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Il linguaggio maschile nella lingua giapponese moderna

Capitolo I


1.1 Principali differenze tra linguaggio maschile e femminile. Breve storia delle ricerche

Nel 17° e 18° secolo studiosi, esploratori e missionari europei, in ogni parte del mondo, descrivendo le lingue che incontrano, parlano di lingue in cui non è distinguibile il genere e lingue in cui vi sono differenze sensibili tra parlata maschile e femminile (Bodine, 1975).
E' nel 1664 che per la prima volta si fà cenno ad una differenziazione sessuale in una lingua: in un racconto di viaggio si afferma che nei Caraibi uomini e donne di una stessa tribù usano lingue diverse (citato in Jespersen, 1922).
Gli studi continuarono nel 19° secolo con i primi etnologi. Ma stranamente tutto quest'interesse non produsse nessuno studio serio sulle lingue di tali ricercatori e cioè nelle lingue europee. Probabilmente perché le differenze trovate nelle altre lingue erano più sensibili ed evidenti e perché la differenziazione nelle lingue europee è di tipo preferenziale, vale a dire è uno dei due sessi che tendenzialmente usa di più certe forme e certi vocaboli, ma non sono poi vietati all'altro sesso. Nelle lingue all'epoca studiate, invece, le differenze erano di tipo esclusivo, cioè uno solo dei due sessi è abilitato ad usare certe forme o certi vocaboli.
Gli studiosi europei, quindi, licenziarono il linguaggio femminile delle lingue europee con i soliti vecchi stereotipi (il linguaggio delle donne è modesto, peculiare, illogico, conservatore, le donne tendono a parlare molto, etc...), senza indagare ulteriormente. Vedremo poi che gli studi più recenti hanno dimostrato la non validità di tali stereotipi, dimostrando in alcuni casi il contrario di ciò che si credeva (Zimmerman & West, 1975).
I primi studi seri risalgono agli anni '40, ma riguardano sempre le lingue non indoeuropee (Haas, 1944; Flannery, 1946).
Ma è solo negli anni '70 che, grazie anche ai movimenti femministi, l'argomento viene affrontato anche nelle lingue occidentali, in rapporto allo sviluppo della sociolinguistica e con l'abbandono degli stereotipi legati al sesso (Trudgill, 1972; Brend, 1972). A questi studi hanno poi contribuito diverse discipline: antropologia, psicologia, critica letteraria, sociologia, ognuna con il suo metodo e nel suo campo di ricerca, contribuendo così ad allargare i confini di tale ricerca, anche se molti aspetti della comunicazione intersessuale ci sono ancora oscuri. In particolare ci sono oscuri quei meccanismi che sono alla base della differenziazione, mentre gli aspetti diciamo così "quantizzabili" sono gia stati studiati ampiamente in molte lingue.
Il sesso è indubbiamente uno dei fattori che influenzano il comportamento linguistico, ma non è l'unico: vi è anche l'età, l'occupazione, la classe sociale, e così via. E' quindi difficile districarsi in questa giungla d'influenze ed individuarne il loro effetto singolarmente. La cosa si complica ulteriormente, poi, quando i due interlocutori, oltre a distinguersi per il sesso, si distinguono anche per età, classi sociali, dialetti, etc. Pur tuttavia molti studi sono stati intrapresi, studi che hanno ribaltato gli stereotipi legati ai due linguaggi (maschile e femminile), ma in qualche caso li hanno confermati. Alcuni stereotipi riflettono lo status minore spesso associato al linguaggio femminile, caratterizzandolo come: emozionale, impreciso, meno efficace di quello degli uomini, eufemistico, dal timbro acuto, stupido. Sulla validità di tali assunzioni e sulla diversità di status abbiamo già parlato. E' stata dimostrata invece (Lakoff, 1973) la possibilità del linguaggio maschile di produrre enunciati più forti ed energici che consolidano la posizione di forza dell'uomo nel mondo reale. Una delle cause che stanno alla base delle differenziazioni sessuali è appunto la divisione sociale del lavoro, peculiare sì di ogni cultura, ma che vede comunemente l'uomo in una posizione di supremazia. Ma quand'è che nella vita di un uomo si comincia ad apprendere un linguaggio marcato? Anche qui, almeno fino ad oggi, si naviga nel mare delle ipotesi. Ad esempio Lakoff (1973) suggerisce che i bambini fino ai tre anni imparano il linguaggio femminile (quello delle madri e delle maestre). Dai tre ai sei anni cominciano a sorgere le prime differenze: i maschietti iniziano ad identificarsi con il padre e di conseguenza ad imitarne il linguaggio per affermare la propria mascolinità, così come nei giochi. A dieci anni entrambi i linguaggi sono presenti e differenziati. Successivamente tali differenze vengono sviluppate e rafforzate assegnando ai due sessi posti e compiti diversi nella società. E nel caso che una donna occupi un posto dirigenziale, tradizionalmente assegnato ad un uomo, essa assume un linguaggio sul posto di lavoro, tendente a quello marcato dei maschi, trovandolo più adatto a produrre enunciati forti tipici di posizioni di comando. Tornando a casa, poi, abbandona tale linguaggio e ritorna ad uno più tipicamente femminile. Tuttavia casi inversi, di uomini cioè che utilizzano forme femminili, sono molto più rari e vengono quasi sempre stigmatizzati e/o ridicolizzati.
