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Il linguaggio maschile nella lingua giapponese moderna
Capitolo V
5.1 Fonetica
Come abbiamo già detto (2.2), gli studi precedenti hanno individuato una serie di caratteristiche fonetiche tipiche dei due sessi. Oltre a queste, nel nostro testo ne sono state individuate altre, presenti in entrambi i sessi, riguardanti la parte finale della frase e, piu precisamente, localizzate nel punto d'incontro tra il verbo principale e quello ausiliario. Sorprendentemente sono quest'ultime ad imporsi quantitativamente; ma procediamo per ordine. Anche nel nostro testo l'assimilazione della /r/ è più presente negli enunciati di parlanti femminili (M=0,7%, F=1,1%). Gli unici parlanti maschili che presentano tale particolarità sono quelli della fascia più bassa d'età, probabilmente perché più vicini al modello materno. Anche la trasformazione vocalica /ae/ > /ee/, descritta da Shibatani (1990) come tipicamente maschile, nel nostro testo rimane tale (M=0,3%, F=0%), anche se e solo MV a farne uso (MB=MG=0%, MV=0,5%). Per quanto riguarda l'allungamento vocalico:
Imadoki isha no hakushi wa zara jaa.
oggigiorno medicina (part.) laurea (part.) frequente cop.
Oggigiorno una laurea in medicina è una cosa comune.
La differenza va considerata più che nell'ambito del sesso, in quello dell'età: sono infatti i parlanti più anziani a mostrare una frequenza maggiore (MV=20,7%, FV=24,6% vs. MG=FG=6,6%). Unica eccezione MB che presenta una percentuale più alta di tutti (MB=28,6%), ma si tratta sempre di allungamento vocalico nelle particelle finali:
Urusai wa nee.
rumoroso (p.f.) (p.f.)
Smettila!
che in questo caso serve ad enfatizzare il tipo di enunciati prodotti dai personaggi di MB, che sono costituiti, quasi esclusivamente, da battibecchi con la madre. Ma è riguardo al secondo punto, quello cioè delle caratteristiche da noi individuate, ovvero: la omissione della vocale dopo la nasale /n/ nel caso delle particelle no, mono e dell'aggettivo nai; l'omissione della vocale nei composti Vte oru e Vte iru, che si trasformano rispettivamente in Vtoru e Vteru (vedi 2.2), che i dati ci danno lo spunto per delle considerazioni interessanti. Ad un primo sguardo ci si accorge subito che sono gli uomini ad utilizzare maggiormente tutte queste forme, forse perché secondo alcuni studi (Kodansha, pp. 124) sono loro ad utilizzare maggiormente forme contratte. Tuttavia, se dividiamo ora queste forme in due gruppi:
- omissione della vocale dopo la nasale /n/, nel caso dell'aggettivo nai e desonorizazione della vocale /e/ nel composto Vte oru;
- desonorizazione della /i/ nel composto Vte iru;
ci accorgiamo che sono caratteristiche tipiche di due grandi aree dialettali del Giappone e più precisamente: il gruppo A appartiene all'area occidentale e cioè a quella di Osaka, il gruppo B a quella orientale e cioè a quelle di Tokyo (Shibatani, 1990). Analizzando i dati sulla base di quanto appena detto abbiamo: i tratti orientali (B) sono quasi del tutto assenti nei gruppi MV e FV (MV=1%, FV=0,5%), ciò perché entrambi i gruppi sono nati e vivono ad Osaka, mentre sono molto presenti quelli occidentali. Il discorso si inverte se invertiamo sia le fasce d'età sia i tratti orientali-occidentali. I personaggi inclusi nei gruppi MG e FG, pur essendo nati ad Osaka, sono molti anni che vivono a Tokyo ed hanno appreso i tratti dialettali di questa città, abbandonando in parte i tratti del paese natio. Infine, il gruppo MB, essendo nato e cresciuto nella capitale presenta delle percentuali, relative ai tratti occidentali, uguali a zero. Quelle che sono sorprendenti sono le differenze all'interno dei due gruppi (M e F) in rapporto alle diverse fasce d'età. Se confrontiamo