CAPITOLO I Il modello di sviluppo economico del Giappone 1.1 Il modello di sviluppo economico del Giappone e la situazione attuale dell'economia giapponese Il modello di sviluppo economico che si è avuto in Giappone ha seguito le tipiche fasi del passaggio da un'economia prevalentemente agricola, durante la quale si svilupparono le prime forme di commercializzazione e si diede avvio ad un processo di monetizzazione dell'economia, ad una fase di industrializzazione, nella quale le masse della forza lavoro abbandonarono le campagne, per sostituire il lavoro nei campi a quello nelle fabbriche. (Higuchi K. e Molteni C., "Lo sviluppo economico del Giappone e il ruolo del MITI", Milano: Egea, 1996). Inizialmente l'attività industriale si concentrò in lavorazioni di tipo labour-intensive, successivamente, con il diffondersi delle teorie tayloristiche, l'attività diventò di tipo capital-intensive, orientata alla produzione standardizzata e di beni di massa. Con l'avvento della fabbrica e l'aumento della produzione industriale, migliorarono le condizioni di vita, si manifestò un netto innalzamento dei consumi e iniziarono a diffondersi società di servizi, visto che l'individuo, impegnato nel lavoro in fabbrica, non poteva più realizzare in prima persona; con il progressivo svilupparsi di attività di tale genere l'economia transita in una nuova fase, quella post-industriale. Ma ciò che ha caratterizzato in modo particolare il Giappone è il fatto di passare da una fase all'altra del processo di sviluppo economico, in ritardo rispetto agli altri paesi industrializzati, permettendogli così di imitare le nazioni più progredite e di sfruttare tecnologie avanzate già diffuse ed applicate in altri paesi. (Matteri O., "Giappone moderno alla ricerca dell'occidente", Roma: L'Erma di Bretschneider, 1994). Tale "effetto inseguimento" ha permesso al paese un rapido sviluppo dell'attività industriale, immediatamente dopo la Restaurazione Meiji1 e ancora di più ha consentito il raggiungimento di elevati tassi di crescita durante gli anni della ricostruzione economica che seguirono il secondo conflitto mondiale. (Gatti F.,"La ricostruzione del Giappone 1945-1955", Torino: Stampatori, 1980). Il processo di crescita economica: Sebbene l'inizio del processo di industrializzazione e di crescita economica si sia avviato dopo la Restaurazione Meiji, alcune importanti premesse per tale sviluppo si erano, tuttavia, già manifestate nel periodo precedente detto Tokugawa (1603-1868). Nonostante il parere di molti studiosi occidentali, secondo il quale gli anni di "esclusione nazionale" rappresentarono per il Giappone un lungo periodo di stagnazione economica, in quanto il paese fu privato degli stimoli derivanti da un vivace commercio internazionale e da liberi contatti con l'Europa, proprio quando questa attraversava le rivoluzioni scientifica ed industriale. (Maddison A.,"Lo sviluppo economico in Giappone", Napoli: Giannini, 1992). Le politiche intraprese dai governi dello "shogunato", per rafforzare la posizione dello shogun2, ebbero come conseguenze indirette e inattese quelle di sviluppare, nella capitale e nelle cittadine che ora venivano a formarsi in ogni feudo, attorno al castello signorile, un fiorente commercio locale di prodotti agricoli e di oggetti d'artigianato. Grazie poi alla lente, ma continua espansione economica si venne a creare un surplus monetario, che costituiva una fonte di capitali da destinare allo sviluppo industriale. (Mezzetti F., "Giapponesi giorno per giorno", Roma: Laterza, 1992). Poiché ora la "torta" dell'economia aumentava di dimensioni, mentre la popolazione rimaneva stabile, le "fette" disponibili per ognuno divennero più grandi e ne derivò un incremento del reddito pro-capite. In particolare, lo sviluppo del commercio di beni alimentari e artigianali permise la formazione di una nuova e ricca classe borghese: quella dei mercanti, la quale riuscì in breve tempo, ad accumulare ingenti capitali, che andavano ben oltre le esigenze dei consumi quotidiani e che potevano essere risparmiati. (La Rosa M., "Il modello giapponese", Milano: Angeli, 1988). Questi risparmi uniti ai profitti derivanti dalle attività di investimento, quali il prestito del denaro, l'avvio di nuove forme di cottimo, o di nuove aziende, principalmente a carattere familiare, costituivano un'ottima base di potenziali capitali da destinare all'industrializzazione del paese e in particolare nell'acquisizione di nuove tecnologie da destinare alle nascenti industrie della seta, del tessile e nel settore agricolo. (Hedberg H., "La sfida giapponese", Milano: Bompiani, 1981). Sempre in questo periodo furono migliorati i collegamenti stradali e lungo tali vie sorsero nuove città di ristoro per soddisfare i bisogni del signore e del suo seguito. Inoltre i lunghi anni di pace del periodo Tokugawa portarono alla formazione di una classe di guerrieri, che perfezionarono attività amministrative e che dimostrarono forti capacità di comando. Se tuttavia il paese, durante il periodo Tokugawa, raggiunse un incremento della produzione nazionale e presentava maggiori livelli di commercializzazione e monetizzazione rispetto al passato, rimaneva sostanzialmente immutato nella struttura economica e sociale . (Lodge G., "Ideology and national competitiviness: a analysis of nine countries", New York: Free Press, 1987). Gran parte della conduzione familiare era impegnata nel settore agricolo, caratterizzato da aziende di piccola dimensione a conduzione familiare che impiegavano tecnologie ad alta intensità di lavoro. (Bellah R., "Tokugawa religion: the values of pre-industrial Japan", Gleoncoe: The Free Press, 1977). Il settore non agricolo, costituito da artigiani e professionisti era caratterizzato da unità produttive troppo piccole nelle quali prevalevano attività di tipo labour-intensive. Nonostante vi fossero attrezzature in abbondanza, pochi mezzi meccanici venivano impiegati nel settore del tessile e la forza vapore era ancora sconosciuta. In seguito all'apertura del paese i produttori di beni artigiani si trovarono improvvisamente esposti alla competizione di beni, generalmente più economici e di maggior qualità, prodotti in Europa e negli Stati Uniti.Il paese scese in uno stato di semi-colonialismo. (Nakane C. "Kinship and economic organization in rural Japan", Tokyo: Keio University Press, 1976). Il periodo della Restaurazione Meiji: L'era Meiji (1868-1912) rappresenta uno dei principali periodi storici per la comprensione del moderno Giappone, da questo momento il sistema feudale finisce per sempre ed ha inizio la modernizzazione e l'industrializzazione del paese. Con la Restaurazione Meiji la situazione cambiò profondamente. (Norman E., "La nascita del Giappone moderno. Il ruolo dello Stato nella transizione dal feudalesimo al capitalismo", Torino: Einaudi, 1975). I leader del governo Meiji non solo erano determinati ad evitare scontri militari con l'occidente, ma erano profondamente intenzionati ad attrezzare il paese con la medesima tecnologia esistente nelle moderne economie industrializzate d'Europa e Stati Uniti. Per giungere alla creazione di uno stato economicamente e politicamente forte, al pari delle principali nazioni occidentali, i leader del governo Meiji si rendevano conto della necessità di attuare una serie di riforme. (Kipping N., "Uno sguardo al Giappone", Roma: Tip. Ed. Romana, 1989). Molte delle tecnologie del mondo occidentale, nonché delle sue infrastrutture potevano essere importate e imitate soltanto se poteva essere raccolto denaro sufficiente per pagarle. Di fronte ai crescenti debiti e all'aleatorietà delle entrate del bilancio statale, nonché ai crescenti deficit della bilancia dei pagamenti, il governo concluse di non avere altra alternativa se non ridurre le uscite e assicurare una fonte stabile delle entrate fiscali, spingere l'esportazioni e promuovere lo sviluppo di industrie nazionali la cui produzione andasse a sostituire le importazioni. (Ishida T., "Japanese society", New York: Random House, 1981). Fu così che venne introdotta la riforma fiscale per assicurare le entrate, lo stesso governo si fece promotore dell'acquisto di macchinari per l'industria del tessile, che rivendeva ai privati o destinava alle nuove attività industriale con partecipazione statale. Inoltre, vennero stanziate ingenti somme per la creazione di pubbliche infrastrutture come la rete ferroviaria e quella telegrafica. (Polese G., "Il Giappone dal 1867 al 1945: genesi e dinamica dello sviluppo economico", Trieste: Università degli studi, 1984). Altre fondamentali riforme del periodo Meiji furono l'introduzione di un sistema politico bicamerale (di stile inglese), la promulgazione della Costituzione del 1889, l'abolizione del sistema di divisioni in classi della popolazione (shino-hosho) e delle barriere doganali interne al paese (sekisho) delimitanti i territori dei daimyo. Venne in tal modo introdotto un incremento della mobilità del lavoro, sia tra le diverse "ex-classi", sia tra le varie regioni, che facilitò tra l'altro l'afflusso della manodopera agricola negli stabilimenti industriali. (Benedict R., "Il crisantemo e la spada. Modelli di cultura giapponese", Milano: BUR, 1991). Le riforme interessarono dunque, quasi tutti gli aspetti della vita politica, sociale ed economica del paese ed in particolare le specifiche politiche intraprese dal governo agli inizi dell'era Meiji si concretizzarono nello sforzo teso a creare un'identificazione della popolazione con lo Stato. (De Gregorio N., "La forza del Sol Levante", Taranto: Sedi, 1986). Quando la Restaurazione fu proclamata, pochi giapponesi avevano una vaga idea di cosa fosse stato restaurato ed erano divisi da profonde differenze culturali e sociali . Le persone erano pericolosamente provinciali, preoccupate solo della propria vita o della loro locale comunità e insensibili alle necessità del nuovo Giappone. Questo obiettivo venne perseguito, innanzitutto, rivalutando la figura dell'imperatore. In luogo dell'annuale concessione dalla quale dipendeva durante il periodo Tokugawa, vennero riconosciute alla casa imperiale proprie fonti di ricchezza in modo tale che potesse sostenere un appropriato stile di vita e di sofisticate cerimonie. All'imperatore vennero dati nuovi abiti, uniformi militari di stile occidentale e per farlo conoscere al popolo giapponese fu mandato, dai leader del governo, in giro per il paese. Alcune delle cerimonie religiose che l'imperatore del Giappone aveva sempre celebrato vennero rese pubbliche e vennero emanati una notevole quantità di proclami e editi in nome dell'imperatore, facendo appello alla popolazione per sostenere la costruzione di scuole, ospedali, fabbriche e per prestare servizio al Giappone. (Fukutake T., "The Japanese social structure: Its evolution in the modern country", Tokyo: University of Tokyo, 1992). In secondo luogo venne modificato il contenuto dei programmi di istruzione scolastica3 nelle scuole elementari del paese, in modo tale che appropriati valori come pure una conoscenza base dello scrivere e del "far di conto" fossero noti a tutti i bambini. In terzo luogo, le autorità del nuovo governo procedettero ad incorporare le locali comunità giapponesi, in una nuova struttura amministrativa facente capo al governo centrale e a rendere quelle comunità e i loro residenti il più dipendente possibile dalla direzione generale. Il paese venne diviso in prefetture (Ken) , cittadine e villaggi furono accorpati, dalle autorità, in unità amministrative dette municipalità (Shi). Per ognuna vennero definite delle entrate sufficienti per sostenere i nuovi compiti come la costruzione e il mantenimento di edifici per la scuola e la popolazione della salute pubblica. (Gatti F., "Il Giappone contemporaneo 1950-1970", Torino, Loescher Editore, 1976). Gli anni '20 e '30: Dopo la morte dell'imperatore Meiji, durante l'era Taisho (1912-1926) il paese attraversò un periodo di relativa stabilità politica, accompagnata dal graduale progresso delle istituzioni democratiche.