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Il concetto giapponese di economia dal punto di vista epistemologico
Introduzione
Dedicare uno studio al concetto giapponese di economia è una sorta di triplo salto mortale. Infatti una simile indagine ci presenta subito tre domande poste in sequenza e stretta relazione. Esiste un concetto giapponese di economia? Che cos'è il concetto giapponese di economia? Perché dobbiamo studiarlo?
Alcuni studiosi(1) ritengono le economie asiatiche nulla più che una forma di capitalismo e dunque evadono la questione. Ovviamente tale posizione, anche se degna di considerazione, può essere criticata come una eccessiva semplificazione. In questi anni è sempre più emersa la diversità fra la concezione occidentale di economia e le "versioni" asiatiche. Se esiste tale differenza, e i problemi a essa connessa, significa che necessariamente esistono altri modelli di economia. Il nostro interesse si rivolgerà a dimostrare tale differenza e cosa non ancora fatta finora, definire la concezione giapponese dell'economia.
Abbiamo a disposizione molti studi sulla storia dell'economia giapponese e sulla sua organizzazione industriale, ma mai nessuno si è posto il problema in termini filosofici. Alla domanda quale sia la concezione giapponese dell'economia troviamo soltanto vaghe e parziali risposte. La mancanza di una conoscenza della concezione giapponese di economia si presenta dunque come paradossale. E ciò è ancora più impressionante se si considera l'enorme contributo che tale economia fornisce al sistema mondiale.
Più volte ci si è chiesti se esistesse una "terza via" alternativa al modello liberista e al modello comunista indicando il Giappone come una possibilità(2). Dobbiamo prendere più seriamente tale supposizione. A tale scopo forniremo una costruzione di questo modello in modo da descrivere in maniera definitiva la "terza via". Ciò sarebbe anche utile per una ulteriore e nuova definizione degli altri due modelli. Ma questo è un problema che non affronteremo a causa della evidente ampiezza della questione, anche se riteniamo interessante mostrare la possibilità di tale sviluppo.
Nella nostra indagine forniremo anche una spiegazione dei motivi delle difficoltà che si incontrano nel definire il modello economico giapponese. Le difficoltà spesso sono insite nella struttura stessa del sistema giapponese. Qui possiamo anticipare che un motivo di incapacità di definire tale modello è anche attribuibile alla mancanza di una teoria complessiva. Come abbiamo detto in precedenza esistono numerosi studi riguardo all'economia giapponese. Però quel che serve non è una mera descrizione, ma una elaborazione concettuale. Per arrivare a tale teoria dobbiamo però riformulare tutti i principi usati abitualmente. Per studiare il pensiero giapponese dobbiamo entrare all'interno del sistema stesso, e per far ciò sono inutili le nostre consuete abitudini(3). Come in una casa tradizionale giapponese si lasciano le scarpe all'ingresso per camminare a piedi scalzi sul tatami, così dobbiamo lasciare i nostri schemi concettuali. Vedremo in dettaglio le alternative possibili. In questo caso l'epistemologia, in quanto capace di cogliere le strutture di pensiero alla base della conoscenza, si rivela di ineguagliabile utilità.
Ricapitolando, abbiamo risposto alla prima domanda circa l'esistenza di un concetto giapponese di economia appellandoci alle reali differenze dei sistemi economici dei paesi in discussione. Il sistema economico giapponese non è una imitazione del corrispettivo nei paesi occidentali. Questo vecchio pregiudizio non ci aiuta, ma ci allontana dalla comprensione. Alla seconda domanda abbiamo replicato che l'economia giapponese è caratterizzata in maniera decisiva da forme di pensiero e aspetti culturali che ne indirizzano lo sviluppo. Alla terza domanda riguardo la necessità di studiare tale questione, abbiamo risposto che essa rimette in discussione le nostre consuete definizioni di razionalità e le concezioni già consolidate da tempo. Bisogna introdurre un nuovo paradigma, un nuovo concetto di razionalità, che ci permetta di afferrare il sistema giapponese.
La psicologia cognitiva distingue la capacità di scoprire un problema rispetto alla capacità di dare una soluzione. Infatti il processo di soluzione dei problemi fornisce la soluzione di questioni ben definite, mentre il processo di scoperta conduce alla formulazione di domande a partire da problemi mal definiti(4). Anche Jacob W. Getzels ha considerato essenziale la scoperta di un problema, anche perché la formulazione del problema richiede un'immaginazione creativa e una capacità di definire nuove possibilità. Indicare un problema rimette in discussione le conoscenze di cui eravamo in possesso, ed è da ciò che dipende anche la soluzione. Vedere nuove prospettive è un processo impegnativo(5).
Ciò riguarda direttamente la nostra indagine.
La concezione giapponese dell'economia non è mai stata considerata come un problema. E le ripercussioni sono state una incomprensibilità della società giapponese in tutti i suoi aspetti. Questo è accaduto perché i problemi sono stati mal definiti. La società giapponese è stata osservata solo nei suoi aspetti di occidentalizzazione e modernizzazione, o viceversa solo negli aspetti tradizionali. Queste due facce del Giappone sono sempre state considerate separatamente. Il moderno e la tradizione sono stati percepiti come una contraddizione. E perciò si è confusa la modernizzazione come un segnale di una omogeneità e identità con l'Occidente. Non si è tentato di definire un modello idoneo per spiegare quel sistema nel suo complesso, includendo il passato e il presente, la tradizione e l'innovazione, ma si è cercato di adattare rigidamente a esso i nostri modelli. Se vogliamo davvero trovare delle soluzioni ai quesiti che abbiamo posto, allora dobbiamo riformulare i principi delle nostre scienze(6).
Note
1. Si veda l'opinione dell'economista Paul Krugman in "The Myth of Asia's Miracle", Foreign Affairs, novembre-dicembre 1994.
2. Sono molti gli autori italiani che hanno considerato tale ipotesi, ad esempio Enrico Pedemonte in "Grandeur gialla", L'Espresso, 26 febbraio 1989, pp. 52-55.
3. Il concetto di habitus è molto importante per la metodologia delle scienze sociali. Per David Hume l'abitudine è lo strumento attraverso il quale l'uomo costruisce la propria conoscenza del mondo. In tempi più recenti, Pierre Bourdieu ha elaborato una teoria critica in cui il concetto di habitus è centrale. Anche Erving Goffman ha insistito sull'importanza del ruolo, concetto per molti versi simile a quello di habitus. Si veda Bourdieu, Pierre. 1992. Risposte. Per un'antropologia riflessiva. Bollati Boringhieri, Torino. Oppure Goffman, Erving. 1969. La vita quotidiana come rappresentazione. Il Mulino, Bologna.
4. Definizione del processo di scoperta dei problemi in Benjafield, John G. 1992. Cognition. Prentice Hall (trad. it. Benjafield, John G. 1995. Psicologia dei processi cognitivi. Il Mulino, Bologna, p. 379).
5. Jacob W. Getzels. Problem finding and inventiveness of solutions. Journal of Creative Behavior, n. 9, 1975, pp. 12-18. Getzels riprende anche un'affermazione di Albert Einstein riguardo alla scoperta scientifica.
6. Anche Immanuel Wallerstein sostiene che la crisi delle scienze sociali sia da imputare ai vecchi paradigmi ormai inadeguati alla situazione contemporanea. Si veda in proposito Wallerstein, Immanuel. 1995. La scienza sociale: come sbarazzarsene. Il Saggiatore, Milano.
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