibile. Dopo cena tutti e tre uscirono e andarono verso il fiume. A piedi ci si poteva andare in una ventina di minuti. Sul palo della luce lungo la strada c'era il manifesto che annunciava un grande spettacolo di fuochi d'artificio. C'era stampato il luogo, la data e l'ora e in un angolo si vedevano i caratteri aggiunti a pennarello che dicevano: "In caso di tifone, verrà annullato". Un po' più avanti, ce n'era un altro su un altro palo della luce e anche lì era stato aggiunta la stessa frase. Uno dopo l'altro, sui pali della luce che sfilavano di fianco era stato aggiunto su tutti la stessa frase, tutti i pali della luce che conducevano al fiume sembravano cantare in coro quella frase. In questo modo quei manifesti sputavano una cosa enorme che faceva proclamare ipoteticamente l'annullamento con l'aria di volere aggredire il cielo di quella serata estiva. Nonostante si recassero felici verso lo spettacolo, la possibilità che si sarebbe dovuto annullare lo spettacolo cresceva insieme al numero di manifesti e, trattenendo il fiato, giocavano a chi arrivava prima tra loro ma lo spettacolo lì non c'era ancora e solo i manifesti che minacciavano lo spettacolo attiravano in modo esagerato l'attenzione. Così facendo lo spettacolo dei fuochi d'artificio un po' alla volta svanì e sembrò che solo il tifone lo dominasse. "Sarebbe stato meglio non avvisarci, se il tifone non arriva!" disse Shöko senza rivolgersi a qualcuno in particolare come se fosse preda di un capogiro. "Perché questa è l'epoca dell'informazione. Che le cose capitino o no, ci danno lo stesso informazioni dettagliatissime," disse Nobuo mentre camminava facendo trascinare solo un geta. Mentre Shöko e Fujiyo avevano lo spirito proteso dritto verso lo spettacolo dei fuochi d'artificio, Nobuo con quel modo di camminare non sembrava molto interessato. "Guarda, sembra sia iniziato!" gridò Fujiyo come una ragazzina. Nel cielo scuro di fronte, esplose all'improvviso un fiore enorme. Venne assorbito nel buio e sparì come la risonanza di un sogno, poi continuarono ad esserne lanciati ancora e grandi petali si sparsero nella vastità. "Quanti anni sono che non vedo i fuochi d'artificio!" gridò Shöko anche lei come una ragazzina. "Anch'io! Era tanto che non li vedevo!" disse Fujiyo come se unisse il suo respiro a quello di Shöko. La strada che percorrevano, come tutta la gente rivolta allo spettacolo dei fuochi, erano diventati delle cose rarefatte e difficili da distinguere nella notte; questo per via del buio che si era fatto ancora più scuro e, più che altro, anche per lo spazio splendido che si apriva di fronte. Sbocciavano fiori scintillanti su nel buio insieme ad un rimbombo che sembrava sbalzare fuori dalle profondità della terra. Man mano che si avvicinavano al fiume, i fiori diventano sempre più grandi e vicini. Il rimbombo di quando venivano lanciati risvegliò una passione misteriosa e sconosciuta che stava nascosta nel profondo del corpo e, con la vivacità dei colori dei fuochi d'artificio sbocciata nell'istante dopo, rendeva tutti soddisfatti. Shöko che apatica non sapeva cosa fare con il suo corpo rimasto incinta in queste ultime settimane, ricordò di nuovo un episodio tanto vivo accaduto in questo mondo e, un po' esageratamente, si sentì scuotere il cuore al punto che valeva la pena vivere solo quella sera. "Fujiyo, io me ne ero davvero dimenticata," disse Shöko a Fujiyo che le camminava di fianco. "Anch'io, c'era una cosa bella come questa," disse Fujiyo con voce eccitata rimanendo a guardare in alto di fronte a lei. 'Me n'ero dimenticata. Cosa mi ero dimenticata?'. Quella palpitazione eccitante che provava guardando in alto i fuochi d'artificio proprio quel giorno, con quel tipo di vita che, dopo il matrimonio, era stata costretta a tenere come se strisciasse per terra, sembrava un desiderio impossibile. Da ragazza non aveva avuto legami con quella vita e questa palpitazione le era rimasta sempre dentro. 