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Il concetto giapponese di economia dal punto di vista epistemologico

Capitolo 1. Razionalità e società


1.1 L'importanza del metodo

L'idea principale di questo lavoro è ispirata dall'opera del sociologo tedesco Max Weber, autore che è di fondamentale importanza per l'approccio al problema che ci siamo dati.
L'opera di Weber non fu soltanto di carattere sociologico e storico, ma egli contribuì in maniera decisiva a criticare il metodo delle scienze(1).
La sua attività si inserisce nel vivace dibattito intellettuale del periodo sul metodo della scienza (Methodenstreit), al quale parteciparono altri studiosi spesso di formazione diversa.

Anche per noi la questione del metodo è di vitale importanza. Il metodo stesso ci permette di vedere cose che altrimenti non ci sarebbero visibili. Se consideriamo che il metodo è formato dall'insieme di concetti che non soltanto ci forniscono un'immagine della realtà, ma che ci permettono anche di interagire con essa, ci accorgiamo del suo valore fondamentale.
Il metodo non è affatto neutrale rispetto alla realtà. L'analisi scientifica risente dei cambiamenti provocati dall'indagine stessa nella realtà.

La società giapponese è un caso limite ed emblematico che abbiamo scelto per dimostrare la necessità di riformulare i concetti della scienza, e in particolare il concetto di razionalità.
Una società complessa ed evoluta che spesso non corrisponde ai criteri di razionalità che noi imponiamo alla realtà, ed è quindi percepita come estranea.
Non si può fare a meno di pensare anche al momento storico in cui affrontiamo tale questione. Un periodo in cui le differenze etniche e culturali non sembrano essere superate e integrate in un modello globale di civiltà planetaria.
E altrimenti non può essere. Finché non saranno riconosciute le differenze e comprese profondamente, esse sono destinate a creare divisioni ed esplodere in conflitti.

Weber parlava di verstehen, ossia comprendere, intendere. Egli usò tale termine per definire la "sociologia comprendente" (verstehende Soziologie). Lo scopo della sociologia è "rendere intelligibile" il fenomeno sociale(2).
Ci sembra che al momento attuale la sociologia stia fallendo(3) tale proposito per una carenza di carattere filosofico. Essa si è limitata alla descrizione del fenomeno sociale senza preoccuparsi della spiegazione tradendo così l'insegnamento di Max Weber.
Per comprendere il fenomeno sociale dobbiamo tornare a occuparci di ciò che lo precede: il pensiero.
Non soltanto l'azione razionale è guidata dal pensiero, ma anche quella istintiva o inconsapevole è determinata dalla percezione della realtà, e quest'ultima dipende strettamente dalle idee che noi abbiamo su di essa.
Weber aveva perciò elaborato una distinzione dei diversi tipi di agire (Verhalten). L'agire può essere determinato in modo razionale rispetto allo scopo, in modo razionale rispetto al valore, in modo affettivo e in modo tradizionale.

L'agire conforme allo scopo è orientato al conseguimento dei mezzi ritenuti adeguati per realizzare un certo scopo.
L'agire conforme al valore è determinato dalle credenze del valore di un comportamento.
L'agire affettivo riguarda quelle manifestazioni umane che coinvolgono i sentimenti.
E l'agire tradizionale è determinato dalle abitudini acquisite.

Agire
1) conforme allo scopo
2) conforme al valore
Razionale Maggiore intelligibilità
3) affettivo
4) tradizionale
Irrazionale Minore intelligibilità

Da questo schema si vede come fosse costante lo sforzo di Weber a riportare ciò che è irrazionale e soggettivo all'interno dell'indagine scientifica. L'agire tradizionale e affettivo, che sono riconosciuti come irrazionali e quindi meno intelligibili, fanno comunque parte dei tipi possibili di agire e non ne sono affatto esclusi.

1.2 La concezione della scienza di Max Weber

Weber è quindi per noi una sorta di "nume tutelare". Non solo ci indica il metodo di studio della società, ma ci fornisce anche uno sviluppato concetto di razionalità.
Innanzitutto consideriamo i due livelli per cui l'insegnamento di Weber è fondamentale per il nostro lavoro: 1) la metodologia scientifica e 2) l'analisi della società.

