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Il linguaggio maschile nella lingua giapponese moderna
Capitolo IV
4.1 I pronomi personali
I personaggi del nostro campione hanno usato pochissime volte un pronome personale e in ciò rispettano la tendenza, abbastanza diffusa nella lingua giapponese, ad ometterli (Martin, 1975). Su un totale di circa 1400 schede, sono stati usati solo in 141 casi, poco più di una frase su dieci. Negli altri casi hanno preferito o eliderli, nel caso che avessero la funzione di soggetto, o sostituirli con degli allocutivi indicanti il grado di parentela. Ad esempio:
Anisan gochisoo niku de ii wa ne.
fratello maggiore cena carne (part.) buono (p.f.) (p.f.)
Per cena della carne andrebbe bene, vero?
(Lett.: Fratello, per cena...)
Sostanzialmente è stata mantenuta la suddivisione classica tra pronomi maschili e femminili; vediamo come e quanto (le percentuali sono riferite al numero totale del pronome utilizzato da ciascun gruppo, diviso per il numero totale di pronomi registrati per quel gruppo). Gli uomini hanno utilizzato quasi esclusivamente i pronomi di prima persona boku e washi, più o meno nella stessa misura (rispettivamente 11% e 12,3%). Al loro interno poi, MB e MG hanno utilizzato prevalentemente boku, MV prevalentemente washi. MB ha addirittura utilizzato solo boku, MG ha invece utilizzato anche atashi, anche se in misura minore (8,3% per quest'ultimo e 41,7 per boku). Le donne hanno preferito la forma contratta atashi e, in misura minore, watashi (rispettivamente con il 32,3% e il 6%). Anche in questo caso distribuiti nelle diverse fasce d'età: FG ha utilizzato, nel 60% dei casi addirittura, atashi, mentre FV ha preferito omettere spesso il pronome di prima persona: lo ha, infatti, utilizzato solo nel 15,2% dei casi (nel 12,2% watashi e nel 3% atashi).
Quelli che invece sono stati utilizzati ampiamente, da entrambi i sessi, sono i pronomi di seconda persona. Analizziamo per primi i dati relativi agli uomini. Tra i vari pronomi utilizzabili, la forma anta è stata utilizzata da MV in misura consistente (57%); sempre MV ha utilizzato anche il pronome omae, più informale del primo, ma solo nel 15,5% dei casi. Sempre omae risulta l'unico pronome di seconda persona usato da MG (25%).
Anche le donne hanno utilizzato frequentemente la forma contratta anta (51,5%), con una preferenza da parte di FV (75%) rispetto a FG (28,7%). I pronomi di terza persona non sono mai stati utilizzati, mentre quelli plurali sono stati utilizzati raramente e hanno quindi scarso valore statistico. Riassumendo per fasce d'età e per frequenze d'uso:
- MB = boku (100%)
- MG = boku (41,7%) ore ed atashi (8,3%) omae (25%)
- MV = washi (15,5%) watashi (3,4%) anta (57%) omae (15,5%)
- FG = atashi (60%) anta (28,7%)
- FV = watashi (12,2%) anta (75%)
Oltre a quelli già citati sono stati registrati anche altri pronomi: atakushi, kimi, washira; tuttavia, dato il loro scarso utilizzo (1 o 2 casi) non sono statisticamente rilevanti. Riguardo alla varietà dei pronomi utilizzati, sono gli uomini che mostrano una scelta più articolata ed al loro interno sono gli anziani ad avere il repertorio più ricco. Per quel che riguarda invece la frequenza d'uso, non è stata riscontrata alcuna differenza tra i due gruppi (0,10)(3). Le differenze sorgono, però se confrontiamo i dati relativi alle diverse fasce d'età: sono MV e FV a mostrare una frequenza più alta (0,14), mentre MG e FG utilizzano pronomi personali nella metà dei casi rispetto ai primi (MG=0,05; FG=0,07). Infine per quanto riguarda la totale assenza di pronomi personali molto formali, quali watakushi o anatasama, ciò è dovuto al fatto che tutti i dialoghi si sviluppano all'interno di una famiglia o tra amici allo stesso livello sociale. Non compare, quindi, alcuna situazione così formale da richiedere l'uso di tali pronomi.