le percentuali relative al gruppo A, nel caso degli uomini notiamo che MG usa 0,9 volte meno di MV l'omissione delle vocali dopo la nasale /n/ e 0,29 volte di meno la desonorizzazione della vocale /e/ nel composto Vte oru. Nel caso delle donne invece, abbiamo un abbandono totale nel caso dell'omissione vocalica nell'aggettivo nai, mentre diminuisce di 0,8 volte l'uso della desonorizzazione vocalica (FG rispetto a FV). Analizzando ora il gruppo B e cioè le caratteristiche dialettali orientali abbiamo che: nel caso degli uomini, MG ha usato i tratti orientali circa sei volte di più rispetto a MV (MG=5,8% MV=1%); nel caso delle donne, invece, i personaggi di FG usano sedici volte di più di quelli di FV i tratti orientali (FV=0,5% FG=8%). Esaminando i dati, possiamo concludere che nelle diverse fasce d'età non solo sono state rispettate le differenziazioni dialettali illustrate da Shibatani, ma che le differenze tra i parlanti più giovani e quelli più anziani sono numericamente più ampie nelle donne. Tutto questo sembra costituire la prova di quanto affermato da Haig (1990), secondo cui in Giappone, così come altrove, nel caso di un mutamento linguistico (standardizzazione), gli uomini tendono a mantenere il dialetto e le donne a muoversi verso la nuova lingua (standard), come dimostrano nel nostro testo, non solo i dati generali, ma soprattutto il confronto tra di loro. Sono infatti le donne a mostrare una maggiore differenza tra le diverse fasce d'età, cioè il divario tra le fasce d'età giovane-anziana e maggiore rispetto agli uomini. Ciò dimostra come le donne abbandonino più facilmente il dialetto precedente e adottino allo stesso modo quello locale.
5.2 Tipo di frase e di predicato
Come già indicato (vedi 3.4 punto 6) sono stati presi in considerazione undici tipi di frase. Per quanto riguarda la loro distribuzione a seconda del sesso, non esistono a tutt'oggi studi di alcun tipo. Il valore della nostra ricerca è quindi limitato al caso specifico e non sono possibili confronti con precedenti dati ottenuti con campioni diversi dal nostro. Analizzando i dati nel loro complesso:
| MB | MG | MV | TOT. M | FG | FV | TOT. F |
| 1 | 5,6% | 23,4% | 38,3% | 30,3% | 32,2% | 39,3% | 34,5% |
| 2 | | | | | | | |
| 3 | | 2,7% | 3,3% | 2,9% | 1,4% | 0,7% | 1,2% |
| 4 | 2,8% | 3,8% | 2,0% | 2,7% | 2,4% | 3,3% | 2,7% |
| 5 | | | | | 0,9% | | 0,6% |
| 6 | 17,3% | 33,2% | 26,7% | 28,5% | 22,2% | 18,0% | 21,0% |
| 7 | 14,3% | | 2,2% | 2,3% | 3,3% | 6,0% | 4,0% |
| 8 | 45,8% | 21,2% | 23,0% | 24,0% | 20,4% | 0,7% | 23,6% |
| 9 | 2,8% | 7,6% | 3,7% | 5,0% | 5,6% | 2,0% | 4,5% |
| 10 | 11,4% | 7,6% | 0,4% | 3,9% | 10,4% | | 7,1% |
| 11 | | 0,5% | 0,4% | 0,4% | 1,2% | | 0,8% |
ci si accorge immediatamente che alcuni tipi di frase non sono stati utilizzati da nessun gruppo, altri sono stati utilizzati solo da alcune fasce d'età. Ad esempio, non è stata registrata neanche una frase del tipo proibitivo, così come sono state registrate solo poche frasi del tipo imperativo-esortativo. Più della metà delle frasi è costituita da frasi del tipo enunciativo ed interrogativo reale. Confrontando i dati non emergono però forti divari tra i due sessi, per entrambi i tipi di frase: enunciativa (M=30,3%, F=34,5%) ed interrogativa reale (M=28,5%, F=21%). Probabilmente tutto questo serve a rendere meglio il tipo di atmosfera voluta dall'autore: quella di una famiglia dalla notevole armonia interna. Sono quindi inutili frasi molto forti come quelle proibitive, ma sono altresi ritenute fuori luogo anche frasi molto formali come quelle del tipo imperativo-esortativo. Nello stesso tipo di analisi può rientrare il basso numero di frasi imperative prodotte da entrambi i sessi (M=2,9%, F=1,2%).