Se la scienza ha abbandonato il criterio delle verità assolute si deve procedere in maniera diversa. Weber aveva già indicato all'inizio del XX secolo un metodo alternativo.
Ogni oggetto d'indagine necessita di un opportuno metodo di analisi. Non a caso Weber usa quindi il termine "comprendere". Non dobbiamo imporre un metodo alla realtà, ma cercare che esso si ricavi dall'interagire fra le nostre conoscenze e la realtà indagata nell'ambito più ampio possibile.
In pratica il contrario dell'attuale tendenza che vede nella specializzazione un inaridimento intellettuale. Inoltre la minaccia concreta che erode le fondamenta della scienza è il pericolo costituito dal rapporto mancato con la soggettività.
Costruire una finta oggettività ignorando il resto è una facile scappatoia e un modo strumentale di ridurre la scienza ai propri fini. Ma una scienza del genere non sarà in grado di spiegare alcunché, potrà al limite vendere i suoi sottoprodotti.

Lo stesso Weber ha affrontato il problema dell'oggettività in maniera poderosa (L'"oggettività" conoscitiva della scienza sociale e della politica sociale, Studi critici intorno alla logica delle scienze della cultura, Il significato della "avalutività" delle scienze sociologiche ed economiche).
Egli definì e puntualizzò il concetto di avalutività. Quando la scienza conduce un'indagine su un oggetto esso deve essere considerato per quanto concerne la sua esistenza (rapporto dell'oggetto nell'ambiente) e non riguardo alla sua validità (valore che noi gli attribuiamo).
In breve l'avalutività è l'atteggiamento corretto che lo studioso dovrebbe avere nei confronti dell'oggetto d'indagine. Lo studioso non deve giudicare prima di comprendere.
Ciò ovviamente non significa che non si debba mai giudicare. Ma la comprensione non può essere preceduta da un giudizio che finirà per indirizzare qualsiasi interpretazione dei fenomeni.
Weber critica anche una finta oggettività che egli chiama la "linea di mezzo". Essa consiste nel prendere le diverse valutazioni e commisurandole arrivare a un compromesso che sarebbe a metà strada.
Questo modo di procedere è una sorta di fuga che perde qualsiasi contatto dall'oggetto di studio. L'oggettività non è un distacco dall'oggetto come erroneamente si crede, ma una sospensione del giudizio.

Weber introduce la distinzione giudizi di fatto (secondo lo stato delle cose) e giudizi di valore (secondo il valore che noi diamo alle cose) nell'ambito della ricerca sociologica.
Quando Weber parla di giudizi di fatto non intende dire che esiste una realtà oggettiva superiore e distinta dalla realtà soggettiva. Entrambi i giudizi partecipano alla definizione della realtà in quanto Weber non distingue una superiorità di uno o dell'altro giudizio.
Molto probabilmente noi non ci accorgiamo nella vita quotidiana di tale differenza. Soltanto lo scienziato operando una astrazione può distinguere tale differenza. Ciò avviene perché lo studioso conosce con chiarezza i valori della società studiata, mentre noi li viviamo inconsapevolmente.
Il metodo di Weber fallirebbe se si fraintendesse tale distinzione considerandola rigidamente e credendo a una realtà oggettiva più autentica della realtà soggettiva. Di conseguenza il metodo comparativo sarebbe viziato, e non potrebbe trattare con la stessa importanza i concetti culturali delle diverse società.
Come poter raggiungere il criterio di oggettività richiesto dalla scienza? Ovviamente l'oggettività si presenta come una meta irraggiungibile. Le nostre idee sono influenzate dalla società a cui apparteniamo e viceversa esclusi dalla società non avremmo nessuna idea.
La soluzione possibile, come pare suggerirci Weber, è di non porre una netta separazione fra soggettivo e oggettivo. Essi si definiscono dall'interagire fra loro e sono quindi interdipendenti.
Forse è più facile vedere cadere tale contrasto nell'ambito della sociologia poiché è spontaneo il paragone individuo (soggettivo) e società (oggettivo). Se usiamo la corrispondenza appena vista, tra soggettivo e individuale e tra oggettivo e sociale, appare evidente che l'uno necessità dell'altro per esistere.
Così come quando parliamo di interno ed esterno. L'uno non può esistere senza l'altro.

