CAPITOLO 2 I DAIKAGURA Caratteri generali In questo capitolo tratteremo nello specifico dei daikagura. Con questo termine si intendono i grandi rituali invernali con sacre rappresentazioni, che coinvolgono un'intera comunità per diversi giorni. Esempi di queste grandi celebrazioni sono costituiti dagli Izumo kagura della zona di Hiroshima, i Bicchuu kagura della prefettura di Okayama e gli hanamatsuri di Aichi. Si tratta di rituali complessi che uniscono due finalità: le preghiere per la prosperità del raccolto e i riti di pacificazione degli spiriti. Non a caso le celebrazioni cadono nel periodo che vede ormai concluso il ciclo agreste. I riti servono a ingraziarsi le divinità per il raccolto futuro. E' da poco caduto il solstizio d'inverno, momento "critico" per l'astro solare che in questo periodo dell'anno dispensa meno energia del solito. Di qui la necessità di cerimonie atte a vivificare lo spirito della divinità solare, Amaterasu Omikami. Si tratta dunque di pratiche con un doppio fine: assicurarsi la benevolenza delle divinità per il raccolto e la piena efficienza di tali divinità. Secondo molti esperti (1) i numi tutelari invocati durante i matsuri appartengono spesso alle schiere di antenati. E' nota, e attuata fin dai tempi antichi, la pratica di placare l'anima di un defunto, morto in circostanze violente o dubbie, elevandolo a rango divino. E' alquanto probabile dunque che molte delle divinità tutelari di villaggi e comunità originariamente fossero anime di defunti inquieti. La stessa Amaterasu del resto è l'augusta antenata del casato imperiale. La sua figura legata all'astro solare ha sia un aspetto diremo "privato", in quanto ujigami della famiglia imperiale, sia pubblico, in quanto garante della vita di tutti gli esseri viventi. Pregare per vivificare l'anima dell'imperatore, antenato diretto di Amaterasu, significa anche preoccuparsi dell'efficacia del potere del sole nel rendere la terra carica di frutti. Molti studiosi hanno comparato fra loro la cerimonia dell’iwatobiraki, il chinkonsai e i riti funebri, cercando un punto in comune. La prima costituirebbe il prototipo delle le altre due. Il rito del chinkon, detto anche tama shizume, ovvero "pacificazione dell'animo", nacque in seguito alla credenza che fosse possibile trattenere l'anima di un malato sul punto di morire con tutta una serie di espedienti, danza e canto compresi (2). Adottato come performance ufficiale di corte, il chinkonsai viene eseguito, sempre a corte, a fine d'anno, con lo scopo di fortificare lo spirito dell'imperatore. Le cronache (3) antiche dei primi cerimoniali funebri ci parlano di danze e canti in onore del defunto: un tentativo di rendere meno dolorosa la separazione dal mondo dei vivi e di fortificare l'anima prima del suo lungo e incerto viaggio verso l'aldilà. Nell’ambito dei daikagura fondamentale è l’aspetto comunitario: tutti sono invitati a partecipare più o meno attivamente alla manifestazione. A riprova di ciò è l’usanza, che ormai va scemando, di organizzare le celebrazioni ogni anno in una casa diversa, scelta in base a certe caratteristiche della famiglia che vi abita (famiglia di lunga tradizione o particolarmente eminente per la sua influenza politica o economica). Gli spettatori sono richiamati dal suono dei tamburi e alcuni di loro prenderanno parte attiva alle danze. Tutte le attività della comunità intera si fermano dunque per circa due o tre giorni, e tutta l’attenzione è dedicata alle varie fasi di preparazione e svolgimento del matsuri. Lo schema dei festeggiamenti varia di luogo in luogo, ma sostanzialmente consiste in un continuo alternarsi di invocazioni, riti purificatori, danze sacre e profane, in maschera o meno. Breve descrizione Per avere un'idea di ciò che accade durante un daikagura forniamo qui di seguito la descrizione di uno hanamatsuri della prefettura di Aichi (4). Gli hanamatsuri della prefettura di Aichi e zone circostanti sono manifestazioni religiose in cui riti e danze kagura si susseguono in genere per una durata di tre giorni. Sono due le tradizioni cui possono appartenere gli hanamatsuri: furikusa e ounyu, i nomi di due fiumi nel nord della prefettura. La differenza fra le due è data dal tipo di calderone utilizzato per contenere l'acqua bollente (oyu). La tradizione furikusa, cui si rifà anche il matsuri di Shimoawashiro, fa uso di un calderone di argilla a forma di cono, mentre nella ounyu troviamo una sorta