E' interessante notare come alcuni tipi di frase siano completamente evitati da alcune fasce d'età. Il tipo definito desiderativo è completamente evitato dagli uomini, mentre nel gruppo femminile sono solo quelle più giovani a farne uso (FG=0,9%, FV=0%). Ovviamente l'uso di questo tipo di frasi non è precluso agli uomini, anche se tradizionalmente il linguaggio maschile viene definito come quella varietà della lingua che comunica vigore e forza (Kodansha, pp. 124). Bisognerebbe quindi intraprendere altri studi su campioni diversi per capire come questo tipo di frase viene utilizzato dai due sessi. E' interessante altresì che i due gruppi anziani producano poche (M) o nessuna (F) frase dei tipi imperativo-esortativo e domanda aperta. Riguardo alla prima, mentre MG e MV ne producono, ma in scarsa misura (MG=0,5% MV=0.4%), tra le donne è solo FG a produrne ed in misura maggiore di tutti (FG=1,2%, FV=0%). FV tra l'altro, non produce neanche una frase del tipo domanda aperta, prodotta però, in misura maggiore di MG e MV, da FG (FG=10,4%, MB=11,4%, MG=7,6%, MV=0,4%). I dati di tutti gli altri tipi di frase non mostrano differenze tra i due sessi così ampie da meritare ulteriori discussioni. Riguardo al secondo punto di questo paragrafo, i dati smentiscono le tesi di Hatano (1954) secondo cui gli uomini userebbero prevalentemente predicati verbali, mentre le donne quelli aggettivali. Se è vero che gli uomini usano di più delle donne il predicato verbale e quest'ultime usano più degli uomini il predicato aggettivale (pred. verb.: M=45%, F=38,8%; pred. agg.: M=8,5%, F=9,7%), tali differenze non sono così ampie da giustificare tali tesi. Inoltre il predicato più usato dalle donne risulta essere quello nominale (F=47,8%), che nella fascia più giovane è stato utilizzato nella metà degli enunciati prodotti (FG=50,4%). Dobbiamo però precisare che sono state classificate sotto questa categoria anche frasi del tipo:
atakushi wo kaikabutterashiatta n desu wa.
Io (part.) sopravvalutare (part.) cop. (part.)
Lei mi sta sopravvalutando.
(Lett.: Lei fà una sopravvalutazione di me.)
dove compare la costruzione no da (nello specifico n=no), costituita dal nominalizzatore no più la copula (desu). Il parlante, in questo caso proprio una donna, avrebbe potuto anche evitare di usare tale costruzione, senza modificare il significato della frase.
Sono stati inseriti nella categoria nominale anche i predicati in cui compariva un nome o un nome-aggettivale in posizione finale, seguiti da tale costruzione. Sono state utilizzate, in maniera nettamente inferiore da entrambi i sessi, sia il predicato aggettivale sia quello aggettivale-nominale (riguardo a quest'ultimo punto vedasi quanto detto in 4.3 sull'uso del kango). E' interessante notare però, come all'interno delle diverse fasce d'età, pur mutando le proporzioni, le percentuali relative ai predicati contenenti un aggettivo, quindi sia quelli aggettivali sia quelli aggettivali-nominali, variano di pochissimo. Sommandone i due dati si ottiene: MG=11,4%, MV=11,5%, FG=13,2%, FV=13,6%. Sembrerebbe quindi, che il numero di aggettivi in generale usato da entrambi sessi sia pressoché costante col variare d'età, variando solo la proporzione tra i due tipi (aggettivi e aggettivi-nominali). Fa eccezione solo MB che li utilizza nelle medesima quantità (20%) ed in misura di molto superiore a tutti gli altri. Per quanto riguarda poi i predicati verbali e nominali, più che parlare di differenze tra i due sessi, si deve parlare di differenze per fasce d'età: gli anziani utilizzano maggiormente i predicati verbali (MV=47,9%, FV=44,3%), i giovani quelli nominali (MG=47%, FG=50,4%).