4.2 Uso dell'onorifico o-/go-
I prefissi o- e go- sono utilizzati per rendere più "gentili" parti del discorso. Se infatti esistono forme onorifiche per i verbi, gli aggettivi ed i pronomi personali, non ne esistono per i nomi. Ed è proprio a questi ultimi che tali prefissi vengono uniti. La differenza tra i due prefissi riguarda il tipo di nomi cui debbono essere attaccati: sino-giapponesi per go- e giapponesi per o-, anche se esistono numerose eccezioni. Riguardo al loro uso, possono essere distinte tre categorie:
- Uso idiomatico. In alcuni casi il prefisso è fuso con il nome in modo tale che quest'ultimo non può essere usato da solo, pena l'inintelliggibilità. Il termine gohan ('riso cotto') ad esempio è presente nei vocabolari solo in questa forma.
- Uso onorifico. Vengono usati davanti a termini che riguardano l'ascoltatore e/o a persone cui si vuole mostrare rispetto; sono quindi inaccettabili davanti a nomi riferiti a cose relative al parlante.
- Uso esornativo. E' legato all'uso onorifico, ma se ne distacca in quanto viene usato anche per cose appartenenti al parlante, ad esempio watakushi no o-uchi ('la mia casa'). Questo uso è più presente nei parlanti di sesso femminile. Sebbene l'uso esornativo di tale prefisso deve essere distinto da quello onorifico. In molti casi, la loro connessione è persino sovrapposizione sincronica, si riconosce dal fatto che o- esornativo non è utilizzabile in espressioni riferite a cose inalienabili del parlante, mentre è usato per cose simili appartenenti all'ascoltatore o ad una terza persona. Per cui, mentre sensei no o-yubi (Lett.: 'il dito del professore') è possibile, watashi no o-yubi (Lett.:'il mio dito') non lo è. Così, mentre l'uso indiscriminato di o- esornativo, rappresentato dalla forma o-biiru ('birra'), mostra che si sta liberando dalla connotazione onorifica, la sua inapplicabilità davanti ad oggetti strettamente personali del parlante evidenzia che il confine tra i due usi non è stato completamente abbattuto (Shibatani, 1990, pp. 374).
Nella nostra ricerca, vista l'impossibilità di distinguere (se non agli occhi di un madrelingua) tra l'uso esornativo e quello onorifico dei prefissi o-/go-, abbiamo preso in considerazione tutte le parole precedute da tali prefissi, eliminando poi, quelle presenti in un comune vocabolario monolingue: il gendai kokugo reikai jiten (Shogakkan, 1985). Anche in questo caso è stata rispettata le tendenza generale: c'è, infatti, un'utilizzazione maggiore da parte delle donne (in particolare il prefisso o-) che è circa quadrupla rispetto a quella maschile (M=2% F=8,8%). E' interessante notare che la variabile dell'età crea ulteriori diversificazioni: i parlanti della fascia adulta utilizzano il prefisso o- in numero doppio rispetto agli anziani: MG=3,5% MV=1.2%; mentre per le donne: FG=10.6% FV=5%. Per il prefisso go-, invece, le percentuali sono molto simili, sia nel dato generale (M=0,3%; F=0,5%), sia nelle diverse fasce d'età (MG=FV=0,4%; FG=0.5%); solo MV ha mostrato un uso ancora più ridotto (0.2%). Vista, però, l'esiguità dei casi riscontrati (due per gli uomini e quattro per le donne) risulta difficile confrontare i dati tra loro. E' interpretabile invece lo scarso utilizzo di tale prefisso: infatti, il prefisso go-, come già detto, va attaccato ai nomi sino-giapponesi i quali costituiscono una minoranza all'interno del vocabolario utilizzato dai personaggi del nostro campione (circa uno ogni tre frasi).