di tripode di metallo. Entrambe le tradizioni seguono un pattern rigoroso per l'organizzazione dell'area in cui si svolgerà l'intera manifestazione, ma alcune danze rappresentano un unicum tipico di una certa zona. Nell'arco dei tre giorni di festeggiamenti (tenutesi nel villaggio di Shimoawashiro, nel gennaio del 1982, secondo il racconto di John e Mary Evelyn) l'elemento portante della manifestazione è costituito da una performance di kagura della durata di ben ventiquattro ore. Per prima cosa viene costruito un santuario provvisorio (ujigami karimiya) in cui le divinità locali sono invitate a trasferirsi per prendere parte alla performance. Si tratta di una struttura in legno, alta circa tre metri, con tetto e pareti ricoperti con rami di cipresso e con rami di sakaki posti negli angoli. Delle offerte di carta (piegata), dette gohei, vengono appese sia ai rami di sakaki, sia alla corda sacra (shimenawa) appesa di fronte all'altare. Offerte di sake, sale, frutta, verdura, riso e vegetali vengono posti sull'altare. Questo santuario provvisorio è il punto focale dell'apertura del matsuri: le divinità, trasportate mediante un palanchino (omikoshi), vi si insediano di prima mattina. Più tardi verranno invitati a spostarsi nel kanza (sede della divinità), vicino alla sala in cui i danzatori si cambiano. Un bastoncino di bambù con gohei colorati viene posto a margine delle risaie prossime al luogo del matsuri. Questa pratica, unitamente all'offerta di cibi, dimostra una connessione con i rituali agresti per propiziare il raccolto annuale. Vicino all'area in cui si terranno le danze viene acceso un piccolo falò (seishi) attorno al quale gli spettatori si scaldano la notte. La funzione di questo fuoco è quella di allontanare spiriti inquieti e malintenzionati. Generalmente il luogo destinato ad ospitare le danze è la casa di uno degli abitanti della comunità, scelto in base all'anzianità o all'eminenza della sua famiglia; tuttavia poiché le spese per l'allestimento dei preparativi sono ingenti, sempre più spesso si ricorre ad una struttura pubblica. La sala che ospita le danze (maidou) a Shimoawashiro è una struttura con pavimento in cemento, di circa sei metri per otto, con nel mezzo un focolare di argilla (kama) alto un metro e mezzo, appositamente costruito per l'occasione. Il kama ha la forma di una montagna con la cima piatta; al suo interno ha un calderone pieno di acqua bollente con un coperchio in legno. L'apertura del focolare con il fuoco acceso è orientata verso il luogo dove prendono posto i musicisti e da cui entrano i primi danzatori. Questo fuoco, che viene chiamato saito, ha lo scopo di purificare la sede dello hanamatsuri e di allontanare gli spiriti malevoli. Appeso proprio sopra il kama è lo yubuta (5), che simboleggia il paradiso. Si tratta di una decorazione fatta di ritagli di carta colorata, simili ai gohei. I colori usati sono il giallo, il rosso, il verde, il porpora e il bianco. I gohei che stanno sui lati sono più sottili di quelli centrali, mentre strisce più larghe di speciale carta bianca ricoprono la cima dello yubuta e circondano il byakke (6), ritenuto il veicolo fondamentale per lo spostamento delle divinità durante la cerimonia. Al suo interno c'è un "nido d'api" (hachi no su) che custodisce un piccolo tesoro. Un kami michi, o "sentiero degli dei", si estende dal supporto del byakke fino ai pilastri di sakaki posti nei quattro angoli che delimitano l'area dedicata alle danze. Fatto di carta, il kami michi è il ponte che conduce le divinità nel luogo delle celebrazioni. Lo hachi no su ha particolare rilevanza nella fase finale del matsuri, quando viene rotto ritualmente da uno dei demoni e il suo contenuto viene distribuito fra i partecipanti in segno di buon auspicio per il futuro. Il nido d'api è fatto di carta bianca o colorata, a forma di rete intrecciata, contenente monete, pezzi di carta colorata, dolcini di riso e cachi secchi. Anche il pavimento è ritenuto uno spazio sacro; viene infatti contornato da uno shimenawa che collega i pilastri di sakaki nei quattro angoli e da cui pendono gohei bianchi e pezzi di carta detti kirikazari. Su questi ultimi sono dipinte sei scene sacre: un santuario, un torii (entrata del santuario), un negi e una miko (servitori del santuario), un cavallo, cinque divinità minori dette Godaison, il sole e la luna. Tra i musicisti e i danzatori si trova un albero di sakaki, mentre nell'angolo del