5.3 Il cambiamento dell'ordine delle parti della frase
Come abbiamo già detto, la lingua giapponese appartiene al gruppo di lingue di tipo SOV, ovvero lingue il cui ordine sintattico è il seguente: Soggetto - Oggetto - Verbo. Ma se, in altre lingue SOV, la posizione del verbo può anche non essere alla fine della frase, nella lingua giapponese ciò non è assolutamente possibile. Gli elementi precedenti possono però essere riordinati, secondo un fenomeno spesso denominato "scrambling" (Shibatani, 1990). Non è facile, tuttavia, determinare gli effetti semantici di tale fenomeno, né è riconosciuta una diversa presenza nei due sessi (Peng, 1981; Shibatani, 1990). In un'altra ricerca (Shibamoto, 1985) è stato invece riscontrato che tale fenomeno è presente con maggiore frequenza nel linguaggio delle donne. Una frase molto complessa può essere riorganizzata al suo interno, ad eccezione del verbo, in molti modi. Tuttavia non tutte le versioni presentano un uguale grado di naturalezza, la differenza tra le varianti naturali e quelle innaturali dipende dal numero di costituenti posti ad inizio di frase, cioè più costituenti vengono anticipati e più la frase risultera confusa (Shibatani, 1990). Fondamentalmente viene riconosciuto un ordine di base che è il seguente (Inoue, 1976; Martin, 1975):
Soggetto - Strumento - Moto da luogo - Moto a luogo - Complemento di termine - Complemento oggetto - Verbo
Per cui una frase tipo sarà:
Watashi ha kuruma de Tokyo kara Kyoto made Yamamoto sensei ni jiten wo motte kita.
Io (part.) macchina (part.) Tokyo da Kyoto fino a Yamamoto professore (part.) vocabolario (part.) portare venire PASS.
Sono venuto con la macchina da Tokyo a Kyoto portando un vocabolario al professor Yamamoto.
Tuttavia una frase del genere è molto rara, molte parti sarebbero state eliminate in quanto comprensibili dal contesto. Risulta così difficile riscontrare casi di scrambling all'interno di un testo come il nostro, dove la maggior parte delle frasi sono composte dall'oggetto e dal verbo più, a volte, da qualche avverbio. I dati da noi ottenuti presentano quindi percentuali molto basse e non molto dissimili tra loro (M=0,8%, F=1%). La lieve differenza, a favore delle donne, ci ha in parte sorpreso poiché secondo alcuni studi le donne usano generalmente forme più corrette (Jespersen, 1922; Flexner, 1960). Anche le differenze all'interno dei due gruppi non sono molto ampie: identiche negli uomini (MG=0,8%, MV=0,8%), ad eccezione di MB che non presenta neanche un caso di scrambling. Le donne hanno invece mostrato una differenza più sensibile a favore della fascia più anziana (FG=0,6%, FV=1%), tuttavia sempre molto bassa. Un altro fenomeno molto interessante è quello che va sotto il nome di "dislocazione a destra" (right dislocation in inglese) e che consiste nel posporre dopo il predicato verbale il soggetto, un complemento o un'intera proposizione. Ad esempio:
Umai ne. kono mame.
buono (p.f.) questi legumi
Sono buoni, eh? Questi legumi.