4.3 L'uso del kango
Una delle caratteristiche tradizionalmente associate al linguaggio maschile è la maggior presenza di kango, ovvero prestiti dalla lingua cinese e lessemi creati in Giappone con morfemi d'origine cinese e questo perché, come abbiamo già detto, la lingua cinese è stata monopolizzata, dall'elite maschile di corte, alla sua introduzione in Giappone nell'undicesimo secolo. Da molti secoli non è più così, tuttavia a tali parole è tuttora associato un livello linguistico elevato, che risulta in qualche modo inappropriato per un parlante femminile, visto il basso status sociale cui sono tradizionalmente relegate. Abbiamo così voluto vedere se anche nel nostro campione tale caratteristica fosse stata mantenuta. Nel conteggio totale di parole sino-giapponesi sono stati eliminati tutti i toponimi appartenenti a tale categoria poiché la scelta del parlante è obbligata; lo stesso è stato fatto per i numerali, i giorni della settimana, i nomi propri di persona. Il nostro campione ha effettivamente mostrato una certa differenza numerica a favore del gruppo maschile, anche se non elevata (M=38,7% F=31%). Tra loro, le fasce d'età, mostrano valori diversi: MB ha la percentuale più bassa (23%) dovuta ad una minore conoscenza linguistica. Discorso inverso per FG e FV (rispettivamente 32% e 29%), in quanto, uno dei personaggi principali all'interno del gruppo di FG è laureato in medicina. Per quel che riguarda, invece, la differenza tra MG e MV (37,5% contro 41%), sebbene i personaggi inseriti nella fascia MG siano maggiormente istruiti di quelli inseriti nella fascia MV, quindi portati ad usare più kango, questi ultimi utilizzano frequentemente aggettivi in na (o nomi-aggettivali), i quali sono per la maggior parte parole sino-giapponesi.
4.4 Gli avverbi
In questo paragrafo analizzeremo solo gli aspetti quantitativi; per quel che riguarda l'analisi sintattica, rimandiamo la discussione al capitolo successivo. Sull'uso degli avverbi, in rapporto alle differenze linguistiche tra uomini e donne, non esistono molti studi, sia nella letteratura giapponese, che in quella occidentale. Tuttavia, in uno studio più generale sulle differenze sessuali della lingua si afferma che gli uomini usano generalmente più parole indicanti tempo, spazio e quantità, mentre le donne più parole implicanti sentimenti, emozioni e motivazioni (Glaser et alii, 1959). Sarebbero quindi gli uomini ad usare più avverbi e in particolar modo quelli di tempo e di spazio. Altrove è associato agli uomini uno stile cognitivo-analitico, mentre alle donne uno stile cognitivo-sintetico (Barron, 1971 cit. in Shibamoto, 1985). Questo porterebbe ad un maggior uso di avverbi di luogo da parte degli uomini e di modo da parte delle donne. Nel nostro campione la distribuzione della categoria avverbiale è simile (M=40,8%; F=42%), con una prevalenza dell'uso da parte delle donne che contraddice le previsioni fatte sulla scorta dello studio di Glaser. E' interessante inoltre, la distribuzione per fasce d'età:
MB = 6%
MG = 42%
MV = 42%
FG = 38,6%
FV = 49,7%
L'uso degli avverbi è quindi direttamente proporzionale all'età, ed in particolar modo il campione delle FV supera quantitativamente tutti gli altri. Inoltre, se analizziamo il numero di avverbi presenti per ogni frase, troviamo, ancora una volta, differenze legate all'età: se MB, MG e FG non producono neanche una frase con più di due avverbi, è vero il contrario per MV e FV, sebbene in una quantità minima; MV ha prodotto un enunciato in cui sono presenti ben cinque avverbi, mentre FV non arriva che a tre avverbi all'interno di una singola frase. Per quel che riguarda gli altri gruppi (MB, MG e FG) la maggior parte degli enunciati contiene un solo avverbio. Anche in questo caso il numero di avverbi per frase è direttamente proporzionale all'età. Riassumendo:
Frasi con un solo avverbio:
MB = 100%
MG = 94%
MV = 93,5%
FG = 90%
FV = 86,5%
Frasi con due avverbi:
MB = 0%
MG = 6%
MV = 4,7%
FG = 10%
FV = 11,7%
Frasi con più di due avverbi:
MB = 0%
MG = 0%
MV = 1,8%
FG = 0%
FV = 1,8%
Sembrerebbe quindi che, con l'aumentare dell'età, aumenti sia il numero totale degli avverbi prodotti, sia il numero di avverbi presenti all'interno di ogni singola frase. Ciò che era stato dedotto dalle tesi di Glaser, sarebbe quindi, almeno in questo caso confutato. Non sarebbe il sesso, la discriminante nell'uso degli avverbi, bensi l'età. Le tesi di Glaser e di Barron, invece sarebbero state rispettate per quel che riguarda i tipi di avverbi utilizzati. Ricordiamo che in questa ricerca sono state considerate quattro categorie di avverbi:
- Avverbio di luogo
Boku no tsukue rooka ni dashitchiatte.
