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Il linguaggio maschile nella lingua giapponese moderna

Capitolo II


2.1 Il linguaggio maschile in Giappone. Caratteri generali

La lingua giapponese presenta una serie di comportamenti linguistici (riguardanti soprattutto differenze nella morfologia, nella sintassi e nel lessico) legati al contesto della conversazione, alla differenza di status del parlante e dell'ascoltatore e ovviamente anche al sesso. Poiché questi comportamenti sono codificati, tanto da costituire parte integrante della lingua stessa, anche il parlante medio è conscio delle differenze macroscopiche della lingua legate al sesso dei parlanti pur non essendo un linguista. Tuttavia non vogliamo sostenere che ogni giapponese conosce ogni minima differenza nei due linguaggi; ci sono molti aspetti, soprattutto quelli più inconsci e profondi, che non sono ancora chiari nemmeno agli studiosi e che necessitano ancora di studi approfonditi.
La prima testimonianza di linguaggio marcato appare nel Man'yoshuu (8° sec.), dove sono utilizzati pronomi personali indicanti il genere. Nell'11° secolo con la diffusione dei caratteri cinesi, questi ultimi e la lingua cinese furono monopolizzati dagli uomini di corte, per le donne fu sviluppato un sillabario (lo hiragana) derivato dai caratteri cinesi. Dal 14° secolo in poi la classe dei militari in un contesto socio-politico "feudale", acquistando potere, relegava le donne sempre più in basso nella scala sociale. Tale polarizzazione sociale ha ovviamente influenzato anche il linguaggio; ancor oggi, dove le donne hanno gli stessi diritti degli uomini, è sensibile il retaggio di tale influenza. Ad esempio gli uomini usano maggiormente termini sino-giapponesi, ritenuti più colti dei corrispondenti termini indigeni (Shibatani, 1990). Così come un maggior uso di forme onorifiche da parte delle donne è conseguenza della loro educazione che tende a renderle gentili e servili nei confronti degli uomini. Questo non significa che tali forme siano femminili in sé, ma che l'uso in certe situazioni sociali è tipicamente femminile. Per cui se un livello di gentilezza è considerato elevato per un uomo, per una donna viene invece considerato un livello standard (Kodansha, pp. 251). Anche l'utilizzo di certe particelle finali come wa e no non è considerato esclusivamente femminile da un punto di vista sintattico, ma a causa della loro minore forza assertiva vengono associate di conseguenza allo status più debole ovvero quello femminile. Mentre al contrario, gli uomini utilizzano forme considerate volgari in una conversazione mista sessualmente, come dimostrazione della loro mascolinità e assenza d'inibizioni; di tali forme non ne esistono controparti femminili. Come non ci sono controparti femminili dei pronomi di seconda persona considerate completamente non formali quali omae ed ore. Anche in questo caso all'utilizzo degli stessi pronomi personali di prima e seconda persona, watashi (o watakushi) e anata, vengono associati due livelli diversi di formalità ovvero più formale per gli uomini e quasi standard per le donne.
Uno studio molto interessante è stato compiuto analizzando dei testi scritti da uomini e donne giapponesi (Makino, 1990). In tale studio è stato messo in evidenza il fatto che le donne tendono ad essere più vicine al lettore mentre gli uomini tendono ad essere più auto-impositivi, mentre nella descrizione di una notizia tendono meno delle donne ad inserire commenti personali.
Anche in Giappone è stata osservata (Haig, 1990) la tendenza secondo cui gli uomini conservano maggiormente il dialetto locale, a differenza delle donne che invece si spostano più verso la lingua standard; ciò a causa di una pretesa maggior virilità del dialetto locale rispetto alla nuova lingua.
Molti studi sono stati intrapresi, oltre a quelli appena citati, tuttavia la maggior parte di loro analizzano solo il linguaggio femminile, seguendo il vecchio stereotipo discusso precedentemente. Mancano quindi studi approfonditi sul linguaggio maschile in Giappone; sarebbe interessante ad esempio studiare come e quanto è cambiata la differenziazione sessuale negli ultimi anni, in un Giappone dove l'alfabetizzazione e la scolarizzazione sono tra le più alte del mondo, in una società in continua espansione dove le donne cominciano ad affermarsi in posti tradizionalmente ricoperti solo da uomini. Sarebbe altresì interessante studiare la diffusione e l'uso dell'enorme numero di parole straniere (per lo più inglesi) che entrano nella lingua giapponese dei nostri giorni: sono di più gli uomini o le donne ad utilizzarle più frequentemente? E perché? Dove: a casa? Sul lavoro?
In questa nuova situazione, quindi, molte ricerche dovrebbero essere aggiornate.