1.3 Lo schema tripartito

L'oggetto finale della nostra indagine è l'economia giapponese. Perché mai si è scelto un argomento così apparentemente lontano dal pensiero filosofico se poi si intende analizzare la questione in termini filosofici?
La colpa o merito, a seconda dei punti di vista, è attribuibile al nostro "nume tutelare" Max Weber. Se qualcosa di così concreto come l'economia si dimostra governato da regole puramente culturali, non ci dovremmo sorprendere.
L'opera di Weber è stata indirizzata da tale aspirazione esplicativa. Anche la concezione religiosa è stata considerata da Weber alla base dello sviluppo dell'organizzazione economica.
Ma il modello(4) che si riferisce al rapporto fra pensiero, struttura sociale, ed economia non è una prerogativa di Weber, è una eredità culturale del secolo XIX. Questo modello è anche il più abusato nelle scienze sociali.
Nel presentarlo non possiamo fare a meno di rispolverarlo come un cimelio lasciatoci dai nostri antenati. Esso però conserva ancora fascino e semplicità, e la sua efficienza è indubbia.
Inoltre non è da dimenticare l'importanza che tale modello nelle sue diverse forme, compresi i rovesciamenti, ha avuto per le ideologie del XIX e XX secolo.

Economia <--> Struttura sociale <--> Modelli di pensiero

Lo schema tripartito che qui presentiamo è una rielaborazione del vecchio schema. Tale schema è ancora funzionale per spiegare in quale modo affronteremo l'argomento dell'economia giapponese.
Come si può vedere, in questo aggiornamento le frecce indicano un rapporto bidirezionale indicante le relazioni ma non una gerarchia, a differenza del vecchio schema in cui la gerarchia indicava un valore diverso. Invece Max Weber intendeva i rapporti fra cultura, religione, politica ed economia come un interagire sincronico sullo stesso piano.

Anthony Giddens, in Capitalismo e teoria sociale, chiarisce puntualmente questa impostazione di Weber. Capirla è importantissimo per non equivocare il pensiero weberiano. Giddens insiste dicendo che secondo Weber non esistono regole fisse che determinano un modello economico in base al modello sociale e viceversa.
Sarebbero compatibili forme economiche simili con etiche economiche differenti. Con ciò Weber fu un precursore in contrasto con il pensiero storico e politico dell'epoca che legava l'assetto politico e l'organizzazione economica, come nel caso del marxismo.
Il distacco di Weber dal materialismo e dall'idealismo è qui netto. La società nel suo complesso sarebbe data dall'interagire continuo dei fattori materiali e dei fattori spirituali. Da questo interagire si formerebbe la struttura sociale.
Nel caso del Giappone è davvero calzante questa osservazione di Weber. In Giappone troviamo un'economia simile a quella occidentale che condivide però una serie di valori del tutto diversa. Qui si inserisce la nostra polemica contro chi vede separatamente e in contrasto tradizione e modernizzazione in Giappone. Correggendo i presupposti sbagliati tale contrasto risulta totalmente infondato.

1.4 Diversi significati di razionalità

Nella lettura delle opere di Weber appare immediatamente un problema che ci riguarda direttamente. Come intendere l'espressione "razionalità" usata da Weber?
Nel contesto della filosofia analitica, ad esempio, l'uso weberiano di tale termine sembrerebbe inopportuno e indefinito. Ci si rifarebbe alla definizione neopositivista della razionalità, in particolare ai procedimenti logici e formali. Crediamo che tale difficoltà possa essere rapidamente superata intendendo bene il proposito della "sociologia comprendente" di Weber.
La razionalità è una categoria usata da Weber in maniera flessibile ed estesa. Essa, quindi, si può distinguere a diversi piani. Una forma di razionalità è quella dell'individuo e riguarda le operazioni della mente.
Se tale forma di razionalità viene astratta e generalizzata, separandola dal singolo individuo, si può riconoscere in essa una rudimentale somiglianza alla razionalità dei processi logici avanzati dai neopositivisti.
Un'altra forma è quella della società. Essa mira ai conseguimenti degli scopi e ha un carattere di organizzazione e ottimizzazione dei mezzi usati. Quindi non è detto che i diversi piani della razionalità coincidano.
Anche a causa di questo uso disinvolto da parte di Weber di tale termine, ci si trova spesso in difficoltà nel cogliere pienamente il senso delle sue espressioni. Ma Weber non aveva torto nell'evitare la distinzione dei diversi significati di razionalità. Questa è una falsa distinzione.
Dopo Thomas Kuhn l'epistemologia ha considerato sempre più il rapporto fra società e scienza. La scienza non sarebbe affatto indifferente ai processi politici e storici. L'influenza della società sul sapere, anche scientifico, è ormai un'idea acquisita.
Nessuno ha però descritto con tanta forza quanto Weber l'influenza del pensiero sulle strutture sociali, e il rapporto di dipendenza fra etica ed economia, fra valori spirituali e valori materiali.
L'opera più famosa di Weber, L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, mostra le origini culturali degli atteggiamenti economici occidentali. Il capitalismo deriva dall'etica protestante la sua forza propulsiva attraverso la disciplina del lavoro concepito come dovere e la ricerca del guadagno fine a se stesso.