Io (part.) scrivania corridoio (part.) finire
La mia scrivania è finita nel corridoio!
(Ricordiamo che, allo scopo di poter verificare le teorie di Glaser e di Barron, sono stati considerati in questa categoria anche i locativi marcati dalle particelle ni e de.)
- Avverbio di modo
Daibu jidoosha de tookatta desu ke no.
piuttosto macchina (part.) lontano-pass cop. (p.f.) (p.f.)
Eh, con la macchina era abbastanza lontano.
- Avverbio di tempo
Minoru mo moo chuugakusei desu.
Minoru (part.) già studente di scuola media cop.
Anche Minoru frequenta già le medie.
- Avverbio interrogativo di modo
Otoosan ofuro doo desu?
papà bagno come cop.
Papà, che ne pensi di [fare] un bagno?
Se analizziamo la presenza di questi quattro tipi d'avverbi, all'interno dei due gruppi, troviamo che sono gli uomini ad usare maggiormente gli avverbi di luogo e di tempo, come vediamo nella tabella:
| | M | | F |
| 1 | | 7,8% | | 3,7% |
| 2 | | 31,2% | | 35,7% |
| 3 | | 24,4% | | 21,6% |
| 4 | | 36,6% | | 39,0% |
L'uso dell'avverbio sembra quindi preferenziale: gli uomini preferiscono gli avverbi di luogo e tempo, le donne quelli di modo e quelli interrogativi di modo. Se, come già detto all'inizio, secondo Glaser, gli uomini impiegano più parole concernenti spazio e tempo, questo si è verificato nel nostro campione. Anche le teorie di Barron sono state rispettive dal nostro campione. Nello stesso studio si afferma anche che, nello stile interattivo, le donne sono più orientate verso gli altri: questo sembrerebbe dimostrare il maggior uso dell'avverbio di tipo interrogativo di modo. Infatti, all'interno di questa categoria, sono compresi termini quali: dooshite ('perché?'), naze ('perché?'), doo ('come...?'), i quali, formulando una richiesta, chiedendo un parere all'ascoltatore presuppongono un rapporto con esso del tipo descritto da Barron. Riguardo alla frequenza d'uso dei quattro tipi di avverbi, in rapporto alle diverse fasce d'età, c'è da evidenziare un fenomeno interessante: si è notato che con l'aumentare dell'età l'uso di un certo tipo d'avverbio è inversamente proporzionale al dato sessualmente marcato. Ovvero, se uno dei due gruppi (M o F) utilizza di più un certo tipo di avverbio, lo stesso gruppo, all'aumentare dell'età lo usa in maniera minore, e viceversa. Ad eccezione dell'avverbio di tempo, che vede una frequenza d'uso maggiore nel caso di MB, MV, e FV anziché di MG e FG.