'Me ne sono dimenticata? No, quello che mi sono dimenticata, è un'altra cosa....' Quando cercò di afferrare quel pensiero suonò ancora il rimbombo di un lancio, partiva dal corpo, come se venisse lanciato dal profondo del profondo del corpo e nell'alto del cielo irraggiungibile, senza rumore, diventava di splendidi colori e si spargeva tutto intorno. Erano solo petali di un rosso brillante. Il rimbombo dopo si allargò nel buio con spruzzi molto più grandi, gialli, rossi e arancioni. Il rimbombo dopo ancora divenne un fascio di luce celeste rifrangendosi a zigzag e dall'alto in basso in obliquo, si fece stretto e lungo e scese giù. Nell'avvicinarsi al fiume, i passi ansimanti la facevano affannare cercando di raggiungere l'impossibile. Ma Shöko non era da sola. Lì vicino c'era Fujiyo che sentendo la stessa cosa era anch'ella affannata. Non si tenevano per mano ma si crogiolavano nelle stesse meraviglie. Tra loro lo spazio che respirava vivacità si era unito. "Dove sarà andato Nobuo?" dicendo così Fujiyo si girò indietro. "Non preoccuparti per quello!" disse Shöko bruscamente ma nei suoi sentimenti lui era diventato qualcosa di poco visibile uguale a tutti gli altri spettatori che passavano lì vicino. "Non c'è?" disse Fujiyo con un tono indifferente che sembrava anch'esso dire che fosse una cosa senza importanza e camminò spalla a spalla con lei come se fosse sufficiente ci fossero solo loro due. Su un lato della strada verso il fiume si susseguiva scura la siepe di una grande casa. Nel buio non aveva la rigogliosità tipica di una pianta, si allungava per tutta la strada come una fascia nerastra e lunga. Già, era un recinto lungo. Ora Shöko a camminare non era più sulla strada verso il fiume, era su una strada a notte fonda completamente deserta di un tempo, di molto tempo prima. Vicino a lei non c'era più Fujiyo, o meglio, stava camminando da lontano verso di lei. Ai suoi occhi i fuochi d'artificio erano spariti e con la memoria stava camminando su una strada di molti anni prima. Quando era ragazza vedeva film spesso. A circa quindici o sedici anni, una sera andò a vedere, nel centro lì vicino, tre film di seguito da sola e finito il terzo film erano già passate le undici. Non c'erano più né autobus né treni locali. A tornare a piedi si potevano impiegare una ventina di minuti ma doveva attraversare un grande campo. Quel grande campo, tra il centro dove c'era il cinema e il quartiere dove abitava, era un posto che doveva percorrere correndo e trattenendo il fiato e se solo prendeva un po' di fiato, qualcosa di scuro le poteva arrivare tra i denti e da lì contaminare tutto il corpo. Fu inevitabile telefonare a casa e Fujiyo disse che sarebbe andata a prenderla. Disse così forse perché presa dal senso di protezione verso Shöko di due anni più piccola. Decisero di avvicinarsi da direzioni opposte sulla strada asfaltata in mezzo al campo e di incontrarsi circa a metà. Shöko stava camminando lungo tutta la parete esterna di una casa che stava a luci spente e addormentata. Era sufficiente a farle irrigidire il corpo anche solo la paura che degli uomini sconosciuti e muscolosi uscissero fuori dalle fessure di quella parete ma la cosa più inquietante non erano persone di quel tipo, in carne e ossa. Era il pino che stava sulla strada che iniziava dalla fine della parete. Quell'albero che vedeva passando la sera in autobus, se ne stava lì in piedi lungo e sottile: aveva solo due rami che si prolungavano a destra e a sinistra stando piegati con una forma strana come per afferrare qualcuno dal cielo. Solo in cima era folto di aghi mentre sui rami, forse perché era già morto, non c'era neanche un ago. Quando lo si guardava di notte, somigliava ad un vecchio o una vecchia impazziti che cercavano di afferrare i passanti con entrambe le braccia. Ma Shöko non sentì mai che qualcuno da quelle parti potesse pensarla così di quell'albero. Quando uscì da quella strada in mezzo al campo, improvvisamente il rumore dei suoi passi echeggiò più forte. Si fermò, tutto riaffondò nel buio silenzioso e