1.5 La pluralità della razionalità

Il risultato maggiore del lavoro di Weber fu dimostrare la specificità del capitalismo occidentale. Però l'intento finale di Weber era quello di presentare i diversi modelli di economia e i rapporti con le culture delle diverse società. E il Giappone fu fra i paesi che maggiormente lo interessarono.
Ma il lavoro di Weber si inserisce in un periodo storico che non permetteva un'analisi dettagliata della realtà giapponese. Il Giappone era restato un paese isolato fino al 1853, anno in cui il commodoro statunitense Matthew Perry obbligò le autorità giapponesi all'apertura dei porti con la minaccia delle sue le sue navi da guerra(5).
Negli anni seguenti il paese subì un mutamento radicale che riguardò politica, economia e cultura. Tale rivoluzionario periodo vide l'affermazione della "bunmeikaika" (civilizzazione) che coincide con la restaurazione del potere imperiale della dinastia Meiji (1868).

Weber intuì la diversità del Giappone rispetto agli altri paesi asiatici. E non mancò di sottolineare l'aspetto di razionalizzazione del feudalesimo giapponese. Così come l'aveva individuato anche un altro grande storico comparativista, Otto Hintze.
Ma purtroppo il suo lavoro non poteva essere che limitato considerando l'inaccessibilità alle fonti dettata dal contesto storico. Si tenga presente che anche nel momento in cui scriviamo non è facile per chiunque accedere alla documentazione necessaria poiché la quasi totalità di essa è in lingua giapponese e non disponibile nei paesi occidentali.

Noi intendiamo continuare e completare l'opera di Weber portandola fino alle estreme conseguenze, ossia dimostrare la pluralità delle forme della razionalità alla base dell'agire sociale.
Ovviamente questo è un risultato inaspettato che Weber avrebbe accolto con sorpresa. Ma le condizioni storiche sono talmente cambiate che per essere fedeli al metodo weberiano dobbiamo rivedere alcune conclusioni ormai superate dai tempi.
Però rispetto all'analisi weberiana avremo una limitazione che ci siamo imposti. L'operazione comparativa potrà essere condotta solo fra due modelli: quello occidentale e quello giapponese.
Infine dobbiamo anche far notare, per onestà intellettuale, che la nostra è una particolare interpretazione di Weber funzionale al nostro lavoro. Ma se un uso qualsiasi del pensiero weberiano si rivela tanto proficuo, allora ben venga. La fedeltà filologica non deve mutarsi in aridità intellettuale.
Weber rappresenta per noi una fonte di ispirazione, ma questo non significa che ci fermeremo alle sue analisi. Sarebbe assurdo per i motivi prima esposti. Inoltre sarà necessario rielaborare il concetto di razionalità.
D'altronde bisogna ricordare quali sono le matrici originarie di un pensiero filosofico, e il debito che si ha nei confronti di Weber è grande. Anche Ronald Dore ha osservato che Weber sarebbe rimasto affascinato dal processo di razionalizzazione del Giappone contemporaneo(6). La società giapponese rappresenta un caso eccezionale e una ottima occasione per applicare il metodo d'analisi di Weber.

1.6 Superamento della distinzione di comunità e società

La distinzione società e comunità è un punto cruciale di quasi tutte le teorie sociologiche. Possiamo così riassumerla brevemente:

Società. Società di mercato. Legame sociale basato sul calcolo dei mezzi atti al conseguimento dei fini. Pensiero razionale prevalente. Rapporti impersonali e basati sul contratto. L'individuo è centrale.

Comunità. Comunità di sentimenti, emozioni, idee. Atteggiamento tradizionale e affettivo prevalente. Rapporti determinati dalla parentela, dalla vicinanza e dall'amicizia. Importanza dello status. Il gruppo è centrale.