2.2 Fonetica e fonologia

Gli studi sistematici riguardanti gli aspetti fonologici del linguaggio marcato sessualmente sono quasi del tutto inesistenti. Inoltre, quei pochi studi pubblicati sono basati più su osservazioni personali che su ricerche quantitative analizzate scientificamente. Tradizionalmente alla voce maschile vengono attribuiti dei caratteri distintivi come un timbro più grave e un intonazione discendente tipica delle particelle finali, simile al quarto tono della lingua cinese standard.
Uno dei fenomeni più studiati è quello che va sotto il nome di assimilazione di /r/. Nelle sillabe composte da: r + vocale + nasale accade che la vocale viene omessa e la monovibrante /r/ viene assimilata alla nasale successiva. Sebbene tale caratteristica sia presente in entrambi i sessi, pare che sia maggiormente presente nel linguaggio femminile (Peng, 1977).
Un altro comportamento linguistico documentato (Shibatani, 1990) riguarda la fusione dei gruppi vocalici /ai/, /ae/, /oi/ che diventano /ee/ nel linguaggio informale maschile nella provincia di Tokyo, come nel pronome personale omae ('tu'), che diventa omee. Laddove viene però richiesto un registro linguistico più alto, tale comportamento tende a scomparire.
Nel nostro testo campione comparivano inoltre una serie di caratteristiche fonetiche non riscontrate in nessun altro studio sul linguaggio marcato sessualmente.
La prima riguarda l'omissione della vocale dopo la nasale /n/, nel caso delle particelle no, mono e dell'ausiliare nai ('non esistere').
    Donna   mon  desu  ka.
    che tipo cosa  cop. (p.f.)
    Di che si tratta?
    mon < mono

    Iya kamawan             yo.
    no  non preoccuparsi (p.f.)
    Non fa niente!
    kamawan < kamawanai
L'omissione di una vocale è stata riscontrata anche in altri due casi: il primo nel composto Vte oru, dove viene omessa la vocale /e/, trasformandosi quindi in: Vtoru.
    Hoomu   e      kitotta yo.
    casa   (part.) venire (p.f.)
    E' venuto a casa!
La cui forma regolare sarebbe: kite otta.
La seconda riguarda l'omissione della /i/ nel composto Vte iru, che si trasforma in: Vteru.
    Oboeteru wa,  atashi.
    ricordare  (p.f.) io
    Me lo ricordo, io.
La cui forma regolare sarebbe: oboete iru.
Analizzeremo più in là le distribuzioni nei due sessi di tali caratteristiche e le interessanti implicazioni sociolinguistiche.

2.3 Il lessico

Le differenze legate al lessico, sono da sempre una delle caratteristiche della lingua che il parlante giapponese conosce ed applica coscientemente.
Abbiamo già parlato dell'uso di termini sino-giapponesi da parte dei due sessi, all'epoca della loro introduzione.
Nel periodo Muromachi (1333-1568) le donne sviluppano una varietà linguistica, chiamata nyoubou kotoba, con un suo vocabolario; tuttora le donne giapponesi ne utilizzano alcuni termini: ad esempio ohiya al posto di omizu ('acqua') (Kodansha, pp. 250). Nella lingua moderna gli ambiti lessicali in cui si manifestano maggiori differenze sono: le interiezioni, i pronomi personali, l'uso dei kango, le particelle finali, ma di queste ultime parleremo più approfonditamente nel capitolo successivo. Riguardo al primo punto esistono interiezioni esclusivamente maschili come: aa ('si'), oi ('ehi'!), un e varianti ('si') ed altre esclusivamente femminili come: maa ('beh...'), ara ('oh'!).
Il maggior uso dei kango da parte degli uomini è spiegabile come retaggio della loro posizione di predominio sociale e di un elevato registro linguistico associato alla lingua cinese (Kodansha, pp. 124).
Ma è nell'ambito dei pronomi personali che le differenze sono quantitativamente e qualitativamente più interessanti, soprattutto in quelli di prima e seconda persona. I pronomi di terza persona, pur esistendo, vengono generalmente evitati; al loro posto si usano dei sostituti come: il titolo (ad esempio oisha san 'il dottore') oppure l'espressione ano kata ('quella persona'), il cognome più gli onorifici san, kun o chan od un termine referenziale derivato dalla relazione sociale tra il parlante e l'ascoltatore: ad esempio Yamadasan ('il signor Yamada') oppure Asaisensei ('il professor Asai') (Shibatani, 1990).
Il pronome di prima persona watakushi ('io') viene utilizzato da entrambi i sessi e solo in situazioni molto formali. Gli uomini invece, utilizzano molto più frequentemente forme derivate quali: watashi e washi (quest'ultimo dagli uomini oltre i cinquant'anni). Altri pronomi utilizzati dagli uomini sono, in ordine di formalità: wagahai, boku ed ore.
Le donne usano forme quali: watashi, atakushi, atashi e atai (usato dalle bambine) (Shibamoto, 1990).
Riguardo ai pronomi di seconda persona, mentre ne abbiamo alcuni quali anata ed anta (molto meno formale), utilizzati da entrambi i sessi, ve ne sono alcuni che invece sono utilizzati esclusivamente dagli uomini, quali: omae, kimi e kimisama (Shibatani, 1990). Sembrano quindi gli uomini a possedere un repertorio più ricco e differenziato.
Infine, per quanto riguarda i pronomi di prima e seconda persona plurale non esistono termini autonomi. Per formare i pronomi personali plurali vengono usati dei suffissi posposti ai pronomi singolari, usati indifferentemente da entrambi i sessi.