(Ishida T., "Japanese culture: a study of origins and characteristics", Tokyo, 1974). Allo stesso tempo, sebbene si iniziassero a costituire le premesse per un rapido processo di crescita, l'economia rimase ancora relativamente debole. Questa ricevette una battuta d'arresto nel 1923, quando un violento terremoto distrusse gran parte di Tokyo e di Yokohama. Nel 1926 con la salita al trono dell'imperatore Hirohito ebbe inizio l'era Showa (1926-1989). Il paese facendo uso delle tecnologie importate dall'Occidente, dell'organizzazione burocratica ereditata dal lungo periodo Tokugawa, dell'ottima base artigianale e agricola, nonché di un avanzato sistema finanziario sviluppatosi con il mercato del riso, possedeva le basi necessarie per un rapido processo di crescita economica. (La Rosa M., "Il modello giapponese", Milano: Angeli, 1988). Lo sviluppo economico e politico del Giappone fu, tuttavia, interrotto dalla grande crisi degli anni Trenta e dall'emergere di tensioni nazionalistiche, che portarono allo scioglimento dei diversi partiti e alla formazione di un unico partito guidato di fatto dai militari. Nel 1931 incidenti in Manciuria costituirono il pretesto per l'occupazione giapponese, provocando lo scoppio di una guerra con la Cina. Il paese, in mezzo a contrasti politici interni, diventato sempre più potente in seguito ai successi ottenuti, nonostante l'opposizione delle nazioni occidentali (nel 1933 uscì dalla Società della Nazioni), proseguì la sua opera di espansione in Estremo Oriente, sino a trovarsi a fianco della Germania e dell'Italia. Tale stato fu ufficialmente confermato nel 1940 con la firma a Berlino del Patto Tripartito italo-tedesco-nipponico. (Halliday J., "Imperialismo giapponese", Torino: Einaudi, 1991). Prima della seconda guerra mondiale, il Giappone era un paese assai sviluppato dal punto di vista economico; il processo di trasformazione della struttura industriale, implicante la crescita dei settori secondario e terziario a scapito di quello primario, procedeva rapidamente e lo sviluppo della produzione industriale si rifletteva anche nella maturazione della struttura commerciale. L'industria tessile e gli altri prodotti dell'industria leggera formavano circa il 70% del totale delle esportazioni, mentre le materie prime e i prodotti manifatturieri contavano rispettivamente il 45% e il 35% del totale delle importazioni. (Ike, N., "Japan, the new superstate" , San Francisco, 1974). Gli anni della Seconda Guerra Mondiale: All'inizio della seconda guerra mondiale il Giappone si mantenne neutrale, ma con l'attacco a sorpresa contro la base navale americana di Pearl Harbour nel 1941, entrava nel conflitto dando inizio alla "Guerra del Pacifico". (Halliday J., "Storia del Giappone contemporaneo", Torino: Einaudi, 1980). Nel 1945, in seguito al lancio delle due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, il paese fu costretto a capitolare e venne occupato dalle Forze di Occupazione (composte principalmente da contingenti americani). Dopo la sconfitta della seconda guerra mondiale nel 1945, il Giappone rimase sotto il controllo delle forze di occupazione americane fino al 1952. Durante questo periodo vennero introdotte numerose riforme che favorirono il processo di ricostruzione economica. Le tre più importanti furono: 1. Una riforma agraria che, imponendo la confisca e la ripartizione dei terreni tra i contadini, servì a migliorare notevolmente la ripartizione del reddito nazionale tra la popolazione; 2. Una riforma riguardante il codice del lavoro, con cui oltre a legalizzare i sindacati e la contrattazione collettiva, furono ampliati i diritti dei lavoratori e stabiliti standard relativi alle condizioni d'impiego; 3. Una riforma mirante ad eliminare gli eccessi di concentrazione del potere economico che impose la dissoluzione delle Zaibatsu4. (Morikawa H., "Zaibatsu: the rise and fall of family enterprise groups in Japan", Tokyo: Keio University Press, 1992). Le relazioni con gli altri paesi sospese durante il periodo dell'occupazione, vennero riprese nel 1951, dopo la firma del trattato di pace di San Francisco. Durante gli anni cinquanta e sessanta il Giappone s'impegnò tenacemente nel processo di crescita economica; vennero create apposite istituzioni finanziarie e adottate politiche fiscali e monetarie espansive. Queste favorirono la crescita della produzione ma causarono contemporaneamente una brusca impennata dell'inflazione, che si aggirò intorno ad una media del 195% nel 1947 e del 165% nel 1948. Al fine di bloccare la spirale inflattiva, si adottarono nel 1949 drastiche misure economiche note come "Dodge line", che comportarono un drastico taglio del bilancio dello stato, la fissazione del tasso di cambio con la valuta americana a 360 Yen per un dollaro. Gli effetti della politica della Dodge-line furono una repentina diminuzione dell'inflazione tuttavia, allo stesso tempo si registrò un preoccupante calo della domanda aggregata che indusse al fallimento di numerose imprese e ad un aumento della disoccupazione. (Isgrò L., "Giappone fattori e limiti di un mito", Milano: Angeli, 1993). Il modello di ricostruzione economica del paese pensato dagli economisti dell'occupazione si rifaceva alla teoria classica dei vantaggi comparati sulla base delle dotazioni fattoriali: il Giappone avrebbe dovuto specializzarsi nelle produzioni labour-intensive, per sfruttare appieno l'abbondante offerta di mano d'opera disponibile a basso costo, divenendo così il "laboratorio dell'Asia" e rifornendo il mondo di beni a basso valore aggiunto. Produzioni ad alta intensità di capitali sarebbero stati importati dalle nazioni economicamente avanzate dell'occidente. (Porter M., "Il vantaggio competitivo delle nazioni", Milano: Mondadori, 1991). L'attuazione di tale piano di sviluppo permise al paese, nell'arco di un decennio, di raggiungere i livelli di crescita economica prebellici. Tuttavia gli obiettivi della classe politica e industriale del paese miravano alla creazione di uno stato di "prima classe" pienamente industrializzato, paragonabile alle nazioni economicamente più avanzate dell'occidente. Se allora l'attività produttiva, inizialmente, si focalizzò sull'industria leggera labour-intensive, successivamente i capitali guadagnati dalle esportazioni furono investiti nell'acquisto di tecnologie avanzate dell'occidente e per la promozione di un'industria pesante capital-intensive. (Kennedy M., "Beyond mass Production. The Japanese system and its transfer to the U.S.", Oxford University Press, 1993). Fu così che prese avvio il cosiddetto "Miracolo Economico". Il tasso di crescita dell'economia giapponese continuò a crescere con una media annua di circa il 10% fino agli inizi degli anni settanta, quando gli altri paesi industrializzati manifestavano tassi ben più bassi. (Oikawa "The influence of Japanese culture", Tokyo, 1992). Gli anni '50 e '60: Durante gli anni cinquanta e sessanta, l'economia giapponese sperimentò un periodo di rapida crescita, marcata da continui ed elevati tassi di incremento del PIL, con una media di poco inferiore al 9% annuo e un notevole ampliamento della base produttiva. Questo processo di crescita è stato favorito dalla concomitanza di diverse condizioni macroeconomiche favorevoli; primo fra tutte la disponibilità di materie prime e delle fonti energetiche a basso prezzo, durante tutto il periodo sui mercati internazionali e in secondo luogo l'elevato tasso di risparmio rispetto al PIL e l'adozione di appropriate politiche economiche da parte del governo. L'intervento delle autorità si è articolato principalmente attraverso la formulazione di programmi macroeconomici di sviluppo e l'adozione di politiche industriale microeconomiche. I programmi di sviluppo, formulati dall'Economic Plannig Agency (EPA), hanno aiutato ad infondere fiducia alle imprese sull'andamento dell'economia e a mobilitare il paese verso gli obiettivi di crescita. Le politiche industriali hanno invece mirato a privilegiare quei settori che, data la presenza di elevate economie di scala nella produzione, presentavano maggiori potenzialità di rapida affermazione sui mercati internazionali.(Beonio B. P., "L'ascesa del Giappone", Bologna: Il Mulino, 1993). Gli anni '70 e '80: Dopo il lungo periodo di elevata crescita iniziato nel 1950, l'economia giapponese subì una prima battuta d'arresto nel 1974, quando il PNL registrò un tasso di crescita negativo dell'1,4%. Tale andamento fu la conseguenza di una serie di condizioni economiche che si manifestarono a livello internazionale. Da un lato l'economia giapponese fu colpita dalla crisi finanziaria internazionale iniziata nel 1971, dovuta alla dichiarazione di inconvertibilità del dollaro in oro e alla fine del sistema a cambi fissi; dall'altro lato fu scossa dalla crisi petrolifera del 1973-74. Questi shock "esteri", provocarono un aumento nel costo delle importazioni e una diminuzione della competitività internazionale delle esportazioni, che si tradussero in un immediato balzo in avanti dell'inflazione. Il negativo andamento economico venne sospinto anche da vari fattori "interni". In particolare stava ormai scomparendo il gap tecnologico che il paese era riuscito a creare, durante gli anni della crescita sostenuta, nei confronti dei paesi industrializzati dell'occidente e di conseguenza occorrevano maggiori risorse per ottenere gli stessi aumenti di produttività ottenuti in passato. Durante la fine degli anni settanta, l'economia internazionale venne colpita dalla seconda crisi petrolifera. (Fodella G., "Dove va l'economia giapponese", Roma: La Nuova Italica, 1989). Il Giappone, però forte dell'esperienza precedente, seppe rispondere con estrema accortezza, fu adottata una prudente politica monetaria, che contribuì a frenare il tasso d'inflazione. Anche le altre variabili macroeconomiche mostrarono un buon andamento e i tassi di crescita, sebbene in flessione fino al 1983, si mantennero positivi.