4.5 Le categorie del verbo finale
Abbiamo già detto (vedi 2.4.2) di come uomini e donne scelgano le forme del verbo finale e sull'uso della copula. Ci limiteremo qui a confrontare i dati ricavati dalla nostra ricerca con tali affermazioni. Al fine di ottenere il maggior numero di informazioni sono state prese in considerazione tutte quelle proposizioni che, indipendentemente dal loro tipo (indipendente, subordinata o coordinata), si presentavano alla fine di ogni enunciato, ne è stato identificato il predicato verbale o la copula e quindi la loro forma. Per i verbi sono state individuate cinque categorie di base più un'altra in cui sono state inserite tutte quelle forme non inseribili nelle prime cinque, quali: negativi in nu o zu, imperativi, esortativi, forme dialettali. Le cinque categorie di base sono:
- Forma piana: la forma del non-passato, anche detta forma del dizionario e al passato la forma in ta.
- Forma colloquiale gentile: forme in -masu (presente), -masen (presente negativo), -mashita (passato), -masendeshita (passato negativo).
- Onorifici: verbi onorifici (come itadaku al posto di taberu, 'mangiare'), predicati formati dal verbo in te più l'ausiliare kudasai oppure la forma o-V2b-ni naru.
- Ellissi: i casi in cui il predicato veniva omesso.
- Forma in te: la sospensiva del verbo.
Per quel che riguarda la copula sono state prese in considerazione quattro categorie e più precisamente:
- Forma piana: la forma in da e simili (dewanai, datta e dewanakatta) e la forma dubitativa daro.
- Forma in ja: pur essendo una forma derivata dalla prima, è stata considerata a parte in quanto costituisce una marca contrastiva dell'area dialettale del Giappone occidentale, mentre la prima (da) è tipica dei dialetti orientali (Shibatani, 1990); rientra in questa categoria anche la forma dubitativa jaro.
- Forma in desu: più formale delle prime due; rientrano in questa categoria anche la forma negativa (dewa arimasen), la forma al passato (deshita), la forma negativa del passato (dewa arimasendeshita) e la forma dubitativa desho.
- Ellissi: sono stati presi in considerazione i casi in cui un nome o un aggettivo-nominale non erano seguiti dalla copula in nessuna forma.
Passando ad illustrare i dati da noi ottenuti, dobbiamo osservare che in questo caso i dati del nostro campione non rispecchiano quanto generalmente affermato negli studi già citati (vedi 2.4.2). Nel nostro campione sono le donne ad utilizzare la forma in -masu quasi due volte più degli uomini (F=9,7% M=5%), probabilmente l'autore della sceneggiatura ha voluto enfatizzare la maggior "politeness" delle donne, queste ultime, infatti, usano anche molte più forme e verbi onorifici (F=13,4% M=2,5%). Anche nel caso delle forme piane il nostro campione si è comportato differentemente da quanto già detto in 2.4.2. In questo caso sono gli uomini a mostrare un numero più grande (M=60,4% F=36%). Le aspettative sono state mantenute invece, nei confronti della copula: gli uomini usano di più sia la forma in da sia la forma in ja. Nel caso della forma in desu il discorso si ribalta (F=51,8% M=20%); probabilmente, anche in questo caso, l'autore della sceneggiatura ha voluto scegliere per le donne le forme più gentili. Comunque, sommando le percentuali delle prime tre categorie, le donne rimangono sempre numericamente al di sotto degli uomini (M=75,6% F=73%); di conseguenza, il minor uso della copula da parte delle donne rispetta le nostre aspettative. Le donne inoltre, producono anche il maggior numero di frasi ellittiche della copula (M=24,4% F=27%). Un discorso a parte merita l'uso di da/ja: come abbiamo già detto queste due forme sono tipiche di due aree dialettali del Giappone, quell'occidentale e quella orientale. Molti dei nostri protagonisti provengono da Osaka e quindi occidentali, altri invece provengono da Tokyo, quindi orientali, e di conseguenza usano queste forme a seconda della loro provenienza: quelli inseriti in MB, essendo nati e cresciuti nella capitale usano quasi esclusivamente da (da=66,6% ja=13,4%), mentre è contrario il dato per MV (da=3,7% ja=53,5%). FV non usa neanche una volta da.