2.4 Morfologia e sintassi

Il giapponese è una lingua di tipo SOV, avente cioè il verbo alla fine della frase. La scelta del tipo e della forma di quest'ultimo gioca un ruolo fondamentale nella maggiore o minore formalità di tutto l'enunciato. Lo stesso si può dire delle particelle finali. La scelta del verbo e delle particelle finali è influenzata, inoltre, dal sesso. Vedremo ora più dettagliatamente come.

2.4.1 Le particelle finali

Nella lingua parlata, molto più che in quella scritta, vengono utilizzate tutta una serie di particella finali, il cui uso è legato a diversi fattori. Uno dei fattori predominanti è il sesso: sia quello del parlante sia quello dell'interlocutore. Ovvero, esistono sia particelle esclusivamente maschili che femminili, tuttavia quelle marcate sessualmente vengono usate con maggior frequenza tra interlocutori dello stesso sesso (Peng, 1981).
Esistono inoltre delle particelle che potremmo definire "neutre", vengono cioè utilizzate indifferentemente dai due sessi. Un altro attore che condiziona l'uso delle particelle finali è il grado di formalità del contesto: più è richiesta formalità e meno vengono usate. Riguardo alla funzione semantica di tali particelle si ritiene che le particelle femminili servano a dare "morbidezza" ed enfasi al contenuto della frase, mentre per quelle maschili virilita e sicurezza (McGloin, 1990).
Le particelle più usate dagli uomini sono (tutti gli esempi sono tratti dal nostro campione):
    na

    Myoonichi  wa    chotto mazui  na.
    domani     (part.) poco    brutto (p.f.)
    Per domani non va proprio bene!
    ze

    Datte  sakujitsu mo    oyatsu  osenbei da     ze.
    (congiun.) ieri   (part.) merenda senbei   cop. (p.f.)
    Però, anche ieri abbiamo fatto merenda con i senbei!
    zo

    Kyoo mo    atsuku naru          zo.
    oggi (part.) caldo   diventare (p.f.)
    Anche oggi fà caldo!
Mentre, per quelle più usate dalle donne abbiamo:
    wa

    Demo       otoosan, chittomo         okawarini narimasen wa.
    (congiun.) papà      neanche un po' cambiare   NEG.        (p.f.)
    Però, papà non è cambiato neanche un po'.
    no

    Okaasan osenbei suki        na      no.
    mamma    senbei   piacere (part.) (p.f.)
    Alla mamma piacciono i senbei.
Le particelle che invece abbiamo definito neutre sono due: yo e ne. Gli uomini le usano direttamente dopo la forma piana o in -masu del verbo; le donne, invece, le usano insieme ad altre particelle quali no e wa, oppure tutte e due insieme (solo nella sequenza yone).
Inoltre, la particella yo viene usata dagli uomini nella combinazione nome/aggettivo + copula + yo, mentre dalle donne direttamente dopo il nome, oppure nella combinazione verbo/aggettivo + no + yo.
Vediamone alcuni esempi:
    yo

    (M)Okaasan odayakana   kao     da     yo.
    mamma         serena         faccia cop. (p.f.)
    La mamma ha proprio un'espressione serena.