vide quel pino di fronte a lei diventare come un'ombra cinese. Riprese a camminare e si fermò ancora. Anche il rumore dei passi che echeggiavano dal lato opposto della strada, sparì. Ma anche da ferma, iniziò a sentire un'eco di passi. Quel rumore, rispetto ad un reale rumore, aveva in sé un brivido crescente. Capì che chi da lontano stava camminando con quel rumore di passi era Fujiyo e riprese a camminare. I loro passi avvicinandosi da parti opposte fecero echeggiare sempre più forte nell'aria quel brivido; allora i due passi divennero un unico rumore accrescendo echi tremolanti in tutto il campo. Si unirono proprio vicino al pino e si presero per mano. Fujiyo guardò in alto il pino e sussurrò: "Oh, che paura! Sembra un vecchio pazzo che con le mani aperte viene a prendermi". E allora si misero a correre tenendosi ancora per mano. Shöko non aveva mai sentito parlare di qualcuno che aveva visto quell'albero con una forma sinistra. Ma loro videro nello stesso modo una cosa che nessuno vedeva. Erano rimaste in ammirazione di quel sole al tramonto, di quel cielo della mattina, di quel colore delle foglie nuove, di quei fiori di castagno sul terreno di montagna, di quella superficie dell'acqua che ondeggia, di quella forma delle nuvole, di quella neve farinosa, di quel vento trasparente... Sia lei che Fujiyo ammiravano i fuochi d'artificio con uno splendore che nessuno vedeva. Solo con Fujiyo poteva condividere in silenzio tutto ciò che vedeva. Se avesse guardato negli occhi di Fujiyo lì vicino, si sarebbe specchiata la stessa cosa che si rifletteva nei suoi stessi occhi. Le due emettevano piccoli gridolii senza parlare mentre ammiravano gli enormi fiori di fuoco che venivano lanciati dal greto del fiume e che si aprivano nel cielo buio. Non distingueva di chi erano i gridolii e non era neanche necessario distinguerli. Solo Shöko lo provava? Forse anche Fujiyo conosceva ciò che provava Shöko. Quando si calmò un po' il loro entusiasmo, per cercare Nobuo che avevano perso di vista, si misero a girare dando un'occhiata alle bancarelle e ai chioschi per il tè che erano spuntati fuori per quella serata lungo il fiume. Dopo più di mezz'ora che lo cercavano, lo trovarono che prendeva un kakigoori in un chiosco. Anche loro ne ordinarono uno. Ma nonostante Shöko si fosse seduta su uno sgabello vicino a Nobuo, Fujiyo andò a sedersi da sola su uno sgabello distante di fronte al fiume. Proprio in quel momento in Shöko sparì ciò che avevano condiviso fino ad allora e le nacque il dubbio che Fujiyo stesse complottando qualcosa. Fujiyo aveva portato fino a quel posto distante ciò che avevano condiviso e da lì probabilmente cercava di fare un trucco malvagio. "Non sono riuscito a seguirvi." Nobuo appoggiò sullo sgabello la coppetta di vetro dove aveva appena finito il suo kakigoori. Sul fondo del piatto era rimasto annacquato il succo rosso del kakigoori alla fragola. "Ti sembra che siamo così unite?" chiese Shöko a Nobuo sentendosi un po' in colpa. "Ah, ho rotto il cordoncino del geta!" Nobuo sollevò un piede. Un filo di canapa che aveva preso da qualche parte, avvolgeva più volte il piede e il geta. "Ti piacciono i fuochi?" Shöko lo esortava ai colori dei fuochi d'artificio che intravedeva da sotto il chiosco del tè. "Ah, a che punto sono arrivate le tecniche dei fuochi d'artificio!" Nobuo con gli occhi spalancati in segno di meraviglia guardò in alto il cielo e ciò che si specchiò in quegli occhi probabilmente era di un colore diverso di quello che si specchiava negli occhi di Shöko. Shöko avvertì questo di nascosto. Shöko uscì fino al cancello per accompagnare Fujiyo. Nonostante la sera prima sulla strada verso casa dopo lo spettacolo disse che voleva fermarsi per un'altra notte, quella mattina Fujiyo d'un tratto aveva iniziato a prepararsi. E ci fu un episodio prima che partisse. Forse non era nulla ma aveva l'impressione che fosse in relazione con i suoi preparativi affrettati per andarsene. Quando Shöko era in giardino e stava togliendo