(Yoshikawa "Macroeconomics and the Japanese economy", 1995). La crisi petrolifera del 1973 segnò una battuta d'arresto e durante gli anni settanta, sebbene la crescita continuò a livelli sostenuti, non fu possibile ripetere l'andamento del decennio precedente. (Keio University Press "Japan's economic growth: past and present", 1999). Dopo lo shock petrolifero, l'economia giapponese ha attraversato un periodo di assestamento, durato circa un decennio e conclusosi con l'Accordo del Plaza del 1985, durante il quale venne decisa una repentina rivalutazione dello Yen nei confronti del dollaro e delle altre principali valute internazionali. Il rafforzamento dello Yen si rese necessario per ristabilire l'equilibrio sui mercati internazionali, caratterizzati da un elevato e persistente avanzo commerciale giapponese e da un parallelo avanzo strutturale per gli Stati Uniti. (Matteri O., "Giappone moderno alla ricerca dell'occidente", Roma: L'Erma di B., 1994). Questo squilibrio, che è andato ingigantendosi di anno in anno fino al 1995, ha costituito la fonte di una lunga serie di "attriti commerciali" tra i due paesi. Attraverso numerosi incontri bilaterali, gli Stati Uniti hanno di conseguenza cercato di indurre le autorità nipponiche ad aprire alle imprese straniere il mercato interno, ritenuto di fatto chiuso per la presenza di elevate barriere non-tariffarie, quali procedure e regolamentazioni amministrative e per la particolarità della struttura industriale e dei rapporti tra le imprese locali. Fu anche in seguito a queste pressioni economiche che durante la seconda metà degli anni ottanta il Giappone iniziò un grande processo di deregolamentazione del sistema economico e di liberalizzazione commerciale. Gli anni ottanta e novanta sono stati infatti, segnati dal progressivo aumento del livello di internazionalizzazione del paese, non solo dal punto di vista economico, ma anche politico e culturale. Sono aumentate sempre più le merci straniere nel paese, divenute ora più economiche rispetto a quelle prodotte internamente. Allo stesso tempo, il rafforzamento della moneta ha provocato una repentina crescita negli investimenti giapponesi all'estero, in attività sia finanziarie che produttive. Infatti a partire dagli anni ottanta è iniziato un processo di trasferimento di capitali, concentrati inizialmente negli Stati Uniti e in Europa e successivamente nei più vicini e dinamici paesi asiatici5. Gli anni '90: Durante la prima metà degli anni novanta, l'economia giapponese è stata caratterizzata da una profonda crisi, iniziata nel 1991 e conclusasi solo nella metà del 1994, dopo che il tasso di crescita aveva raggiunto nel 1993 un valore pari allo 0.3%. (Pensai Koho Center "Japan 1997: an international comparison", Tokyo, 1998). Diversamente rispetto al passato, le ragioni di tale crisi sono state principalmente di origine interna e si possono ricollegare allo sgonfiamento della cosiddetta "bolla speculativa" originatesi per effetto di sproporzionati incrementi del corso delle azioni e nel valore dei beni immobili. (Wood A., "The bubble economy: the Japanese economic collapse", London, 1995). Alla fine del 1994, l'economia giapponese mostrava segni di ripresa e di uscita dalla fase di crisi originata dallo scoppio della bubble economy. La domanda aggregata era di nuovo in aumento, sospinta principalmente dalle esportazioni e da interventi a sostegno della spesa pubblica. Il PIL e la produzione industriale sono cresciuti considerevolmente a fronte di aumenti di efficienza produttiva e di un rinnovato ottimismo relativo alle capacità di ripresa del settore manifatturiero. Sono aumentati anche i consumi privati, quelli pubblici e gli investimenti. (Morishima M., "Cultura e tecnologia del successo giapponese", Bologna: Il Mulino, 1991). Nel 1997, tuttavia, l'economia di giapponese è stata colpita da una serie di scossoni specialmente di natura finanziaria, che hanno di nuovo innescato una fase di contrazione della crescita del PIL. (Keio University Press "Japan's economic growth: past and present", Tokyo,1999). Sono emersi con maggiore chiarezza un ingente ammontare di "prestiti inesigibili " (bad loans), presso le banche e le altre istituzioni finanziarie, che hanno causato una situazione di grave crisi nei mercati finanziari e azionari, segnata dal razionamento del credito e culminata con la chiusura di due importanti istituti finanziari6. A ciò si sono sommati gli effetti negativi della crisi valutaria e finanziaria scatenatasi a partire dal luglio del '97, nei vicini paesi asiatici, nonché una forte contrazione dei consumi e più in generale dell'attività economica interna. (Pensai Koho Center "Japan 1997: an international comparison", Tokyo, 1998). 1.1.1 La nota congiunturale del 1998 L'economia giapponese attualmente si presenta in una fase recessiva. Per la prima volta dopo 23 anni, l'anno fiscale7 1998 si è concluso con una crescita negativa dello 0,5%. (Banca d'Italia: Ufficio italiano dei cambi di Tokyo: "Nota Congiunturale: marzo 1998"). Tale andamento negativo è stato causato, principalmente, da una rapida caduta dei consumi privati, a seguito dell'incremento della tassa sui consumi8, introdotta nel 1989 e aumentata dal 3% al 5% nel 1997, da una riduzione degli investimenti pubblici, dalla sospensione dei previsti tagli fiscali, da un incremento dei premi assicurativi e delle spese mediche. Nel 1998, l'industria si presenta stagnante e la produzione è in calo a causa di aggiustamenti strutturali negli investimenti e nell'occupazione. Le aziende, sfiduciate dal generale clima economico e da una debole domanda interna, sono riluttanti a incrementare gli investimenti e l'occupazione. A causa del deterioramento dei profitti, della difficoltà delle banche a concedere nuovi prestiti e delle aspettative per una riduzione della crescita, le imprese non hanno fatto investimenti in nuove attrezzature. Fino alla prima metà del 1998, la domanda interna si presentava debole nei maggiori settori industriali del tessile, dell'acciaio dell'industria dei macchinari, delle macchine utensili, delle automobili e dell'elettronica. L'attesa ripresa della domanda interna dipende in gran parte dagli effetti delle misure economiche adottate dal governo. Per sostenere l'economia il governo ha attuato un piano di riforma strutturale del sistema finanziario, ha approvato riduzioni fiscali per 840 miliardi di Yen e ha destinato 30 miliardi di yen per stabilizzare il sistema monetario. Tali misure economiche provocheranno, certamente, un'espansione della spesa per i consumi privata. Tuttavia è opinione generale che i consumi non si espanderanno tanto quanto sperato, poiché i consumatori non spenderanno l'ammontare totale dell'incremento dei loro redditi, a causa della preoccupazione per il futuro9. Un altro importante problema, che incide notevolmente sui consumi privati è quello del lavoro che è diventato ormai una priorità anche nelle agende dei politici del "Sol Levante". Come mai, dopo anni di stabilità occupazionale e tassi di disoccupazione ai livelli minimi? La risposta richiede una serie di considerazioni. Fino a pochi anni fa, il paradigma del mercato del lavoro giapponese si reggeva su due pilastri "intoccabili": l'impiego a vita e un sistema retributivo fortemente vincolato all'anzianità lavorativa. L'organizzazione sociale del lavoro, le decisioni di politica economica e le caratteristiche delle relazioni industriali hanno garantito per decenni tassi di disoccupazione straordinariamente bassi. Per fare un esempio, rientra nella logica della occupazione a vita la prassi diffusa tra le grandi imprese conglomerate - le famose Keiretsu (che verranno analizzate nel prossimo capitolo) - di ricorrere, nei momenti di crisi, alla cosiddetta mobilità infragruppo, modalità questa di gestione del personale che ha consentito, perlomeno fino a pochi anni fa, il riassorbimento graduale della manodopera in eccesso. Analogamente, in mancanza di una normativa dettagliata e rigorosa, le imprese nipponiche hanno spesso utilizzato la formula dello shock-absorber, lo straordinario in momenti di boom e la riduzione dell'orario di lavoro durante le crisi. Durante l'ultima recessione è emerso in modo evidente come le rigidità sul fronte occupazionale e delle retribuzioni rappresentassero un grosso freno alla ripresa. È questo il motivo per cui alcune recenti proposte di politica economica hanno dato vita a un nuovo modello del lavoro, più flessibile, con l'applicazione diffusione di contratti a termine, lavoro temporaneo e interinale e lavoro condiviso. Sono infatti sensibilmente diminuiti gli occupati assunti con un esteso sistema di garanzie: secondo la Management and Coordination Agency, all'inizio degli anni '70, il 25,5% degli occupati era impiegato presso società quotate in borsa, banche o nella pubblica amministrazione ("buoni" posti di lavoro dal punto di vista della sicurezza, delle retribuzioni e dei benefici accessori); nel 1993 tale quota era scesa al 16,5%. E' cresciuta, inoltre, la quota dei lavoratori part-time, già piuttosto elevata rispetto alla media dei Paesi Ocse: nel 1999 un quarto circa del totale degli occupati risulta impiegato a tempo parziale, rispetto al 17% circa del 1988. Si è ridotto progressivamente il peso degli automatismi e delle componenti fisse del salario ed è aumentata la parte variabile. Diretta evidenza della maggior flessibilità delle retribuzioni è il restringimento nel tempo dei differenziali salariali tra le diverse classi d'età: negli anni '80, ad esempio, in media i salari dei lavoratori tra i 50 ed i 64 anni erano circa 3,1 volte i salari dei giovanissimi tra i 20 e i 24 anni; tale rapporto si riduce a 2,88 agli inizi degli anni '90 ed a 2,77 nel 1998. Per quanto riguarda l'orario di lavoro, dall'aprile del 1997 è stata introdotta per legge ed applicata a tutte le industrie la settimana lavorativa di 40 ore. A settembre dello stesso anno sono stati approvati degli emendamenti alla Labor Standards Law, che consentono al datore di lavoro di scegliere come programmare i tempi di lavoro (su 10 anziché 9 ore al giorno; su 52 anziché 48 settimane all'anno). Alcuni dei mutamenti in corso hanno un impatto diretto sulla misurazione della disoccupazione: è evidente, ad esempio, che la minor facilità con cui è stato, ed è, possibile nell'attuale congiuntura, ricorrere alla mobilità infragruppo per gestire le eccedenze del personale o alla variazione "selvaggia" delle ore lavorate implica che vi sia un maggior numero di individui che perdono il lavoro e vengono ufficialmente registrati come disoccupati. Al di là di questi effetti "di misurazione statistica", non è sorprendente che in un mercato del lavoro più flessibile una recessione grave e prolungata comporti un generale deterioramento delle condizioni occupazionali ed un rialzo, perlomeno congiunturale, del tasso di disoccupazione. La speranza dei policy-makers giapponesi e degli osservatori di diverse organizzazioni internazionali, come l'Ocse, è che una minore rigidità del mercato del lavoro sia una pre-condizione essenziale per la ripresa dell'economia. Tale conclusione non tiene però in debito conto della complessità della questione. Le riforme introdotte hanno, infatti, avuto un forte impatto sulla società, comportando un notevole calo della fiducia dei consumatori. In questo contesto le tensioni sociali non sono finora esplose anche grazie alla presenza di un'estesa rete familiare, che ha consentito, tramite il trasferimento di risorse e servizi dai membri occupati a quelli senza lavoro, di ammortizzare le conseguenze economiche della disoccupazione. Un tale equilibrio non è però sostenibile a lungo. Un miglioramento delle prospettive occupazionali e retributive sarebbe pertanto essenziale per un'effettiva ripresa delle componenti private della domanda interna, senza la quale ben poco potranno i numerosi ed ingenti pacchetti fiscali approvati dai governi giapponesi nel corso degli anni '90. (The Economist, marzo 2000). 