A prima vista questo fenomeno sembrerebbe violare la regola che vuole il verbo alla fine della frase, tuttavia deve essere distinto dallo scrambling. Il costituente post-verbale deve essere considerato più come un elemento che è stato "attaccato" alla fine di una frase, un elemento che inizialmente il parlante non aveva ritenuto utile per l'ascoltatore. Inoltre, l'intonazione discendente del verbo (e della particella finale), tipica degli elementi finali, è l'intonazione bassa e piatta del costituente posposto mostrano che la regola che vuole il predicato alla fine della frase non è stata infranta (Shibatani, 1990, p. 259). Lo stesso Shibatani, però, non ci fornisce informazioni riguardo alla distribuzione di questo fenomeno all'interno dei due sessi, anche se afferma che è tipicamente riscontrabile nel linguaggio colloquiale. Un'altra studiosa (Shibamoto, 1985) ha però scoperto, in base ad un analisi statistica, che tale fenomeno è più frequente nel linguaggio femminile. Nel nostro testo questo fenomeno è ben più presente del primo. Anche in questo caso, però, le differenze tra i due sessi sono minime (M=3,1%, F=3,8%). Quello che risulta interessante dal confronto dei due fenomeni trattati in questo paragrafo è che, a parte le percentuali assolute (simili a quelle già trovate da Shibamoto nello studio citato), l'andamento al variare dell'età nei due sessi è opposto: le donne più anziane tendono a produrre più enunciati lontani dalla forma canonica probabilmente perché il fatto di trasgredire, in qualche modo, a delle regole è visto più di buon grado, a causa della posizione sociale che rivestono. Per gli uomini anziani, invece, si potrebbe supporre che un minor uso di frasi lontane da quelle canoniche rispetto a tutti gli altri, sia dovuto ad un preciso intento da parte dell'autore della sceneggiatura di voler caratterizzare tali personaggi come più autorevoli di quelli giovani e delle donne, anche attraverso un comportamento linguistico: la presenza di entrambi i fenomeni potrebbe apparire come la dimostrazione di una certa esitazione. E' noto, infatti, che gli enunciati dal tono molto autoritario sono caratterizzati, oltre che dalla tipica intonazione, anche dalla brevità dell'enunciato stesso. In tal caso e per i motivi che abbiamo detto all'inizio, risulta difficile modificare l'ordine delle parole, a meno di generare enunciati poco corretti da un punto di vista sintattico, che non otterrebbero l'effetto voluto, ma che risulterebbero incomprensibili.
5.4 La posizione dell'avverbio
Nel paragrafo precedente, parlando dell'ordine delle varie parti del discorso, abbiamo volutamente tralasciare la posizione dell'avverbio. Mentre per tutte le altre categorie gli studiosi sono concordi per un ordine base (quello descritto in 5.3), per l'avverbio ci sono pareri diversi sulla sua posizione rispetto al soggetto:
A) Avverbio - Soggetto
B) Soggetto - Avverbio
Abbiamo voluto vedere se vi fossero tendenze diverse nell'uso da parte di parlanti di sesso opposto e in che misura si manifestassero, non essendoci studi in merito. Sono stati presi in considerazione, ovviamente, solo quegli enunciati in cui compariva l'oggetto. Questo però, ha portato a disporre di poche informazioni, in quanto il nostro campione ha prodotto numerosissimi enunciati ellittici del soggetto (vedi 6.1). In totale gli enunciati in cui erano presenti sia il soggetto, sia la categoria avverbiale ammontano al 9% di tutti gli enunciati, con una leggera prevalenza da parte degli uomini (M=9,5%, F=8,6%). Riguardo alla distribuzione nei due ordini (A e B), entrambi i sessi hanno preferito il secondo (Soggetto - Avverbio), ma sono le donne a prevalere leggermente; gli uomini cioè, mostrano una differenza tra i due ordini meno esasperata:
All'interno dei due sessi poi, le differenze mostrano una tendenza già vista in altri casi: negli uomini la tendenza generale riscontrata nel dato sessualmente marcato diminuisce con l'aumentare dell'età, nelle donne si intensifica, tanto che il gruppo FV supera in percentuale il dato generale di F, nel caso dell'ordine B:
| | MB | | MG | | MV | | FG | | FV |
| A | | 25% | | 36% | | 37,8% | | 23,2% | | 15,8% |
| B | | 75% | | 64% | | 62,2% | | 76,8% | | 84,2% |
Concludendo, possiamo affermare che nel nostro campione la scelta nella posizione dell'avverbio all'interno della frase è sostanzialmente simile nei due gruppi.
L'aspetto interessante riguarda invece l'andamento opposto del dato sessualmente marcato con l'aumentare dell'età.
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