    (F)Atashi mo    dasu    no     yo.
    Io          (part.) uscire (p.f.) (p.f.)
    Esco anch'io!

    (F)Otoosan anmari osake meshiagecha dame yo.
    papà           troppo  sake    bere              sbagliato (p.f.)
    Papà, non devi bere troppo sake!
    (Lett.: Papà, bere troppo sake è sbagliato.)

    ne

    (M)Ima shiraretara kanawan             ne.
    ora        morire se    sopportare-NEG. (p.f.)
    Se morisse ora sarebbe insopportabile, eh?

    (F)Zuibun komu      wa     ne.
    molto        affollato (p.f.) (p.f.)
    E' affollatissimo, vero?
Recentemente (McGloin, 1990) è stata messa in discussione la divisione tra particelle maschili e femminili: le particelle in sé non sarebbero attribuibili all'uno o all'altro sesso, sarebbe la loro forza assertiva ad influenzarne l'uso. Particelle come zo e ze a causa del forte tono autoritario che danno alla frase sono inadatte per una donna, visto lo status sociale più basso attribuito a loro. Di conseguenza sono inutilizzabili anche da un parlante di status sociale inferiore rispetto all'interlocutore, mentre sono utilizzabili nel caso inverso. Nello stesso studio viene messa in evidenza la differenza di significato della particella finale wa, a seconda del sesso del parlante. In particolare, la differenza viene associata all'intonazione che si dà alla particella. Nel caso delle donne, la particella adduce un'enfasi emozionale, diretta all'interlocutore, mentre, nel caso degli uomini no. E a ciò contribuisce l'intonazione che si dà alla particella: nel caso degli uomini, essendo discendente, dà un'impressione di forte affermazione, mentre, un intonazione ascendente, tipicamente femminile, al contrario, cerca di intrattenere un rapporto emozionale tra chi parla e chi ascolta. Tale suddivisione di intonazione e comune alle altre particelle, anche se ulteriori studi sull'argomento vanno ovviamente intrapresi.

2.4.2 Il verbo finale ed il tipo di predicato

La scelta del verbo principale, che come è noto, nella frase canonica giapponese, è sempre alla fine della frase, determina la maggiore o minore "politeness" dell'intero enunciato. Dovrebbero essere quindi le donne ad usare la forma verbale in -masu, a causa della loro maggiore "gentilezza". Ed invece sono gli uomini ad utilizzare maggiormente tali forme (Ogino, 1985; Shibamoto, 1985), così come le forme in ta/da e la copula (Kodansha pp.124), le donne utilizzerebbero quindi le forme piane dei verbi ed eviterebbero l'uso della copula, rendendo però tutto meno diretto utilizzando molte più particelle finali, che "ammorbidiscono" in qualche modo il contenuto della frase e l'uso del verbo in forma piana (Shibatani, 1990). Oltre a ciò le donne utilizzerebbero maggiormente verbi onorifici, come itadaku al posto di taberu ('mangiare') o le forme o-V2b-ni naru (Shibamoto, 1985). Vedremo quindi se queste tendenze sono rispettate nel testo da noi preso in esame.
Riguardo al tipo di predicato, Martin (1975) ne distingue tre tipi all'interno della lingua giapponese:
    I) Verbale
    Ja      konban kaeru     ka?
    allora stasera  tornare (p.f.)
    Allora torniamo stasera?

    II) Nominale
    Shikashi soreja genin  janai        yo!
    ma         quella   causa cop-NEG. (p.f.)
    Ma non è quella la causa!

    III) Aggettivale
    Reakushon ga    yowai  desu ne.
    reazione   (part.) debole cop. (p.f.)
    La reazione è debole, non è vero?
Accanto a queste tre ne va pero aggiunta un'altra, tipica della lingua giapponese, che e stata definita Nome-Aggettivale(1).
    IV) Nome-Aggettivale
    Okaasan mo manzoku ja.
    mamma (part.) soddisfazione cop.
    Anche la mamma è soddisfatta.
Sebbene nessuno dei quattro tipi sia intrinsecamente marcato sessualmente, alcuni studi (Hatano, 1954) affermano che gli uomini usano prevalentemente il predicato verbale, mentre le donne più quello aggettivale.

Note

1. Sono state proposte diverse definizioni: quella giapponese è keiyoo-dooshi (lett. verbi-aggettivali), un'altra è aggettivo in na (dalla desinenza che prende nella forma prima del nome).
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