1.2 Il ruolo del governo: il MITI (Ministry of International Trade and Industry) Il governo giapponese ha svolto un ruolo che si è modificato molto rapidamente nei settori industriali in cui il Giappone ha raggiunto il vantaggio competitivo nazionale. A partire dal secondo conflitto mondiale esso, attraverso il MITI, ha svolto un ruolo molto pesante per promuovere e programmare la ricostruzione economica del paese. (Molteni C. e Higuchi K. "Lo sviluppo economico del Giappone e il ruolo del MITI", Milano: Egea, 1996). È chiaro che in larga misura il successo giapponese deve essere attribuito alle imprese giapponesi e alle loro capacità di governare il cambiamento tecnologico, ma questa capacità si connette ai cambiamenti sociali e istituzionali promossi e, qualche volta, iniziati direttamente dal MITI e alla determinazione con cui sono perseguiti obiettivi di lungo periodo. (Norman E.H., "La nascita del Giappone moderno. Il ruolo dello Stato nella transizione dal feudalesimo al capitalismo", Torino: Einaudi, 1995). Nell'immediato periodo post-bellico gli economisti dell'occupazione che si richiamavano alle teorie del libero commercio, ipotizzavano un sentiero di sviluppo industriale "naturale" per il Giappone, basato sugli esistenti bassi costi della forza lavoro e sui vantaggi comparati di settori ad alta intensità di lavoro come per esempio il tessile. Tuttavia gli esperti del MITI rifiutarono l'idea di ricostruire un paese il cui futuro possibile fosse quello di una nazione sottosviluppata a non elevata produttività e con basso reddito pro-capite. L'azione degli esperti del MITI fu invece guidata dalla necessità di risolvere le difficoltà del Giappone nella fase del dopo guerra, rafforzando l'efficienza tecnica e l'introduzione di innovazioni nella sfera produttiva. Essi adottarono pertanto un punto di vista dinamico e la loro politica fu quella di fornire un ampio sostegno all'economia facilitando la formazione del credito per le imprese, dirigendo il flusso di capitali e di risorse scarse, come ad esempio l'acciaio, in settori particolari, promovendo le tecnologie più avanzate, limitando l'ingresso agli stranieri, mantenendo bassi i tassi di cambio ed assicurando vari tipi di sostegno alle esportazioni. (Maddison A., "Lo sviluppo economico del Giappone", Napoli: Giannini, 1992). Ma ciò che ha separato e distinto la politica giapponese da quella di molte nazioni occidentali è l'enfasi assai maggiore data alla concorrenza. Il gran numero di rivali giapponesi, che si spingono l'un l'altro a competere globalmente, costituisce forse, l'elemento più essenziale del successo giapponese. (Brunori M., "Il Giappone", Milano: Mursia, 1993). L'evoluzione delle politiche industriali giapponesi per lo sviluppo delle tecnologie possono essere analizzate attraverso la distinzione di quattro principali periodi che hanno caratterizzato il processo di crescita economica del paese a partire dal secondo dopo guerra: quello della ricostruzione (1945-1959), il periodo della forte crescita (1969-1969) e infine, dal 1980, lo sviluppo Knowledge-intensive. Nel periodo immediatamente post-bellico vi era una sentita mancanza di materie prime e di valuta estera. In questo periodo l'influenza del MITI si estendeva, di fatto, fino al diretto controllo fisico dell'allocazione delle risorse, sulla base di determinate priorità che favorirono le industrie chiave dell'economia, come quelle produttrici di energia, di acciaio e di prodotti chimici. Nella seconda fase, la scarsità di risorse fisiche e l'assenza di capitali non costituivano più un serio problema e venne varata una politica di liberalizzazione del commercio.(Hedberg H. "La sfida giapponese", Milano: Bompiani, 1981). Gli obiettivi strategici di lungo periodo venivano ora perseguiti attraverso mezzi indiretti, utilizzando lo strumento dell'incentivazione finanziaria. Si cercò inoltre di rafforzare la competitività internazionale dell'industria e di raggiungere gli standard di produttività delle economie dei paesi industrializzati. La politica del governo impose una rapida standardizzazione in certi prodotti, come le macchine per cucire e quelle fotografiche, producendo un'intensa rivalità sui miglioramenti dei prodotti e delle loro funzionalità. (Volpi V., "Il Giappone nemico o concorrente?", Milano: Mondadori, 1993). Nella terza fase di sviluppo si incominciarono a riconoscere i limiti del sentiero di sviluppo caratteristico degli anni sessanta, che si fondava su imprese energy-intensive e materials-intensive: questo sviluppo richiedeva un importante flusso di investimenti all'industria pesante e utilizzava tecniche di produzione di massa. Le politiche del MITI cambiarono visione e si spostarono in direzione delle industrie knowledge-intensive, aiutando e sostenendo lo sviluppo dei settori correlati e di supporto dell'economia, promovendo la nascita dell'industria dei computers, delle telecomunicazioni, della robotica e dei semiconduttori. (Random M., "Giappone: la strategia dell'invisibile", Genova: Egic, 1988). A partire dagli anni ottanta il ruolo del MITI e il suo intervento diretto nell'economia è diminuito in modo sostanziale e si è dedicata crescente attenzione alle condizioni della domanda. Nell'ultimo decennio il ruolo più importante del governo è diventato quello di segnalatore delle informazioni. Mediante rapporti del governo, comitati congiunti fra industria,università e governo, campagne pubblicitarie e progetti di ricerca cooperativa che richiamano l'attenzione sulle tecnologie emergenti, il MITI cerca di influenzare le innovazioni e i cambiamenti nelle imprese. Nel proseguire e raggiungere il successo, il governo, tuttavia, non ha lavorato da solo, ma stringendo forti interrelazioni tra sistema finanziario e sistema industriale. (Norman e Herbert "La nascita del Giappone moderno; il ruolo dello stato nella transizione dal feudalesimo al capitalismo", Torino: Einaudi, 1986). 1.2.1 Gli interventi governativi: Il nuovo pacchetto di politica economica (Aprile 1999) Il 24 aprile del 1999 il Governo giapponese ha varato un nuovo pacchetto di politica economica, il cui scopo è raggiungere una crescita interna basata sulla domanda e contribuire alla stabilizzazione delle economie dell'Est-Asia10. (Japan Time, aprile 1999). L'ammontare totale di questo nuovo pacchetto è di 16 mila miliardi di yen (di cui 8 mila miliardi di yen di spese governative, 2 mila miliardi di yen di tagli alle tasse per quest'anno e 2 mila per l'anno prossimo). Ciò che va messo in evidenza, non è soltanto l'ammontare del pacchetto, ma anche la sua struttura e le idee che lo sostengono. Il pacchetto consiste di tre pilastri principali: 1)politica fiscale per l'espansione della domanda interna a breve termine: 2)riforma strutturale economica che rafforzi la crescita potenziale nel lungo termine; 3)risoluzione del problema dei prestiti inesigibili che hanno trascinato la ripresa economica verso il basso. Questo pacchetto avrà un considerevole impatto sull'economia giapponese: per quanto riguarda la politica fiscale, l'impatto economico dell'investimento pubblico e dei tagli alle imposte sul reddito è stimato, almeno pari al 2% del PIL per un anno. Di conseguenza, la previsione ufficiale del 1.9% della crescita economica reale nell'anno fiscale 1998 è stata pienamente raggiunta. A lungo termine, tali effetti fiscali combinati con gli impatti positivi delle altre misure strutturali del pacchetto, contribuiranno alla riprese dell'economia. Ciò porterà ad un pieno sviluppo del potenziale del settore privato, espandendo la domanda interna e riportando l'economia giapponese ad una situazione di crescita sostenibile. L'economia giapponese rappresenta una parte importante pari a circa al 60% dell'economia asiatica e a circa il 15% del PIL. In quest'ottica, la ripresa dell'economia giapponese contribuirà a quella dell' Asia. (The Economist, aprile 2000). 1.3 Gli aspetti demografici, gli aspetti geografici e climatici del paese Gli aspetti demografici: Secondo il censimento dell'ottobre del 1998 la popolazione giapponese ammontava a più di 126 milioni, posizionando il paese al settimo posto tra le nazioni più popolate al mondo. (Tasker P., "Inside Japan", London: Didgwick & Jackson, 1997). Sempre nello stesso anno, la densità della popolazione era di 350,6 abitanti per km², rendendo il Giappone il quarto paese più densamente popolato tra quelli con più di 5 milioni di abitanti, paragonabile, tra i paesi europei, soltanto al Belgio. Tuttavia data la conformazione geografica del paese e la presenza di poche pianure, la densità di popolazione per superficie coltivata risulta essere la più alta al mondo. Durante la seconda metà dell'era Tokugawa, a partire dal XVIII secolo, il totale degli abitanti ammontava a circa 30 milioni. In seguito al processo di modernizzazione avviato successivamente con la Restaurazione Meiji del 1968, la popolazione iniziò ad aumentare, raggiungendo 60 milioni nel 1926 e oltrepassando i 100 milioni nel 1967. (Kipping N., "Uno sguardo al Giappone", Roma: Tip. Ed. Romana, 1996). Dalla seconda metà degli anni settanta, il tasso di crescita annuo iniziò a diminuire rapidamente: durante il periodo 1990-1995 fu solo dello 0,31%. La composizione per età della popolazione è cambiata notevolmente dalla tipica forma piramidale a base ampia degli anni cinquanta. Questo cambiamento è dovuto essenzialmente al declino dei tassi di natalità e mortalità. Dopo il baby-boom sperimentato negli anni del secondo dopoguerra, il rapporto tra nascite e totale della popolazione è andato progressivamente diminuendo ed è tuttora in calo. (Dati rilevati dall'Agenzia per l'Amministrazione e il Coordinamento di Tokyo, 1999). Al contrario, dato il miglioramento delle condizioni di vita e di salute, la speranza di vita per le persone è in continuo aumento: nel 1994 era di 76,57 anni per gli uomini e 83 anni per le donne. Una principale conseguenza di questi cambiamenti è rappresentata dal progressivo invecchiamento della popolazione. Mentre gli anziani (dai 65 anni in su), dagli anni cinquanta ad oggi, sono più che duplicati, passando da una quota, sul totale della popolazione, del 5% nel 1950 ad una del 16,2 nel 1997, la popolazione più giovane, in particolare quella dai 0 ai 14 anni, si è gradualmente ridotta passando da una quota del 35,4% nel 1950 ad una del 15% nel 1997. Inoltre, si stima che nel 2020 la struttura per fasce d'età sarà tale che ci sarà un pensionato ogni tre individui attivi. L'invecchiamento della popolazione indurrà cambiamenti strutturali nei modelli di produzione, di consumo e nella vitalità in genere del sistema