Anche nel caso delle forme dubitative della copula sono state rispettate sia le differenze tra le varie forme, sia quelle dialettali: gli uomini usano quasi esclusivamente la forma darou (gli anziani esclusivamente la forma jarou, derivata dalla forma dialettale ja); mentre nelle donne, quelle più giovani usano esclusivamente la forma più gentile deshou, così come quelle anziane, le quali però, hanno utilizzato in qualche caso anche la forma jarou. Riassumendo quindi: gli uomini hanno usato la forma meno gentile (darou), le donne quella più gentile (deshou); i giovani hanno usato la forma tipica dell'area dialettale orientale (darou e deshou), gli anziani quella occidentale (jarou). Sembrerebbe quindi, che l'autore abbia preferito scegliere forme che evidenzino una maggior "politeness" da parte delle donne, ovvero: forme in -masu, forme e verbi onorifici e forme in desu per la copula, anche se sono poi gli uomini a produrre complessivamente enunciati in cui è presente la copula nelle tre forme considerate (da, ja, e desu). Ciò rispetta quanto affermato in molte ricerche (Kodansha, pp. 124; Shibamoto, 1985) secondo cui gli uomini utilizzerebbero maggiormente la copula, sia alla fine della frase, sia tra il predicato e le particelle finali, a causa del forte tono assertivo che dà all'intera frase (McGloin, 1990).
4.6 Le particelle finali
L'uso di specifiche particelle finali è, insieme ai pronomi, una delle caratteristiche tradizionalmente associate alle differenze sessuali legate al linguaggio. La competenza dei madrelingua determina una diversificazione dell'uso in base al sesso e alla formalità della situazione. La moderna ricerca linguistica ci ha poi portato a conoscenza di molti altri meccanismi che regolano l'uso delle particelle finali (Shibamoto, 1990; Shibatani, 1990). La nostra ricerca non si è limitata a misurare quante e quali particelle sono state usate dai due sessi, ma anche, in quale tipo di relazioni sintattiche sono state inserite. Riassumendo, i campi d'indagine sono stati i seguenti:
- tipo di particelle;
- frequenza d'uso;
- costruzione sintattica.
e ciò alla luce di una suddivisione per sesso e fascia d'età dei parlanti. Riguardo al primo punto, la suddivisione tra particelle "maschili" e "femminili" è stata sostanzialmente rispettata. Il dato riguardante l'uso della particella nou da parte degli uomini (11,8%) è da spiegarsi col fatto che in alcuni dialetti locali, come quelli del Kansai, è utilizzata al posto della particella naa dagli uomini anziani (Martin, 1975, pp. 916). Mentre per quello che riguarda l'uso della particella wa da parte degli uomini, rimandiamo la discussione al capitolo successivo. Nel nostro campione ci sono quindi, particelle usate esclusivamente dagli uomini come zo, ze e kana, altre usate esclusivamente dalle donne come no e kashira, altre ancora, utilizzate da entrambi i sessi come yo e ne. E' stato notato l'uso della particella finale na da parte di parlanti femminili. Questa particella è normalmente utilizzata da parlanti maschili; può essere però usata dalle donne quando parlano tra sé e sé o nel caso che facciano richieste o comandi (Martin, 1975); ed è infatti in queste situazioni che le donne del nostro campione la hanno utilizzata. La differenza tra i due sessi è in ogni modo così ampia da farla ritenere ancora maschile (M=17,8%, F=5%), ma all'interno del gruppo femminile è FV ad utilizzarla in misura maggiore (FV=18%, FG=0,9%), ciò perché questa è in una posizione sociale elevata rispetto agli altri parlanti (madre vs. figli). Per quel che riguarda le particelle tradizionalmente associate ai due sessi, sono le donne a farne maggior uso (F=50,3%, M=35,5%) (le percentuali sono state calcolate sommando: per le donne, le percentuali relative alle particelle wa, no e kashira; per gli uomini quelle delle particelle na, no, zo e kana). E' da segnalare, comunque, che non è stato registrato alcun caso di particella maschile utilizzata da donne. Sono quindi gli uomini a mostrare un repertorio più ampio e variegato. Nel computo totale delle particelle