La comunità sarebbe un'organizzazione primitiva basata su rapporti affettivi ed emotivi, mentre la società sarebbe un'organizzazione regolata dal pensiero razionale e dal calcolo dei mezzi per il raggiungimento di determinati scopi.
La distinzione società e comunità è stata adoperata nelle scienze sociali da molti autori con termini e usi diversi. Vediamone un quadro sintetico:

Concetto di società

Concetto di comunità

Autore

Gesellschaft Gemeinschaft Tönnies
Solidarietà organica Solidarietà meccanica Durkheim
Società fredda Società calda Lévi-Strauss
Disembedded Embedded Pollanyi
Contratto Status Maine
Individualità Collettività Collettività

Nell'ambito dell'economia Karl Pollanyi distingue le economie disembedded delle società che hanno un mercato autoregolato dalle economie embedded delle comunità che hanno economie incorporate all'interno del sistema sociale.
Nel caso della società giapponese ci troviamo in un paradosso che mostra come tale distinzione possa essere ingannevole.
In La società giapponese, Nakane Chie spiega con dovizia i rapporti all'interno dell'azienda giapponese. Essi si rifanno al modello di famiglia. Non è un caso che Nakane(7) usi il termine "oyabun" (capo) per descrivere il rapporto fra dirigenti e dipendenti (oyabun-kobun). Ebbene, questo termine deriva dalla parola oya che significa appunto genitore.

L'azienda è una sorta di grande famiglia. I dirigenti giapponesi si preoccupano molto di mantenere buoni i rapporti fra i dipendenti in un contesto in cui il capo è considerato un padre protettivo.
Il sentimento di affetto del capo rispetto al dipendente è definito dal termine "onjou shuji". Ciò avviene in un clima che tende alla ricerca di una sorta di consenso chiamato "ringisei".
Nakane Chie sottolinea perciò la diversità dalle aziende occidentali. Tutto ciò è in contrasto con l'idea di società così come esposta da Tönnies e gli altri teorici della distinzione comunità e società.

In conclusione o consideriamo il Giappone una comunità, una sorta di "tribù tecnologica", oppure fingiamo che il Giappone sia un paese moderno in cui sussistono ancora delle sopravvivenze di stadi primitivi e tradizionali.
Noi respingiamo come ridicole e inconcludenti queste due posizioni che non spiegano la peculiarità del caso giapponese.
Tradizione e modernizzazione non sono in Giappone in contrasto, ma due facce della medesima medaglia. Il sistema giapponese ha realizzato una completa integrazione fra modernizzazione e tradizione sfruttando le caratteristiche culturali a vantaggio dello sviluppo e dell'organizzazione.

1.7 La razionalità alla base dei processi di pensiero

Il metodo di Weber nel modo in cui integra l'individualità soggettiva con l'oggettività della scienza, secondo i principi della sociologia comprendente, è anche uno degli approcci più singolari e innovativi del XX secolo.
Innanzitutto è un approccio interdisciplinare che affronta la cultura con tutti gli strumenti in possesso dello studioso. In secondo luogo è uno dei pochi metodi che usa entrambe le strategie top-down e bottom-up per la spiegazione dei fenomeni.
Con top-down e bottom-up intendiamo due processi di analisi: l'astrazione che parte dalle generalità per spiegare i fenomeni singoli, e la particolarità che prende i casi specifici per distinguere le differenze e individuare i caratteri generali.
Innovativo è anche lo studio comparativo che sarà poi usato a profusione in etnologia.

Inoltre è prerogativa di Weber di non cristallizzarsi nello studio della logica interna dell'etica di una società, ma di puntare l'attenzione alle conseguenze sociali e psicologiche che essa ha sull'agire individuale.
Il pregio del metodo weberiano è di considerare l'individualità fra gli oggetti di studio.
La cultura non è qualcosa di astratto, ma è il prodotto dell'azione umana. Per comprendere la cultura si deve necessariamente capire l'individuo con le sue credenze, le emozioni e le abitudini.