economico. Se nel periodo Tokugawa (1603-1868), quando il paese era prevalentemente agricolo, la popolazione si distribuiva abbastanza uniformemente in tutto il territorio, successivamente, con il processo di modernizzazione dell'era Meiji, si sviluppò una forte tendenza verso la concentrazione nelle aree urbane, posizionate in genere lungo le zone costiere. Attualmente, circa il 43% della popolazione si è addensato nelle tre grandi aree metropolitane di Tokyo, Osaka, Nagoya. (Mattei O., "Giappone in pillole: un tuffo nella modernità nipponica", Fasano: Schema, 1988). In particolare l'area metropolitana di Tokyo, che comprende anche Yokoama e parte delle prefetture di Chiba, Saitama e Kanagawa, racchiude quasi 30 milioni di abitanti, pur rappresentando solo poco più del 2% del territorio del paese. La concentrazione della popolazione, in poche aree circoscritte, ha portato ad un massiccio aumento dei prezzi degli immobili nelle stesse e si è avuta una migrazione verso zone più periferiche rispetto a Tokyo. Tali esodi hanno creato nuovi stili di vita; i punti vendita soprattutto quelli di grandi dimensioni, come i supermercati, i centri commerciali i negozi specializzati hanno seguito la popolazione stanziatasi in queste nuove aree attorno alle grandi metropoli. In queste nuove realtà non ci sono particolari problemi di spazio come invece esistono a Tokyo, così i supermercati ad esempio, possono avere grandi parcheggi e incoraggiare il "car shopping", abitudine assai poco diffusa in Giappone. (JETRO "Nippon 1998: business facts and figures", Tokyo, 1998). Gli aspetti geografici: Il Giappone è un arcipelago che si estende lungo la costa nord-orientale del continente asiatico e si compone di 4 isole principali, Hokkaido, Hoshu, Shikoku e Kyoshu, nonché di numerosissime isole minori delle quali quella di Okinawa è la più importante e costituisce la zona più meridionale.(AA.VV. "Giappone un mondo che cambia", 1974). Il paese occupa una superficie di 377.818 km², che rappresenta meno dello 0.3% di quella mondiale. I rilievi occupano circa il 70% della superficie totale e l'area abitabile coltivabile è solo un quarto della superficie nazionale. Data la particolare struttura geologica, il Giappone è caratterizzato dalla presenza di numerosi vulcani e sorgenti d'acqua sulfurea, tra questi il Monte Fuji, la principale vetta del paese (3776 m.) e il Lago Biwa, il maggiore bacino idrico. È inoltre presente un'intensa e continua attività sismica dovuta ai movimenti della crosta terrestre. Nel corso degli anni si sono verificati vari cambiamenti relativi alla struttura geo-politica del territorio del paese, anche se a partire dal VII secolo questo non ha subito modifiche sostanziali. I mutamenti più recenti si sono avuti in seguito alla sconfitta della seconda guerra mondiale, quando il Giappone perse i territori coloniali conquistati durante gli anni della politica imperialista ( primi decenni di questo secolo), tra i quali la Corea e Taiwan. L'isola di Okinawa, passata sotto l'amministrazione degli Stati Uniti dopo la fine della guerra, è stata ufficialmente resa al Giappone nel 197211 . Gli aspetti climatici: La natura monsonica del clima fa si che questo, nel complesso, sia diverso da quello del Mediterraneo, tuttavia si riscontra la presenza delle quattro stagioni nettamente distinte: l'estate è in genere calda e umida mentre l'inverno è freddo e asciutto. Data la complessità della conformazione del territorio e la posizione geografica, si riscontrano numerose differenze climatiche tra le diverse regioni del paese. A Nord il vento freddo proveniente dalla Siberia si carica di umidità passando sul mare e scarica abbondanti nevicate sull'isola di Hokkaido e sulla parte nord di Honshu, dove gli inverni sono lunghi e rigidi. Nel centro si estende la zona temperata con inverni miti e concentrazione delle piogge nei mesi primaverili: il clima è simile a quello dell'area mediterranea. A sud si trova la zona tropicale caratterizzata da un clima costantemente umido e piovoso. Le punte massime della piovosità si hanno durante la stagione estiva quando soffia il monsone. Lungo l'arco dell'anno le precipitazioni sono molto abbondanti e concentrate nella stagione delle piogge, che ha inizio intorno alla seconda settimana di giugno e termina verso la metà di luglio. Durante il mese di settembre, inoltre, il paese è in genere colpito da vari tifoni che provengono dal Pacifico. 1.4 Il sistema politico giapponese Il Giappone è una monarchia costituzionale con un sistema parlamentare di tipo bicamerale. La Costituzione attualmente in vigore, promulgata nel 1947 durante il periodo dell'occupazione delle forze alleate è fortemente ispirata al modello americano, sostituisce quella introdotta durante il periodo Meiji. Tratti caratterizzanti l'attuale carta costituzionale riguardano l'attribuzione del potere sovrano non più all'imperatore, divenuto ora simbolo dello stato, ma al popolo, l'accento posto sui diritti fondamentali dell'uomo e la rinuncia alla guerra come diritto, nonché all'uso della minaccia o della forza come mezzi per la risoluzione delle controversie internazionali. (Lombardo A., "Il sistema politico del Giappone, elementi di analisi comparata", Milano: Angeli, 1986). L'attuale sistema è centrato sulla separazione dei tre poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario, che agiscono in modo da controllarsi e bilanciarsi reciprocamente. L'imperatore: L'istituzione imperiale giapponese rappresenta la più antica monarchia ereditaria al mondo e una delle principali caratteristiche del sistema imperiale , che ha permesso di mantenere il trono presso la stessa famiglia per così tanti secoli, risiede nel fatto che l'imperatore non ha quasi mai assunto l'effettivo potere politico, ma ha agito più che altro come capo supremo dello shintoismo11, rappresentando allo stesso tempo il simbolo della continuità e dell'unità nazionale. Secondo la costituzione giapponese l'imperatore "rappresenta il simbolo dello stato e dell'unità del popolo e deriva la propria posizione dal volere dei cittadini" (art.1). Non ha di fatto alcun potere decisionale in politica, ma soltanto funzioni di rappresentanza nazionale, di nomina del primo ministro, su indicazione del parlamento e del presidente della Corte Suprema, su indicazione del Governo, infine, assegna titoli onorifici. Ha inoltre perso qualsiasi caratteristica "divina" conferitagli dalla tradizione, pur mantenendo il proprio ruolo di capo religioso dello shintoismo. Il presente imperatore, Akihito, è salito al trono il 7 gennaio del 1989, dopo la morte di Hirohito, viene chiamato Imperatore Showa. Il potere legislativo: la Dieta nazionale. La Dieta nazionale (il parlamento) è il solo organo legislativo dello stato e quello dotato di maggiori poteri. È formata da due camere: quella dei Rappresentati (Camera Alta), composta da 500 membri e quella dei Consiglieri (Camera bassa), composta da 252 membri, questi vengono eletti rispettivamente ogni quattro e sei anni. I poteri che la Costituzione attribuisce alla Dieta includono: la promulgazione delle leggi, l'approvazione del bilancio preventivo, elezione del Primo Ministro, approvazione dei trattati, passare o rifiutare mozioni di fiducia o sfiducia al Governo e dare luogo ad una revisione costituzionale. Il potere esecutivo: il Governo. Il Governo è composto dal Primo Ministro e da 20 Ministri, i quali sono collegialmente responsabili del proprio operato di fronte alla Dieta (forma di governo parlamentare). Il Primo ministro, che deve essere necessariamente essere un membro di una delle due camere, viene eletto dai membri della Dieta ed è formalmente nominato dall'imperatore. Di fatto è sempre un membro della Camera dei rappresentanti e a partire dagli anni cinquanta fino ai primi anni novanta, la carica di Primo ministro è stata in genere affidata al leader del partito di maggioranza. In aggiunta alle normali funzioni amministrative, il Governo amministra la legge, conduce gli affari dello stato, gestisce gli affari esteri, conclude trattati, amministra il sevizio civile, prepara le proposte per il bilancio preventivo e le presenta alla Dieta, emana ordinanze del governo, decide su amnistie e commutazioni di pene, inoltre elegge il giudice capo della Corte Suprema e nomina altri giudici. Il governi locale: le autonomie locali. Il principio dell'autonomia di "pubbliche entità locali", secondo il quale gli affari pubblici delle comunità locali sono gestiti indipendentemente in accordo con il volere dei residenti, fu adottato nel 1947 quando entrò in vigore la legge sulle autonomie locali.In Giappone, il sistema di governi locali è strutturato su due livelli. Il primo riguarda la ripartizione del territorio in 47 prefetture e il secondo, rappresenta un'ulteriore ripartizione delle prefetture in circa 3.250 municipalità. Le prefetture corrispondono all'incirca alle regioni italiane e sono suddivise in: una metropoli (to, da cui Tokyo-to), un distretto (do, da cui Hokkaido), due prefetture urbane (fu), da cui Osaka-fu e Kyoto-fu) e 43 prefetture rurali (ken). Dal punto di vista storico-geografico, il paese si divide inoltre in 9 regioni, che però non coincidono con alcuna forma amministrativa territoriale. Invece, le municipalità si distinguono in città (shi), cittadine (cho) e villaggi (son). I compiti attribuiti agli organi locali riguardano principalmente, la tutela e lo sviluppo della comunità, il controllo dell'inquinamento, la sicurezza sociale e la sanità, il lavoro e la pubblica istruzione. Principale caratteristica delle autonomie locali giapponesi è che i funzionari a capo dell'esecutivo sono eletti direttamente dal voto popolare per un periodo di quattro anni. (Wilkinson E., "Capire il Giappone", Milano: Longanesi, 1982). Il potere giudiziario: la magistratura. Il potere giudiziario, completamente indipendente da quello legislativo ed esecutivo, è conferito a un sistema di corti. Ci sono quattro categorie di corti: la Corte Suprema, otto Alte Corti, le Corti distrettuali, e i Tribunali familiari. La Corte Suprema è l'organo più importante, di giudizio finale ed inoltre è autorizzata a dare giudizio di costituzionalità sulle leggi, sulle ordinanze del governo, sui regolamenti o atti ufficiali. 1.5 Gli Aspetti socio-economici e le abitudini di consumo dei consumatori giapponesi Il Giappone dispone di un ampio mercato interno assai articolato e sofisticato, la cui domanda richiede elevati livelli di competitività alle imprese. Il consumatore tipico giapponese ripone un'estrema attenzione nella qualità dei prodotti, per la quale si aspetta ed è anche disposto a pagare un prezzo relativamente alto.