una tela di un ragno dal ramo di un albero, sentì alle spalle uno sguardo penetrante di qualcuno. Anche se avesse chiesto chi fosse, Nobuo era già uscito per lavoro e oltre Fujiyo non c'era nessuno. Quando Shöko si voltò con disinvoltura, Fujiyo stava in piedi vicino alla porta d'entrata e quello sguardo era dritto al suo ventre. Shöko avvertendo incertezza e orrore come se il germoglio di vita nel suo grembo senza molta coscienza, si gonfiasse a vista d'occhio dentro il corpo per colpa di quello sguardo, cercò di mettersi una mano sul ventre ma cambiò idea e con quella mano sospesa nell'aria ricambiò lo sguardo di Fujiyo. Fu questo semplice episodio. La pancia non era per niente evidente perché era ancora al secondo mese. Forse aveva posato lì lo sguardo per caso. Pensandoci su, decise di lasciar stare così quell'episodio. Fujiyo uscì dal cancello e camminò lungo la siepe della casa. E allora fu invece Shöko a rivolgerle uno sguardo tagliente da dietro le spalle. Avrebbe voluto dirle scuotendole tutto il corpo: "Fujiyo, per quale apposito motivo sei venuta a trovarmi?". Nonostante ci fosse stato un certo attimo di intesa fra loro, era perché, a pensarci bene, era accaduto così, senza rifletterci troppo e essendo consapevole di questo, Shöko aveva ricoperto Fujiyo con una pellicola opaca facendola diventare un semplice essere vivente irraggiungibile. Quando finalmente cacciò di casa quell'essere vivente, Shöko provò sollievo e ritornò in casa. Allora la memoria turbinante le piombò addosso. Chiunque ha qualcosa che non vuole ricordare. In genere la memoria si tiene spinta e nascosta oltre il muro fragile della quotidianità. Ma quando per caso salta fuori, non c'è più nulla da fare. Nobuo era venuto spesso a trovarle a casa dove abitava quando era ragazza. All'inizio accompagnava suo cugino ma oltre che con lui, veniva a trovarla anche da solo. Rispetto al cugino loquace, era modesto e tendeva a stare in silenzio; da dentro quello strato di silenzio come se indietreggiasse da qualche parte, all'improvviso uscivano fuori parole giuste e taglienti. Rispetto al cugino che mostrava apertamente un unico lato di sé stesso, dava l'impressione di avere una doppia personalità e questo attirò l'attenzione di Shöko. Probabilmente alle sue impressioni, aggiunsero qualcosa anche le buone parole del cugino che diceva: "L'unico grande personaggio tra noi: senza badare alle cose più piccole, è un uomo che fa sempre attenzione alle cose più importanti". Per di più avendo lui perso presto i genitori e vivendo solo con la sorella più piccola, anche per questo Shöko si era immaginata il suo stile di vita un po' triste. L'estroversa Fujiyo visto che parlava con chiunque senza tante cerimonie, faceva ridere sia il cugino sia Nobuo ma Shöko nei confronti di Nobuo stranamente si irrigidì. Perché il fatto di irrigidirsi per lei era sempre la forma iniziale di un attaccamento. Nonostante il suo viso verso gli altri fosse tranquillo, solo verso Nobuo si immobilizzava come una maschera. A parte quando si trasformava in una bella maschera ma se ci fosse stato uno specchio davanti agli occhi, dava solo l'impressione che si specchiasse una maschera malvagia come se stesse complottando qualcosa. Anche quando Fujiyo parlava allegramente con il cugino e Nobuo, lei più che stare silenziosa in disparte, scrutava i suoi sentimenti dentro di sé. In fondo ai sentimenti c'era un pozzo profondo e sulla superficie di quell'acqua era riflesso il viso di Nobuo. Quando lo guardò, rispetto al vero Nobuo, si sentì viva. Chinando il capo, si trovò di fronte a Nobuo mescolato per metà alla fantasia. E poi la presenza di Nobuo si fece più ricca e anche i sentimenti di Shöko lo diventarono. Un giorno Shöko scoprì un insolito irrigidimento sul viso di Fujiyo mentre fissava Nobuo. Allora ebbe un'intuizione. L'estroversa Fujiyo rispetto all'introversa Shöko stava mostrando lo stesso suo irrigidimento. Con tutti gli uomini che conosceva Fujiyo, perché aveva scelto proprio