utilizzate, sono invece le donne a mostrare una frequenza considerevolmente più ampia degli uomini (M=0,43, F=1,05), quasi 2,4 volte di più. I dati si riferiscono alla frequenza d'uso, ricavata dividendo il numero totale di particelle per il numero ottenuto dal computo dei verbi finali (vedi 4.6). Un dato interessante che emerge da questo calcolo è che la frequenza d'uso diminuisce con l'aumentare dell'età, in altre parole gli anziani utilizzano meno frequentemente particelle finali. Infine, per quel che riguarda l'uso delle particelle definite neutre (yo e ne), non sono state notate differenze apprezzabili; le donne tendono leggermente ad usare con maggior frequenza la particella yo (F=29%, M=26%); gli uomini la particella ne, anche se gli scarti tra i due dati (M e F), nelle singole particelle sono risultati uguali (10%). Il dato relativo alla particella ne tuttavia, è contrario alle affermazioni generali che si trovano nei manuali di giapponese. Differenze notevoli nascono però, se confrontiamo i dati all'interno dei due gruppi: è interessante notare come cali il dato riferito alla particella ne: MB=36.7%, MG=24%, MV=0,8%; FG=16,5%, FV=1,5%. Ciò è dovuto probabilmente al fatto che usando tale particella il parlante si aspetta di ottenere una risposta concordante con le sue supposizioni (Uyeno, 1971, pp. 117, cit. in Shibamoto, 1990) e si presuppone che una persona di status sociale superiore (in questo caso in quanto anziani e genitori) non abbia bisogno di tali aspettative. Per i dati riguardanti l'altra particella neutra, ovvero yo, il discorso si ribalta, anche se non in maniera così eclatante, in rapporto agli uomini (MB=6.6%, MG=26%, MV=30,6%); per le donne, invece, i dati rimangono sostanzialmente simili (FG=29,4%, FV=28,1%). Riguardo al terzo e ultimo punto e cioè al tipo di costruzione sintattica in cui è inserita la particella, i nostri dati confermano quanto già detto da altri studiosi al riguardo (Shibatani, 1990; McGloin, 1990). Ricordiamo che a tale scopo sono state prese in considerazione solo le particelle yo e ne, in quanto particelle definite neutre sessualmente e quindi presenti in entrambi i gruppi. Le percentuali sono risultate infatti molto simili (yo + ne: M=40,3%, F=42%) e costituiscono i 2/5 del numero totale di particelle prodotte. I parlanti maschili formano le seguenti combinazioni, ricordiamo che gli aggettivi nominali sono stati assimilati ai nomi regolari, in quanto presentano una costruzione sintattica identica:
VERBO + (n da) + yo/ne
NOME/AGG.NOM. + da + yo/ne
AGGETTIVO + (da) + yo/ne
Per le donne, invece, abbiamo riscontrato le seguenti combinazioni:
VERBO + (no) + yo/ne
NOME/AGG.NOM. +(no) + yo/ne
AGGETTIVO + (no) + yo/ne
VERBO + (wa) + yo/ne
Gli elementi in parentesi sono opzionali, ad esempio nella combinazione AGGETTIVO + (da) + yo/ne ,vuol dire che si sono verificate entrambi le combinazioni: AGGETTIVO + da + yo/ne e AGGETTIVO + yo/ne. Non sono state registrate tuttavia le combinazioni: yo + ne e no + yo + ne. Come si può vedere entrambi i gruppi usano le particelle yo e ne con tutte le categorie lessicali. Ci sono però delle differenze: le donne usano anche due particelle nella stessa frase (wa yo o wa ne), mentre gli uomini no. Inoltre, gli uomini usano interporre la copula (da) o la forma n da (abbreviazione di no da) tra il predicato e la particella, mentre le donne no. Shibatani (1990) al riguardo ci dice che l'uso della copula da parte delle donne rende la frase alquanto brusca e mascolina; questo perché l'uso della copula, in particolar modo nella forma piana (da), è fortemente assertiva ed è generalmente evitato dalle donne (McGloin, 1990). Riassumendo: gli uomini hanno una gamma più ampia di particelle finali, anche se le usano con minor frequenza delle donne e non usano mai due particelle nella stessa frase. Le particelle maggiormente usate nel nostro campione sono quelle che abbiamo definito "neutre" (ovvero yo e ne), le quali sono usate dai due sessi con le stesse categorie lessicali, gli uomini usano però interporre la copula tra il predicato e la particella.