(Christian A., "Connecting with the Japanese customer", New York, 1995). Allo stesso modo, anche la domanda di servizi collegati alle attività di distribuzione, vendita, assistenza e cura della clientela è tradizionalmente molto esigente in termini qualitativi e si può ritenere che, in un gran numero di casi, la qualità dei servizi abbia un ruolo decisivo quale fattore di scelta dei prodotti da parte degli utilizzatori sia finali sia intermedi. (Doi T., "Anatomia del comportamento sociale dei giapponesi", Milano: Cortina, 1991). Durante gli anni cinquanta e sessanta, l'esplosione di una forte e vivace domanda di beni di consumo e industriali, stimolò le imprese ad investire aggressivamente nella costruzione di nuovi e più efficienti impianti produttivi, che impiegassero le più moderne e avanzate tecnologie, mentre, nello stesso periodo, Stati Uniti e Europa, si limitavano ad apportare miglioramenti incrementali alle già esistenti e quindi più vecchie e meno efficienti, strutture produttive13. (Freeman "Il rito dell'innovazione: la lezione del Giappone vista dall'Occidente", Milano: Angeli, 1987). Più tardi, con il crescere e l'ampliarsi della base economica e con l'affermarsi del paradigma delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione, la sempre più grande domanda nazionale di beni industriali aiutò lo sviluppo dei settori industriali della robotica, dell'elettronica, dei semiconduttori e della meccanica. Tuttavia l'elevato livello di concorrenza che ha sempre caratterizzato il grande mercato domestico, impedì alle imprese giapponesi di adagiarsi sulle sue grandi dimensioni e le spinse ad innovare e come estrema risorsa a internazionalizzarsi. (William "The foundation of Japanese power: continuites, changes, challenger", New York: Free Press, 1990). Con il miglioramento delle condizioni di vita, successivo agli anni della ricostruzione economica, la crescente domanda di nuovi prodotti, il poco tempo libero a disposizione e la presenza di ridotti spazi abitativi hanno spinto i consumatori privati, verso modelli di consumo diversi da quelli occidentali. Le caratteristiche uniche della domanda locale hanno focalizzato una particolare attenzione sugli attributi dei prodotti. A causa dei ristretti spazi abitativi e di piccoli appartamenti dalle pareti sottili, la domanda giapponese si è orientata verso prodotti compatti, portatili, silenziosi, di piccole dimensioni e multifunzionali. (Hendry J., "Interpreting Japanese society", Oxford: Oxford University Press, 1986). La domanda privata si è infatti concentrata non tanto sui prodotti per la casa, bensì su automobili, elettrodomestici compatti e elettronica di consumo, come video-camere, radio, tv, macchine fotografiche, computer, telefoni cellulari14 etc. Tali beni di consumo durevole, rappresentano fra i giapponesi degli importanti status symbol. Questa percezione del prodotto spinge gli acquirenti a richiedere la versione più recente e con le funzionalità più aggiornate e perciò pur di avere i modelli più nuovi e migliori, questi sono disposti a rimpiazzare di frequente i prodotti. (Itami H., "Le risorse invisibili", Roma: Tip. Ed. Romana, 1980). Dal lato dell'offerta, i produttori giapponesi rispondono, con frequenti cambi di modelli e minime variazioni sui prodotti, giungendo ad una condizione di over engineering che porta ad una spinta di microsegmentazione del mercato, nell'ambito di gamme di prodotti piuttosto ristrette. Inoltre, l'esigenza di modificare spesso le linee di produzione ha indotto le aziende giapponesi ad adottare molto presto la tecnologia della produzione flessibile (flexible manufactoring system), quando ancora le imprese occidentali stavano impiegando forme tradizionali di automazione. (Kotler P., "Judo Marketing", Milano: Ipsoa, Scuola d'Impresa, 1987). Per effetto di questi stimoli, da parte della domanda le imprese giapponesi ben competono all'interno di settori industriali, nei quali introdurre di frequente nuovi cambiamenti è molto importante ai fini del vantaggio competitivo. Nei beni di consumo la rapida diffusione delle informazioni, la richiesta dell'ultimo modello per ragioni di status e l'omogeneità culturale, che caratterizza il mercato, generano tra i privati un forte effetto di massa negli acquisti, incentivando così la produzione di notevoli quantità e favorendo la formazione di elevate economie di scala. (Doi R., "Anatomia della dipendenza", Milano: Cortina, 1991). Particolare attenzione viene poi riposta dai consumatori sulla qualità del prodotto. Il Giappone ha una forte cultura visiva che induce il consumatore a rifiutare un prodotto che presenti piccoli difetti superficiali o inesistenti. Esso, inoltre, considera il venditore responsabile della qualità e della funzionalità del prodotto anche successivamente all'acquisto e non esita a cambiare marca, se vi intravede una differenza qualitativa. La presenza di consumatori sofisticati ed esigenti spinge le imprese verso performance qualitative in continuo miglioramento e verso servizi di classe superiore. (Herbig P., "Marketing Japanese style", New York Press, 1995). La crisi economica originatasi a fine degli anni '80 in seguito allo "sgonfiamento" della bubble economy e il clima d'incertezza di questi ultimi anni, causato dal tracollo dell'economia giapponese, ha tuttavia inciso profondamente sulle attività delle imprese e dei consumatori, facendo in primo luogo accrescere l'interesse per quei beni e servizi che, oltre alla qualità, sono in grado di offrire un prezzo contenuto. Sono quindi aumentate le opportunità anche per tutti quei prodotti che, pur mantenendo elevati standard qualitativi, attribuiscono una minore importanza al marchio e ad alcuni servizi collaterali puramente "estetici" che erano andati diffondendosi nel periodo dell'euforia finanziaria. Un secondo importante fattore di cambiamento delle abitudini dei consumatori, collegato al processo evolutivo in atto nella struttura socioculturale del paese, risiede in una considerevole crescita delle tendenze individualiste che si riscontra specialmente tra quella fetta più giovane della popolazione maggiormente sottoposta all'influenza dei modelli culturali e di consumo dei paesi occidentali.(Natane C., "La società giapponese", Milano: Cortina, 1992). Tuttavia l'appartenenza al gruppo e il conformismo restano fortissimi tra la popolazione giapponese. Questo ha finora avvantaggiato i produttori di beni standardizzati e di facile utilizzo, ma ultimamente sono nati numerosi "mercati di nicchia", soprattutto per soddisfare i nuovi e crescenti bisogni sempre più sofisticati e precisi dei membri più giovani della società. Questo potrebbe favorire lo sviluppo di nuove dimensioni produttive: soprattutto della piccola e media impresa giapponese molto più flessibile e dinamica della grande, nell'adattarsi a rapidi mutamenti e a piccole quantità di produzione. Tuttavia la piccola e media dimensione rimane ancora rigidamente dipendente dalla grande. (Abegglen J., "Kaisha, the Japanese corporation", Business marketing N° 38, 1985). Un terzo aspetto relativo ai mutamenti in atto nelle caratteristiche del consumo riguarda il progressivo invecchiamento della popolazione. Nel 1996, infatti, gli individui con più di 65 anni erano aumentati a circa il 15% del totale, contro il 12% del 1990 e il 7% del 1970. Crescono di conseguenza ai cosiddetti "mercati degli anziani", includenti un 'ampia gamma di beni e servizi che si estendono dalle apparecchiature mediche e diagnostiche, ai medicinali e agli altri articoli farmaceutici15, all'abbigliamento, all'alimentazione e così via. Inoltre, la crescita di questi mercati interessa in misura sempre crescente le attività ricreative16, i servizi commerciali e quelli finanziari. Un quarto fattore importante di cambiamento del consumo e dello stile di vita è dato dalla rapida crescita della domanda e dell'offerta di informazione da parte sia delle imprese sia delle famiglie. In particolare, la rapida diffusione dalla rete Internet e la conseguente facilità di accesso ad informazioni provenienti da ogni parte del mondo hanno rivoluzionato il sistema di scambio delle notizie e ne hanno drasticamente ridotto i tempi di trasmissione. Questa tendenza è inoltre sostenuta dalla crescita delle workstations negli uffici e dallo sviluppo dei terminali posizionati presso clienti e fornitori. Ciò implica che saranno richiesti maggiori sforzi per aumentare il "contenuto informativo" dei prodotti e che la capacità di accesso immediato alle informazioni rappresenterà sempre di più una fonte di vantaggio competitivo per le imprese. Va comunque detto che, date le differenze strutturali, la necessità di comunicare in lingua giapponese17 può non di rado costituire un serio ostacolo all'inserimento di imprese straniere all'interno del mercato, riguardo sia all'accesso alle reti informative, sia alla diffusione di informazioni relative alla propria impresa o ai propri prodotti. (Fukutake T., "The Japanese social structure. Its evolution in the modern country", Tokyo: University of Tokyo, 1995). Un quinto aspetto che riguarda il cambiamento degli stili di vita dei giapponesi è il crescente numero di donne che lavorano (circa il 40% del totale della forza lavoro) e che scelgono la carriera ritardando il momento del "metter su famiglia". Accade spesso che le donne lavorino a tempo pieno per un certo numero di anni e poi interrompano l'attività lavorativa per una decina d'anni per dedicarsi alla cura dei figli e riprendano dopo un'altra attività in genere part-time intorno ai 40-45 anni di età. (MITI's Report , Tokyo, 1997). Così sono diventati indispensabili tutti quei prodotti e servizi per facilitare la vita di donne impegnate in attività lavorative fuori casa. Anche i cosiddetti "single" sono in aumento, soprattutto tra i giovani e questo ha comportato la nascita ed il successo di numerosi punti vendita, come i Convenience Stores che offrono tutta una serie di beni per l'uso immediato (cibi pronti in scatola, snakes ecc.) e anche degli Specialità Stores, che rispondono al crescente bisogno d'investire maggiormente nel tempo libero, soprattutto praticando uno sport18. Il numero delle persone che decidono di praticare uno sport, soprattutto golf e tennis, è infatti in aumento e vengono spesi anche ingenti somme di denaro per diventare membri degli Sport Clubs. In un'indagine condotta annualmente dall'Ufficio del Primo Ministro, durante gli ultimi anni, le preferenze di spesa dei consumatori giapponese ripongono un'importanza sempre maggior alle attività svolte durante il tempo libero; tra queste in particolare, nel 1998 figuravano ai primi posti le cene al ristorante e i viaggi. Secondo dati della Family Income & Expenditure Survey managemente & cordination Agency, in media la spesa delle famiglie giapponesi è così suddivisa (in percentuale): Si può notare che le principali componenti della spesa per consumi delle famiglie riguardano l'alimentazione, i trasporti e le telecomunicazioni, le attività del tempo libero e l'abitazione. Quest'ultima voce è, in particolare, relativamente più importante nei grandi centri urbani che nelle province. Tra la spesa alimentare, si registra un calo della quota ricoperta da alimenti tradizionali, come il riso e il pesce e una crescita di quella relativa ai beni come il pane e i latticini e di quella di prodotti "pronti all'uso". In questi ultimi cinque anni si è registrato un netto successo di prodotti alimentari italiani, come pasta, vino19, olio, quest'ultimo in particolare è visto come un vero e proprio "toccasano" e viene anche usato nella cosmesi come