lo stesso che aveva scelto Shöko? Fujiyo in presenza di Nobuo un po' alla volta si fece sempre più silenziosa. Ad animare gli incontri era solo il cugino. Ma proprio in quei momenti, Nobuo abbandonò l'aspetto discreto che aveva all'inizio e rivelò qualcosa di allegro. E lei si innervosì quando si accorse che poteva essere stata notata da lui. Ma allo stesso tempo anche Fujiyo si innervosì. A Fujiyo sembrò fossero rivolte a lei quegli atteggiamenti aperti di Nobuo. Per questo Shöko non capì chi delle due avesse capito male. Con Nobuo tra loro, Shöko e Fujiyo incrociavano di nascosto gli sguardi. Più che mostrare ostilità, era una situazione in cui l'immagine reale e quella virtuale si fissavano nello specchio. Perlomeno così sembrava a Shöko. Qual era l'immagine reale e quale quella virtuale? Pensava di essere proprio lei l'immagine vera ma anche Fujiyo probabilmente lo provava di se stessa. Shöko si sentì soffocare. Per di più quando per caso Fujiyo diede un profondo respiro, pensò che anche l'ansia di Fujiyo le si fosse trasmessa così com'era. Provava disgusto ad essere coinvolta in quella situazione e per Fujiyo che d'altra parte l'aveva creata e infine provava odio per Nobuo che ne era stato l'origine. Una domenica Shöko andò a trovare Nobuo e tornò a casa totalmente rilassata come se quel suo irrigidimento fosse stato spazzato via da qualche parte. Poco dopo, con aria barcollante, rientrò Fujiyo portando in mano un furoshiki che avvolgeva qualcosa di quadrato. Rimanendo sospettosa per quel suo aspetto, non le disse nulla ma fu Fujiyo a rivolgerle la parola. "Sono appena andata da Nobuo": disse. "Ah! Bene!": disse Shöko trattenendosi. "Non è così, guarda questo chirashizushi". Fujiyo tolse il coperchio della scatola che aveva tirato fuori dal furoshiki. Shöko ricordò che nel primo pomeriggio Fujiyo aveva iniziato a preparare il chirashizushi. "Sono solo lui e sua sorella, vero? Non è un po' triste?". Fujiyo teneva gli occhi lontano. "Nobuo non c'era?": chiese Shöko costretta. Fino a sera lei e Nobuo avevano parlato seduti sulle sedie di vimini della veranda che si affacciava in giardino. Forse Fujiyo era tornata dopo averli visti. "Non è così!": disse ancora Fujiyo. "Nobuo c'era, vero?": chiese conferma Shöko. "No!". Fujiyo lo disse stranamente forte. "Nobuo doveva esserci!": disse Shöko dopo avere perso la calma. "Non ricordavo assolutamente il nome della fermata dell'autobus, mi pare di essere scesa una fermata prima". "Sì...e poi?". "Lì è pieno di salite che sembrano tutte uguali, vero?" "Per la salita...la buca delle lettere è un punto di riferimento!". "Avevo portato il chirashizushi preparato con tanta cura!". "Vi eravate dati appuntamento?". "Alla fine me ne sono tornata a casa". "È perché sei andata senza avvertire," disse Shöko ma il fatto che non si ricordasse il nome della fermata e si fosse persa per la strada per andare da Nobuo, lo sentì come un presagio che Fujiyo venisse rifiutata da Nobuo. "Ti eri messa d'accordo?" Fujiyo teneva ancora in mano la scatola con la sua espressione fissa sugli occhi di Shöko. "Porto io il chirashizushi?" E Shöko per un attimo distolse gli occhi. "Hai detto che oggi Nobuo doveva esserci!" "É domenica, no?" "Sei andata da Nobuo?" "Quando?" "Ah, è proprio così!" detto così Fujiyo corse in cucina portando la scatola. Che significato poteva avere quel: "É proprio così!"? Se non li aveva visti, l'aveva sentito? No, piuttosto Fujiyo aveva probabilmente un po' sentito che era stata già rifiutata da Nobuo. Se non era così, perché non si era ricordata il nome della fermata dell'autobus e si era persa per le strade? Nobuo era di certo proteso verso Shöko. Invece lei continuava a tirarsi indietro. Ma non aveva minimamente intenzione di fare complimenti a Fujiyo. "Piaci anche a mia sorella!" gli disse. "Non è detto che un uomo sia amato solo da una donna!" disse Nobuo. "Ma anche se io ti accettassi, rimarrebbe una parte di me a non poter essere accettata." "Fujiyo non mi piace!" "Povera