Anche noi crediamo che l'individuo giapponese sia la porta d'ingresso al sistema giapponese.
L'integrazione dell'individuo giapponese nella sua società è tale che ci permette di conoscere intimamente la struttura sociale tramite l'analisi del comportamento del singolo che è spesso più veritiero dei modelli astratti mai verificati in concreto.
La nostra proposta innovativa è nell'individuazione di forme mentali che spiegherebbero la diversa razionalità del comportamento giapponese a prescindere dall'influenza della società.
Attualmente il comportamento giapponese viene spiegato come un tratto culturale. Secondo tale teoria i giapponesi sarebbero condizionati dalle consuetudini tradizionali della propria società. Ciò è assolutamente falso.
Questa è una spiegazione che si poggia esclusivamente su una psicologia comportamentale rozza e limitata. Invece è vero il contrario.
La società giapponese è il risultato del libero comportamento degli individui giapponesi. Si devono assolutamente eliminare questi stereotipi e pregiudizi che vedono l'individuo giapponese alienato e stressato, obbediente a una società che non gli appartiene.
Questi sono giudizi di valore degli occidentali. E come ci insegna Weber, non possiamo conoscere una società se la nostra avalutività è viziata così profondamente. Noi spiegheremo come il comportamento individuale giapponese sia determinato da una diversa razionalità che è alla base dei processi di pensiero. Questo diverso sentire delle cose è chiamato dai giapponesi "mono no aware"(8).

Note

1. Per l'importanza di Weber in proposito della filosofia della scienza si legga Marsonet, Michele. 1994. Introduzione alla filosofia scientifica del '900. Edizioni Studium, Roma, cap. II. Appare chiaramente come Weber fosse un epistemologo sui generis.
2. "Alcune categorie della sociologia comprendente" in Weber, Max. 1958. Il metodo delle scienze sociali. Einaudi, Torino.
3. Si veda la critica alla sociologia contemporanea in Landowski, Eric. 1999. La società riflessa. Meltemi, Roma.
4. La forma più nota di questo schema è quella riproposta da Karl Marx che poneva i fattori economici come causa che produce la struttura sociale e l'ideologia. Marx forniva quindi tale tripartizione: sovrastruttura, struttura e infrastruttura. Ma non bisogna dimenticare che quello di Marx è soltanto un capovolgimento che deriva dalle teorie di altri pensatori. Emile Durkheim aveva fornito nell'ambito della teoria funzionalista un elaborato modello che presentava tale tripartizione: apparato culturale, struttura sociale, adattamento. Non si può non osservare come la triade sia un concetto che ha avuto enorme diffusione nel XIX secolo. Comte aveva distinto i tre stadi del pensiero (teologico, metafisico, positivo), Hegel la dialettica di tesi, antitesi, sintesi.
5. Le navi del commodoro Perry dotate di doppia propulsione, a vela e a vapore, potevano risalire la corrente. I loro cannoni avevano una gittata superiore e una maggiore precisione. E anche per il dislocamento non erano paragonabili alle imbarcazioni giapponesi simili alla giunche cinesi. Lo stupore fu enorme. Le navi americane furono chiamate kuroifune (navi nere) dalla colorazione dello scafo. I giapponesi rimasero molto impressionati dalla superiorità tecnica degli occidentali e cercarono di colmare questo divario negli anni successivi. La battaglia di Tsushima (27 maggio 1905) contro la flotta russa dimostrò che l'industria giapponese aveva ormai raggiunto la tecnologia occidentale ed era in grado di produrre mezzi equivalenti se non superiori. Riguardo questi eventi storici si legga (in lingua giapponese) Matsumoto Ken'ichi. 1998. Nihon no kindai 1: Kaikoku, ishin 1853-1871. Chuuou Kouron Sha, Tokyo.
6. Dore, Ronald. 1990. Bisogna prendere il Giappone sul serio. Saggio sulla varietà dei capitalismi. Il Mulino, Bologna, p. 137.
7. Nakane si riferisce al termine usato in epoca Tokugawa per definire il rapporto dirigente-dipendente. Nakane comunque lo usa come termine generale, come un ideal-tipo che corrisponde anche agli attuali rapporti nelle aziende. Nel giapponese moderno esiste una articolata gerarchia ricca di termini per definire il "capo". Avremo modo di occuparcene in particolare più avanti.
8. Ritorneremo più avanti sul significato di questa espressione giapponese. Mono no aware o shiru, letteralmente "sentire il sentimento delle cose". Una spiegazione è stata data da Kubota in Anonimo (a cura di Kubota Youko). 1989. Le concubine floreali. Marsilio, Venezia, pp. 40-41.
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