speciale idratante naturale per la pelle. Questa maggiore attenzione al peso attribuito dai consumatori alle attività svolte durante il tempo libero, a mio avviso, risulta interessante per l'analisi delle tendenze che si vanno formando all'interno del mercato giapponese. Questo trend si collega da un lato al tendenziale crescente tenore di vita della popolazione (maggior reddito pro-capite) e dall'altro alla graduale trasformazione in atto all'interno del mercato del lavoro, in base alla quale si riscontra un aumento del tempo che i lavoratori dedicano alla famiglia, a scapito di quello trascorso in azienda (comunque decisamente più elevato rispetto agli altri paesi industrializzati). Il modello di consumo della popolazione giapponese dipende fortemente dalla struttura dei salari, in base alla quale viene determinato il reddito della maggior parte delle famiglie. L'impiego a vita20 e il notevole peso attribuito all'anzianità del servizio sono le due caratteristiche che, sebbene in via di trasformazione, distinguono maggiormente la struttura dei salari giapponesi da quella degli altri paesi. A metà degli anni '90, il salario netto medio mensile di un lavoratore si aggirava sui 330.000 Yen (un po' più di cinque milioni di lire). Tuttavia considerato che tale valore varia notevolmente da settore a settore e per tipo di impresa, (i salari più elevati sono quelli del settore finanziario e quelli corrisposti dalle grandi imprese). (Inumare F., "Le relazioni industriali e l'incentivazione del lavoro in Giappone", in Economia e Lavoro, 1995). Ad integrazione del salario regolare, a giugno e a dicembre la maggior parte dei lavoratori riceve un bonus (esente tasse) che, secondo i casi, può variare da una a quattro mensilità. In genere, mentre il salario mensile normale è utilizzato per le spese di ordinaria amministrazione, il bonus è destinato ad acquisti e/o spese straordinarie, o all'accantonamento a fini di risparmio, come sta succedendo in questo ultimo periodo, a causa della grande sfiducia della gente per la ripresa economica. (Statistiche del Ministero del lavoro giapponese, 1998). In corrispondenza dell'elargizione del bonus, è consuetudine effettuare doni e omaggi per motivi di lavoro e/o di riconoscenza (o-seibo), per cui la spesa per consumi presenta due picchi stagionali, in giugno e in dicembre21. Anche la domanda da parte delle imprese, costituisce un'importante fonte per il consolidamento del vantaggio competitivo nazionale giapponese. L'intensa rivalità del mercato interno fra le industrie, le spinge ad un notevole effetto imitativo. (Pascale R., "Le sette S: ovvero, l'arte giapponese del successo di gestire l'azienda", Milano: Mondadori, 1984). Se una società realizza sostanziali acquisizioni in nuovi prodotti o servizi, le sue concorrenti sono portate ad agire nella medesima direzione stimolando in tal modo la crescita della domanda per quel bene o per quel servizio. Come per la domanda privata, anche in quella per beni industriali, l'esistenza di società piccole con uffici di limitate dimensioni, stabilimenti e magazzini piccoli, ha distorto la domanda giapponese orientando le imprese verso prodotti più piccoli e compatti in numerosi settori, come i carrelli elevatori22, le macchine utensili e le macchine per ufficio. Questi e altri attributi della domanda hanno orientato le imprese giapponesi verso segmenti del mercato ignorati o mal serviti dal mondo occidentale, trasformandoli, successivamente, in segmenti globali. (Ohmae K., "Noi giapponesi nell'era dell'economia globale", Milano: Il Sole-24 Ore Libri, 1987). Il successo giapponese non si limita solo ai settori industriali in cui la struttura per segmenti della domanda domestica porta a una maggiore attenzione, ma si estende anche acquirenti particolarmente sofisticati. Il tempestivo riconoscimento delle potenzialità insite nelle macchine fotocopiatrici o nei fax e il successivo sviluppo di settori industriali, nei quali le imprese giapponesi sono leader mondiali, è strettamente collegato alla assoluta necessità delle aziende giapponesi di avere a disposizione un abbondante documentazione. Data la scrittura giapponese e l'impossibilità di ricorrere alla macchina da scrivere, prima dell'avvento dei word processor, la maggior parte dei documenti in Giappone si scriveva a mano, la fotocopia e il fax si presentavano quindi come strumenti indispensabili per disseminare le informazioni. Anche la domanda di beni industriali si presenta assai sofisticata ed esigente. Tale caratteristica porta le imprese giapponesi ad aspettarsi molto dai propri fornitori. Quest'ultimi devono farsi promotori per l'introduzione di nuove tecnologie, sempre più efficienti e orientate al labour saving. In Giappone, i venditori creano continue pressioni per incentivare l'innovazione dei prodotti. A causa del valore dato ai rapporti di lunga durata, gli addetti agli acquisti, tendono ad essere meno inclini a cambiare il fornitore tradizionale, per indurlo ad adeguarsi al nuovo miglioramento. Già alla fine degli anni sessanta, mentre altri mercati occidentali stavano ancora crescendo, quello giapponese per alcuni prodotti presentava una condizione di maturità.(Tsuru P., "Essays on Japanese economy", Tokyo, 1977). La rapida e veloce saturazione del mercato interno, portò a intensi sforzi da parte dei concorrenti giapponesi nell'individuazione di nuovi modelli o nuove funzionalità ed è stato lo stimolo per attivare grandi campagne di esportazione, nel momento in cui le aziende andarono a sostituire i volumi nazionali che avevano perso e a saturare la capacità produttiva in eccesso. In quasi tutte le industrie giapponesi, le esportazioni sono aumentate in modo significativo solo quando il mercato domestico divenne maturo. (Pensai Koho Center "Japan 1997: an international comparison", Tokyo, 1997). Le condizioni della domanda domestica aiutano anche, a spiegare le aree nelle quali il Giappone ha mancato l'acquisizione del vantaggio competitivo e non ha avuto successo sul piano internazionale. Nel settore alimentare, la domanda nazionale è abbastanza diversa da quella delle altre nazioni, in modo da svantaggiare le imprese giapponesi all'estero. In particolare, per quanto riguarda i generi alimentari di "pronto consumo", la domanda giapponese partì troppo tardi e le imprese nazionali non furono in grado di sostenere la concorrenza di quelle americane, inglese e di altre nazioni, che si stabilirono in Giappone attraverso massicci investimenti diretti. Le industrie giapponesi in questi settori sono state sfavorite anche dai canali di distribuzione all'ingrosso e al dettaglio, eccessivamente frammentati e da alcune pratiche d'affari particolarmente complicate e profondamente radicate nella cultura giapponese, che verranno successivamente analizzate. (Freeman G., "Il rito dell'innovazione. La lezione del Giappone vista dall'Europa", Milano: Angeli, 1987). APPENDICE I.A. I mercati regionali in Giappone e le influenze sul consumo In Giappone esistono profonde differenze regionali che influenzano di conseguenza anche i modelli di consumo degli abitanti delle diverse zone. Spesso gli operatori stranieri commettono l'errore di considerare il paese come un tutt'uno, generalizzando le tendenze riscontrate nel "centro" a tutta la "periferia". Nella realtà le caratteristiche dei consumatori e i relativi bisogni possono variare notevolmente da nord a sud e il più delle volte occorre apportare delle modifiche al prodotto in termini sia di contenuto che di confezionamento. (Kipping Norman, "Uno sguardo al Giapppone", 1987). Le principali zone sono quattro: 1) Kanto meridionale: L'area del Kanto meridionale, che include le prefetture di Tokyo, Kanagawa, Saitama e Chiba, è la più popolosa (32 milioni di abitanti) ed è in genere ritenuta la più sofisticata del paese. Nonostante il proibitivo costo degli affitti, le imprese straniere presenti in Giappone con investimenti diretti hanno quasi tutte un ufficio in quest'area. È da qui, inoltre, che viene introdotta la maggior parte dei beni importati (tramite l'aeroporto di Narita e il porto di Yokohama). Tokyo, oltre ad essere la sede del governo, è anche il maggiore centro dell'economia. La prefettura di Kanagawa, inoltre, con Yokohama e Kawasaki quali principali città, è di gran lunga quella con il maggiore reddito pro capite (4,5 milioni di Yen nel 1995, pari a più del 50% della media nazionale). 2) Kinki: Il Kinki (o Kansai), seconda principale area del Giappone, include sette prefetture tra cui Osaka, Hyogo, Kyoto e Nara per un totale di circa 22 milioni di abitanti. La tradizione di questa area è sia commerciale (Osaka, Kobe) sia artistica (Kyoto e Nara). Centro di varie industrie (tra cui quella chimica, farmaceutica e tessile), il Kinki presenta un'estrema vitalità, un atteggiamento in genere molto aperto e teso all'internazionalizzazione, nonché pronunciati impulsi all'innovazione. Data l'importanza storica delle città presenti in questa regione, tra la popolazione si avverte un certo antagonismo nei confronti di Tokyo e più in generale del Kanto. Marcate differenze si notano anche nelle abitudini alimentari, nel modo di vestire, nelle flessioni della lingua, nelle tradizioni familiari e nel carattere degli individui. Al fine di rafforzare le relazioni con gli altri paesi asiatici, con cui per motivi storici e di vicinanza geografica il Kinki ha rapporti economici e culturali più stretti rispetto al resto del paese, durante gli anni '90 sono stati varati numerosi progetti di sviluppo infrastrutturale. 3) Chubu: La terza area in termini d'importanza, specialmente per la produzione industriale, è quella del Chubu (20 milioni di abitanti). Posizionata al centro del paese, include le prefetture di Aichi, Shizuoka, Gifu, Nagano, Niigata e altre ancora. Il principale centro è Nagoya, capitale della prefettura di Aichi. Il Chubu è il cuore dell'industria automobilistica, delle macchine utensili, della ceramica e dell'industria aerospaziale. Gran parte dei prodotti destinati alle esportazioni provengono da questa zona. Circa i consumi di prodotti stranieri va però notato che, rispetto a quelle della media del Giappone, le abitudini della popolazione locale sono abbastanza conservatrici e ancora relativamente più ancorate alla tradizione. Una curiosità riguarda il fatto che gli abitanti di questa area sono famosi per organizzare sontuosi matrimoni e funerali, ai quali vengono destinate ingenti somme di denaro. 4) Hokkaido, Tohoku, Shikoku, Chugoku, Kyushu, Okinawa: Le alte macroregioni sono quelle posizionate nella parte nord-orientale (Hokkaido e Tohoku) e in quella sud-occidentale (Shikoku, Chugoku, Kyushu e Okinawa) del paese. La prima (nord-est) è caratterizzata da una densità di popolazione inferiore rispetto alla media nazionale e da rapporti relativamente più intensi con la Russia e il nord della Cina. La seconda (sud-ovest) è invece famosa dal punto di vista industriale per le produzioni di semiconduttori (circa il 50% della produzione totale dell'intero paese), elettronica, computer e attrezzature mediche. Il centro economico di quest'area gravita intorno alla città di Fukuoka, nel nord del Kyushu. Anche in questa regione sono in via di realizzazione ingenti progetti di opere infrastrutturali rivolti in particolare ad intensificare le relazioni con gli altri paesi asiatici. 