mia sorella! Ma non posso abbandonarla così!" "É una persona tanto importante lei per te?" "Vorrei che quella che tu rifiutassi fosse un'altra!" Pensando che fosse inutile andare avanti a dare spiegazioni, Shöko chiuse la bocca. Anche se con Nobuo era felice, rimaneva una parte di lei che non poteva esserlo. Se fosse stata qualcun'altra ad essere rifiutata da Nobuo, l'infelicità di questa non avrebbe avuto niente a che fare con lei. Ma Shöko, prendendo la forma di Fujiyo, si sentì lei stessa rifiutata e si vide vagare con una forma indefinita per qualche strada secondaria. Per questo non poteva essere completamente felice. "Non puoi proprio?" disse Nobuo. "Se lei non ci fosse. Se lei non fosse in questo mondo," disse Shöko. 'Sì, se lei non fosse al mondo, io sarei me stessa. Abbiamo il fisico diverso ma lo spirito è lo stesso. Finché c'è lei, non mi rimane che vivere con un'esistenza intercambiabile. Se avesse avuto la mia stessa faccia, forse a Nobuo sarebbe piaciuta anche lei. Vorrei essere me stessa senza assomigliare a nessun altro. Eppure lei vive sempre insieme a me. Non riesco a diventare nemmeno per un po' me stessa. Sì, se lei almeno non ci fosse'. Come se quei pensieri fossero stati trasmessi a Fujiyo, dopo alcuni giorni se ne andò di casa. Si era realizzato il desiderio di Shöko di farla sparire o non sopportava di vedere da vicino l'approccio di Nobuo con Shöko? Non riuscì a penetrare nei sentimenti di Fujiyo ma sentì qualcosa di amaro rimanerle in bocca. Udì il singhiozzo lontano dello spirito di Fujiyo che era stata rifiutata. E poi sentì perfino il suo stesso spirito iniziare a singhiozzare. Fujiyo non era nei suoi occhi ma si trovava da qualche parte su questa terra per cui le due anime agivano di comune accordo. Lo sentiva solo lei? Anche Fujiyo lo sentiva? Non poteva essere che Fujiyo di nascosto se la ridesse a fare singhiozzare anche Shöko? Non è che in questo modo si stesse vendicando di lei che le aveva rubato Nobuo? Finché Fujiyo singhiozzava, anche se era vicino a Nobuo, Shöko non poteva essere felice. Man mano che sentì che Fujiyo un po' alla volta sembrava essersi ripresa in quel posto lontano, anche Shöko era riuscita ad alzare la testa da quel colpo. 'Quel colpo? Che ridicolaggine è? A prendere il colpo è stata Fujiyo. Ciononostante l'ho preso io!' Il tifone alla fine non arrivò. Rimanendo sul vago nel gioco se arrivava o meno, era sparito senza fare rumore per un passaggio stretto e lungo come se si fosse spezzato di traverso da qualche parte nel mare enorme. Due giorni dopo che Fujiyo se n'era andata, arrivò una sua lettera. Non era né un espresso come quando le aveva fatto sapere che veniva a trovarla, e non aveva nemmeno quel suo modo di usare la carta da lettere con troppo spazio bianco. Dalla sua lettera e dai punti dove aveva lasciato tanto spazio bianco, Fujiyo aveva l'aria di essersene tornata a casa molto lentamente e con un'aria alquanto soddisfatta. Cari Nobuo e Shöko, grazie per avermi ospitata per ben due notti. Dopo tanto tempo, mi sono divertita. Al ritorno, mentre camminavo tranquilla per la strada del quartiere vicino alla stazione, vidi dei fiori sbocciati di una lagerstroemia( che spuntavano fuori sulla strada dal giardino di una casa vecchia e grande. Il colore rosso, che raggruppava quei piccoli fiori, con il cielo biancastro e fosco si faceva più vivace. In estate non sbocciano molti fiori. No, non è che non sboccino ma con il caldo che fa, non danno l'impressione di farlo neanche un po'. Forse perché quella lagerstroemia aveva i rami che sporgevano in alto, in alto, ma mi è sembrato che si aprissero nel cielo. Chissà perché in quel momento pensai che se avessi una bambina, la chiamerei di certo Sakiko((. Ma io non potrò avere nessun bambino. Così se voi avrete una bambina, diamole nome Sakiko. É un bel nome, vero? Fujiyo Finito di leggere quelle parole, Shöko non poté non sentirsi mancare. Ricordò gli occhi di Fujiyo quando le fissarono il ventre poco prima di