Un altro degli stereotipi attribuiti alle donne era la logorrea; studi recenti (Hilper et alii, 1975; Soskine e John, 1963) hanno invece dimostrato il contrario: in gruppi misti sono gli uomini a parlare di più. Come sono gli uomini che tendono più facilmente ad interrompere le donne che viceversa e le donne permettono più facilmente di essere interrotte; ciò indicherebbe sottomissione agli uomini (Zimmerman e West, 1975). Un altro indice della supremazia maschile sembrerebbe la facilità degli uomini ad ingaggiare duelli verbali (Mitchell-Kernan, 1973). Forse perché secondo alcuni studi (Argyle et alii, 1970; Rosenthal et alii, 1974) le donne sembrano più sensibili agli stimoli ed ai suggerimenti non-verbali.
Così come generalmente gli uomini tendono più a discutere sugli argomenti formulati da altri uomini, mentre le donne sono più inclini a convenire con gli argomenti formulati da altre donne, ed è forse per questo che in coppie dello stesso sesso, come suggerisce Hirschmann (1973) in base ad analisi sperimentali, le donne possono parlare tra loro più facilmente di quanto lo facciano gli uomini. Inoltre sembra (Jespersen, 1922; Flexner, 1960) che le donne siano meno portate degli uomini a bestemmiare, ad usare un linguaggio più gentile e ad usare forme più corrette anche da un punto di vista fonologico. Anche tutto ciò sembrerebbe derivare da una posizione di supremazia maschile in quanto, le donne, comportandosi in tal modo, utilizzando un linguaggio "socialmente" più elevato, facilitano il loro ingresso e la loro posizione all'interno della comunità.
Da un punto di vista più strettamente tecnico le differenze possono essere basate sul sesso:
  1. del parlante;
  2. dell'ascoltatore;
  3. di colui di cui si sta parlando;
  4. del sesso di chi parla e di chi ascolta.
Il quarto caso e il più raro anche se esistono lingue in cui vi sono delle varietà utilizzate solo ed esclusivamente tra parlanti maschili, come nelle lingue Chiquita (S. America) e Yana (N. America).
Tuttavia un universale linguistico sembra essere la differenziazione di alcuni nomi, basata sul sesso di colui di cui si sta parlando. Ed un altro sembra essere la differenziazione nei nomi basata sul sesso dell'interlocutore nelle lingue che hanno differenze basate sul sesso del parlante (Bodine, 1975).
C'è da precisare ora che le differenze di cui abbiamo parlato sono quasi esclusivamente di tipo morfologico, mentre differenze di tipo fonologico sono sorprendentemente poche (Bodine, 1975). Inoltre nessuna lingua presenta cospicue e profonde differenze sintattiche nei due sessi, mentre differenze superficiali appaiono abbastanza spesso come marche sessuali costanti. Oltre a queste, possono esserci differenze nel lessico utilizzato, le quali possono essere sia esclusive sia preferenziali da parte dei due sessi. Le donne usano generalmente più parole implicanti sentimenti, emozioni e motivazioni, mentre gli uomini più parole implicanti tempo, spazio, quantità ed azioni distruttive (Glaser et alii, 1959 pp.182-191). Inoltre, agli uomini viene associato uno stile cognitivo-analitico che li porterebbe a collocare i loro enunciati nello spazio, più di quanto lo facciano le donne. Viceversa, lo stile cognitivo-sintetico, normalmente associato alle donne, le porterebbe ad interessarsi più a come le azioni si svolgono che dove e quando (Barron, 1971 cit. in Shibamoto, 1985). Nella stessa ricerca viene affermato che nello stile interattivo gli uomini sono più orientati verso se stessi, mentre le donne più verso gli altri (Barron, 1971). Se ne può dedurre, quindi, che il linguaggio maschile è caratterizzato dall'azione e dalla proiezioni di se stesso come attore nel suo ambiente.
Abbiamo quindi visto, in questa brevissima rassegna, che gli studi più moderni hanno investigato in ogni campo le differenze sessuali nel linguaggio, ma c'è ancora moltissimo da fare, anche perché la società, in continua e rapida evoluzione, tende a sconvolgere i tradizionali ruoli assegnati ai due sessi; ed abbiamo visto come molti comportamenti linguistici abbiano alla base tale distinzione di ruoli.
Ma c'è un punto di partenza che dovrà segnare gli studi futuri, senza il quale questi perderebbero la loro attendibilità, si dovrà cioè non considerare più il linguaggio maschile quello neutro e quello femminile come quello marcato.
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