1 La Restaurazione Meiji ebbe inizio nel 1868 e si concluse nel 1912. 2 Lo Shogun era il titolo che nell'antico Giappone veniva conferito al capo di una spedizione bellica, per la sola durata della campagna. Questo titolo divenne poi ereditario e spettò a tutte le dinastie che governarono il Giappone dal 1192.Questi Shogun governarono in pratica il paese, mentre l'imperatore, come discendente degli dei, s'interessava delle cose di culto. Il loro governo durò dal 13° al 19° secolo. 3 L'iscrizione alla scuola elementare venne resa obbligatoria nel 1879 e la durata del percorso di studi obbligatorio fu gradualmente estesa da sedici mesi nel 1879 a quattro anni nel 1886 e sei anni nel 1890. Se agli inizi gran parte dei testi era di provenienza occidentale, più tardi gli ufficiali di Tokyo iniziarono a realizzare che era stata persa un'opportunità di promuovere un senso di identità nazionale tra le generazioni più giovani. Da allora eroi e miti del passato giapponese e non solo dell'Occidente, iniziarono a comparire più frequentemente nei libri di testo che lo stesso Ministero dell'educazione produceva. 4 Già agli inizi degli anni '20 si riscontrava una forte concentrazione del capitale nelle mani di poche grandi conglomerate dette appunto Zaibatsu, con interessi diversificati in campo commerciale, industriale e finanziario. 5 Un'importante caratteristica degli investimenti in Asia risiede nella elevata quota destinata al settore manifatturiero, a testimonianza dei beni standardizzati, le cui tecnologie produttive richiedono un mix di fattori divenuti in Giappone relativamente poco disponibili e costosi. In seguito a questo processo di crescita degli investimenti diretti esteri, le imprese giapponesi hanno incrementato la propria presenza nella regione, intensificando anche gli scambi commerciali con i vari paesi asiatici. Ciò a favorito in modo particolare le esportazioni di beni capitali e una crescita delle importazioni dei beni di consumo (reverse imports). 6 Nel 1997 l'Hokkaido Bank e il Yamaichi Securities, due tra i più importanti e solidi, almeno fino ad allora, istituti finanziari sono stati dichiarati falliti. 7 In Giappone l'anno fiscale differisce da quello solare. L'anno inizia il 1 aprile e termina il 31 marzo. I conti economici del paese, quelli pubblici come pure quelli privati, così come la maggior parte delle statistiche, sono basati sull'anno fiscale. 8 L'imposta sui consumi è una sorta di tributo sul valore aggiunto introdotta in tempi piuttosto recenti (1988) al fine di controbilanciare in qualche modo l'eccessiva incidenza dell'imposizione diretta sul gettito globale del fisco.Viene applicata al consumo di beni e servizi e prelevata dal venditore di tali beni e servizi. Le importazioni di merci dall'estero, siano esse effettuate da privati o imprese, sono soggette a tassazione, mentre le esportazioni sono esenti. 9 Elaborazione relazione del Jetro. "Japan's Economy: Present situation and prospects", 1998. 10 Il governo giapponese sta intervenendo con continue misure per aiutare la ripresa dell'economia. In particolare nel marzo '99 c'è stato un utilizzo di fondi pubblici per 100 mila miliardi di lire a 15 banche per permettere loro di recuperare le proprie funzioni, soffocate come erano da enormi crediti inesigibili. Oltre a ciò è stata varata la finanziaria 1999 con un anticipo senza precedenti, aumentando così le spese per i lavori pubblici del 10% e diminuendo le tasse di ben 130 mila miliardi di lire. La banca Centrale, per la prima volta nella storia, ha in concomitanza abbassato il tasso di interesse (Key Rate 9 allo 0%. Grazie a queste misure del governo l'indice negativo di crescita sta invertendo la tendenza mostrando un andamento migliore. 11 Le informazioni sul territorio, clima e popolazione sono elaborate dai seguenti testi: "Statistical handbook of Japan 1998", "Japan a pocket guide 1998", Makers: "Terra & Economia: i paesi extraeuropei". 11 Lo Scintoismo è la religione nazionale dei giapponesi, chiamata anche Shinto, cioè "via dei Kami" (ossia degli dei) come opposta a Butsudo "via dl Buddha".Nozione centrale è la purezza, rituale, fisica, non morale.Lo Scintoismo è strettamente connesso col sistema politico, esso ha dato una naturale base di legittimità al potere imperiale ( il quale è di origine divina, discendente dalla dea del Sole). Tutto questo ha ispirato il nazionalismo nipponico, che vi ha visto un potente elemento di coesione nazionale, ma ha avuto tuttavia contrasti , per affermarsi, col Buddismo. 12 Cfr. M.Porter: "Il vantaggio competitivo delle nazioni", cap.8 pag.470. 13 Cfr. M.Porter: "Il vantaggio competitivo delle nazioni", 1991. 14 L'avvento delle tecnologie dell'informazione ha portato ad alcuni interessanti risultati negli schemi di vendita di alcuni prodotti. Il primo esempio è quello dei telefoni cellulari, secondo dati della NTT, la principale società telefonica giapponese, il numero di abbonamenti ai cellulari è andato crescendo a tal punto che la NTT prevede, per la fine del 2000, che il numero di linee mobili sarà superiore a quello delle linee fisse, attestandosi intorno a 57 milioni. Il secondo risultato, riguarda le vendite di TV e di personal computer. Il numero di TV e PC inviato ai negozi dalle fabbriche si stabilizzerà sulle 11 milioni di unità per ognuno dei due prodotti nei dodici mesi fino alla fine dell'anno. È da notare poi che, mentre le vendite di televisori sono rimaste stazionarie negli ultimi cinque anni, quelle di PC sono passate da 7 milioni nel 1996 a 11 milioni nell'ultimo anno fiscale (aprile 1999-marzo 2000). 15 Le principali società di elettronica stanno sviluppando dei sistemi per il rilevamento e la trasmissione di dati clinici ( pressione sanguigna, temperatura, peso ecc.) a distanza. Notevole sviluppo hanno avuto i sistemi di allarme in caso di malore improvviso dell'anziano o di una persona impossibilitata a muoversi. Questi apparati vanno dal telefono portatile con un tasto di emergenza collegato ad un ospedale, a sensori che rilevano il movimento o l'assenza di movimento. 16 Recentemente si è avuto, in Giappone, un vero e proprio boom del trekking, che ha portato ad un notevole incremento nelle vendite i calzature per questo tipo di attività alcune imprese italiane sono già presenti in Giappone con interessanti risultati, ma la forte crescita del mercato lascia notevoli spazi di manovra. Non solo, per quanto riguarda le calzature, ma anche l'abbigliamento ed gli accessori per il trekking, come ad esempio zaini, cappelli, sono molto richiesti. In forte sviluppo è anche il settore del tempo libero e del campeggio. Informazioni queste che dovrebbero essere prese in considerazione dalle aziende italiane. 17 Molti studiosi di comunicazione occidentali sottolineano che i più delle volte è estremamente difficile capire quello che un giapponese sta pensando veramente.La ragione di ciò è data dal fatto che il modello di educazione giapponese si basa sul fatto che quando si entra in contatto con un'altra persona, la cosa più importante è non ferire i suoi sentimenti. Così, quando un giapponese deve dire "no" a qualcuno, preferirà restare in silenzio, se ritiene che una risposta negativa potrebbe turbare l'altra persona o danneggiare il loro rapporto. È un atteggiamento che viene insegnato fin da bambini ed è una delle caratteristiche espressive dei giapponesi, che pone l'enfasi sulla collaborazione e sul compromesso. Ovviamente questo atteggiamento complica ulteriormente la costruzione di una relazione d'affari fra società giapponesi e italiane, ma a mio avviso, può una volta compreso essere superato. 18 Le attività ricreative che recentemente hanno mostrato una forte crescita sono state la pesca e la danza; ciò è quanto emerge dal Libro Bianco sul Tempo Libero pubblicato dal governo giapponese. Nel 1998, l'ultimo anno per cui si hanno cifre definite, vi erano in Giappone 20 milioni di pescatori, mentre vi erano 14 milioni di sciatori, 12 milioni di golfisti e 8 milioni di tennisti Sebbene i produttori giapponesi di attrezzature sportive posseggano un'elevata quota di mercato, la crescita di quest'ultimo lascia spazio alle importazioni che sono in decisivo rialzo. 19 Secondo le ultime stime della dogana di Tokyo, le importazioni di vino nel 1998 sono raddoppiate rispetto all'anno precedente sia in quantitativo che per valore, giungendo a cifre da record. L'attuale boom dei consumi di vino è iniziato nel 1994 per avere un'impennata dall'autunno 1997 a tutto il '98. E' stato di gran lunga prediletto il vino rosso e il vino italiano ha registrato un incremento dal '94 al '98 del 574% passando dal 9,3 % delle importazioni al 14,7% , raggiungendo il terzo posto tra i paesi esportatori, (il primo posto spetta alla Francia con il 32,95). 20 L' impiego a vita è la classica formula adottata da tutti i lavoratori giapponesi, almeno fino a qualche anno fa. Una volta iniziata l'attività lavorativa in un data azienda era praticamente impossibile spostarsi in un'altra, alla ricerca di condizioni più vantaggiose. Il rapporto che s'instaurava tra lavoratore e azienda era è qualche volta lo è ancora, totale, non era ammesso retrocedere dal servizio. 21 Le stagioni dei regali (Gift-season) sono molto importanti in Giappone quasi un'istituzione, (il mercato dei regali è cresciuto costantemente negli ultimi anni e non deve essere trascurato). In aggiunta alle tradizionali date, di cui ho già fatto menzione, ogni anno si presentano occasioni nuove per questo settore e le generazioni più giovani contribuiscono a questa "innovazione".Questi periodi offrono quindi ottime opportunità, per l'ampliamento delle quote di mercato, anche per i prodotti stranieri. 22 La Komatsu, uno dei principali produttori giapponesi di carrelli elevatori, ha annunciato un'alleanza con la società tedesca Linde per fronteggiare meglio gli effetti della prolungata recessione economica in Giappone. L'accordo prevede uno scambio di pacchetti azionari tra la Komatsu ed una sussidiaria della Linde, la Fiat OM di Milano. Inoltre la Linde chiuderà la filiale vendite in Giappone e affiderà la distribuzione dei propri prodotti alla Komatsu. In Europa, la Linde venderà carrelli elevatori Komatsu, mentre la Konatsu commercializzerà I prodotti Linde negli Usa tramite la propria rete di vendita. In Asia produrrà carrelli Komatsu nei propri stabilimenti in Cina e li distribuirà nel sudest asiatico. La Komatsu detiene il 20% del mercato giapponese ed il 5% di quello americano, ma il calo della domanda che si è registrato negli ultimi anni ha costretto la società giapponese a chiudere lo stabilimento di Kobe. La Linde invece ha una quota del 30% del mercato europeo ed appena l'1% di quello nipponico. L'accordo porterà benefici ad entrambe le società in quanto permetterà di utilizzare la rete di distribuzione e di assistenza. Questo è un altro importante esempio di come le aziende giapponesi si stiano aprendo a quelle straniere.