andarsene via. Il senso di smarrimento crebbe. "É arrivata una lettera di ringraziamenti da Fujiyo." Anche se Nobuo era tornato a casa, per un po' non gli disse della lettera ma venuta la sera, gliela porse. "Bene, una lettera di ringraziamenti!" Nobuo agitò un po' la mano per metterla in disparte ma Shöko gliela spinse lì di nuovo. "É una persona orribile, quella!" disse Shöko guardando da sotto il viso di Nobuo mentre leggeva la lettera. "'Se avessi una bambina'?" Nobuo sorrise e sollevò la carta da lettere per vederla meglio alla luce della lampada. "Lei lo sapeva. É venuta per averne conferma!" Quando disse forte così, Nobuo chissà per quale motivo la guardò arrabbiato. " Shöko!" disse rivolto a lei. "Cosa c'è?" gli rispose rivolta a lui. "Sembri farti delle illusioni!" "Questa è un'illusione?" "Quello che sai è diverso da quello che provi. Non è così?" Shöko inghiottì le parole. Quello che si sa è diverso da quello che si prova? Quello che si prova non è quello che si sa? "Sarebbe tutto una mia illusione!" Sarebbe stato tutto un caso. Pensandola in questo modo, veniva compreso dentro tutto ciò che le aveva rovinato finora la vita. "Ho detto che ti fai delle illusioni! Questa lettera è un complotto? Lei è del tutto all'oscuro. È così! Non è per niente una persona orribile!" Shöko assorbì con tutto il corpo quelle parole di Nobuo, si alzò e si avvicinò alla finestra. Lo strato spesso della notte ricopriva tutto e ristagnava un'umidità tiepida. Il tifone non era arrivato ma, no, per via che non era arrivato, ogni fenomeno tangibile si era fermato nella notte come era, rimanendo a contenere rancore. Prese il fazzoletto dalla tasca del grembiule e si asciugò il sudore sulla fronte. Le sembrò che il sudore trasudasse anche dal germoglio dell'altra vita nascosta nel suo grembo. 'Se agitassi questo fazzoletto bianco fuori dalla finestra rivolta nel buio, cosa accadrebbe? Attraversato lo strato della notte, molto più lontano, anche Fujiyo a sua volta agiterebbe un fazzoletto bianco rivolta verso di me? Nel buio che nessuno, nessuno in questo mondo conosce, noi due agitando in questo modo il fazzoletto biancastro bagnato di sudore, ci trasmetteremmo un segnale nascosto? Conoscere una cosa orribile come questa, sopportarla, rievocarla con nostalgia e poi tremare, sono solo io? "Lei è del tutto all'oscuro. É così! Non è per niente una persona orribile!". Sì, è di certo così. Forse sono stata solo io ad immaginarmi tutto. Lei non ne sa niente? Se fosse così, la bilancia che ci tiene in equilibrio si inclinerebbe bruscamente, il mio piatto della bilancia crollerebbe nel vuoto inafferrabile, il suo si solleverebbe leggero nell'aria e sopra non ci sarebbe il suo viso ma uno ghignante e senza lineamenti. Se fosse così'. All'estremità del giardino il bucato steso ad asciugare fuori la sera ciondolava lungo e stretto. La forma dei vestiti, fiacca e pesante, stava a testa in giù. Anche quella sera che arrivò quell'espresso, era così. Quel giorno si asciugò in fretta il bucato perché doveva arrivare il tifone. Oggi, visto che il tifone non arrivava, Shöko aveva steso ad asciugare tutto il bucato che si era accumulato mentre c'era stata Fujiyo. Sia quel giorno che oggi, non erano cambiate tante cose. Fujiyo aveva attraversato quella casa lasciandole solo dubbi. "Il tifone alla fine non è arrivato!" Disse Shöko e rimanendo lì vicino alla finestra, si girò verso il chanoma. "Preferivi che arrivasse?" Disse Nobuo alzando gli occhi dal giornale. Come quella notte, c'era la stessa umidità afosa sia dentro che fuori. Solo il fatto che il ventilatore girasse e che sventolasse i bordi del giornale che leggeva Nobuo, era diverso. Sembrava che ci fosse anche quel suono strano delle cicale e anche la stessa aria soffocante. Ma il canto delle cicale nel cuore della notte che quella sera aveva presagito la visita di Fujiyo, ora sembrava suonare da dentro il petto di Shöko. "Era meglio se fosse venuto il tifone." Bisbigliò Shöko come se parlasse da sola.