4.6.2 La particella wa
Nel corso dell'analisi del nostro testo abbiamo notato che i personaggi maschili usavano frequentemente la particella finale wa. Ciò, in qualche modo, è funzionale alla caratterizzazione dei personaggi da parte dell'autore. Ricordiamo che molti dei personaggi vivono o provengono da Osaka e l'uso di questa particella, da parte degli uomini, viene "comunemente" definito tipico di quell'area geografica. Per alcuni (Shibatani, 1990) la particella è usata esclusivamente dalle donne, ad eccezione del dialetto di Osaka, dove è usata da entrambi i sessi; la discriminante, comunque, viene esercitata dall'intonazione: ascendente nel primo caso, discendente nel secondo. Per altri (McGloin, 1990), la particella è generalmente associata alle parlanti femminili, anche se occasionalmente può essere usata dagli uomini anziani nella moderna lingua colloquiale standard. Anche questa studiosa riconosce la diversità d'intonazione per i due sessi, ma va oltre nell'analisi delle differenze, che consistono inoltre, nel fatto che la particella adduce un'enfasi emozionale diretta verso l'ascoltatore nel caso delle donne, che mancherebbe nel caso degli uomini. Ovviamente, nel nostro studio, per la natura stessa del testo, era impossibile verificare una delle due discriminanti prese in considerazione dai studi citati, ovvero l'intonazione; ci siamo limitati a valutarne gli aspetti quantitativi e sintattici. Abbiamo quindi voluto confrontare un'eventuale diversità d'uso all'interno del nostro campione a seconda del sesso del parlante. In base ai dati in nostro possesso, possiamo affermare che la particella viene usata dalle donne due volte di più degli uomini (F=15,7%, M=8,3%; ricordiamo che le percentuali sono riferite al numero totale delle particelle usate). E' interessante inoltre notare come, anche in questo caso, cambino le percentuali all'interno delle diverse fasce d'età. Tra gli uomini la frequenza d'uso è direttamente proporzionale all'età (MB=0%, MG=7%, MV=11,3%), tanto che MB non produce neanche un enunciato che presenti la particella wa. Ciò è dovuto, probabilmente al tipo di caratterizzazione cui abbiamo accennato all'inizio: i personaggi inseriti all'interno di MB, essendo nati e cresciuti a Tokyo, non possono aver appreso l'uso di questa particella. Nel caso delle donne, invece, la situazione appare completamente ribaltata (FG=18,4%, FV=7%), probabilmente perché l'enfasi emozionale che adduce ad un enunciato questa particella si addice più ad una donna giovane che ad una anziana, a causa dello status sociale più basso legato alla giovane. Inoltre Kitagawa (1977, cit. in Shibamoto, 1985) ci dice che la particella wa è utilizzata in particolar modo dalle parlanti femminili giovani ed è considerata poco appropriata ad una parlante anziana. Riguardo agli aspetti sintattici, non sono state ravvisate differenze sensibili tra i due sessi. Entrambi i gruppi hanno prodotto le stesse identiche combinazioni e più precisamente:
VERBO + wa
NOME/AGG.NOM. + desu + wa
AGGETTIVO + wa
Bisogna però aggiungere che il gruppo FG usa la particella legata anche ad altre particelle, formando le combinazioni wa ne e wa yo, a differenza degli altri gruppi. Secondo Martin (1975) infatti, tali combinazioni sembrano essere esclusivamente femminili.
Note
3. Le frequenze d'uso sono state ottenute dividendo il numero totale dei pronomi utilizzati per il numero totale di schede in ogni gruppo.
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