maidou vicino al camerino dei danzatori è appeso un oggetto rotondo chiamato Bonten, che rappresenta Brahman, il dio indiano della creazione, assimilato da tempo dalla tradizione buddhista. Questo oggetto sacro è composto da tre ventagli aperti messi in cerchio con stelle filanti dei cinque colori. I musicisti sono seduti su una piattaforma di tatami rialzata con alle loro spalle un braciere interrato (hibachi). L'accompagnamento musicale è dato da un insieme di flauti e tamburi, la melodia è piuttosto ripetitiva e varia solo di poco per seguire il ritmo diverso di alcune danze. Il camerino si trova sulla destra rispetto ai musicisti, in direzione sud-est. Contiene costumi, maschere e oggetti rituali e viene chiamata kanbeya, stanza delle divinità, focus della preparazione dell'intero matsuri e luogo tradizionalmente vietato alle donne. La stanza è decorata da uno shimenawa con gohei e rami di sakaki vengono posti accanto agli strumenti che saranno offerti durante le danze. Alla destra degli strumenti, vicino all'entrata viene costruito uno scaffale (kamidana) che ha la funzione di altare per le divinità. Fuori dal camerino si trova il kanza (posto del kami). Posto alla sinistra dell'entrata del kanbeya, il kanza costituisce il luogo in cui le divinità risiedono durante il kagura. E' collegato tramite un kami michi al più vicino pilastro di sakaki del maidou, consentendo così il passaggio dei kami. All'interno del kanza è presente un kamidana su cui vengono raccolte varie offerte rituali. Il primo giorno di festeggiamenti viene offerto un pasto comune ai partecipanti, dopo di che cominciano i preparativi per la decorazione del maidou e il rinnovamento dei torimono. Nel camerino lo hanadaiyu, o l'officiante del rituale, è occupato con la pratica del kirikusa o del taglio dei kirikazari. Prima di questo lo hanadaiyu purifica le offerte di carta e il loro taglio con una serie di gesti tradizionali o mudra (tein). Nel frattempo il suo assistente, detto myoudo, prepara le decorazioni delle spade, dipinge le assi che verranno portate dagli oni e aiuta ad organizzare il corretto posizionamento degli oggetti sacri nel maidou. Nel villaggio di Shimoawashiro anche la struttura che ospiterà le danze viene purificata, prima che il kama venga posto nel centro del maidou. Questi preparativi si protraggono fino al giorno successivo. La sera del secondo giorno si tiene la cerimonia della cascata (takibarai). Lo hanadaiyu e il myoudo si recano presso una cascata che si trova fra le colline di Shimoawashiro. Qui ringraziano la divinità della cascata con una preghiera (norito), legano uno shimenawa sotto la cascata e presentano delle offerte. I due officianti si purificano prima di prelevare dell'acqua dalla cascata e tornare al villaggio. Quindi hanno luogo due cerimonie di purificazione. La prima, takane matsuri, consiste nel porre dei gohei in un luogo elevato della zona collinare retrostante Shimoawashiro; a questo punto lo hanadaiyu ringrazia le divinità di montagna. Nella seconda, detta tsujigatame, i gohei vengono posti in una risaia, che si trova a sud-est, ovvero in direzione opposta ai gohei delle montagne (nord-ovest). Entrambe i rituali hanno lo scopo di invitare le divinità locali a proteggere il villaggio dagli spiriti malevoli. Il giorno successivo le divinità locali (ujigami) vengono trasferite nell'altare posto appena fuori l'area in cui si terranno le danze; dopo di che hanno inizio le danze pubbliche. Il myoudo guida la processione dal santuario, mentre un partecipante, che segue lo omikoshi, porta il baule contenente i costumi, le maschere e gli strumenti rituali. Più tardi lo hanadaiyu e il myoudo, in una cerimonia detta kami iri o "entrata degli dei", consacrano i gohei e gli strumenti del matsuri, che poi vengono portati al kanza con la cerimonia detta kami watari. La prima cerimonia pubblica dello hanamatsuri è preceduta da un pasto offerto ai partecipanti, che si conclude verso le ore diciotto. Lo hanadaiyu davanti al kama centrale comincia ad eseguire i rituali che precedono le danze. Sempre lo hanadaiyu con quattro myoudo in cerchio, eseguono il rito del kami hiroi, cantando inni dal libro dei matsuri al ritmo del tamburo. Con questa cerimonia vengono invocati duecentoventitre kami (7), perché presiedano alle celebrazioni. Le invocazioni vengono ripetute cinque volte: la prima volta durante il kirime no ouji, poi durante lo soukamimukae e lo nakamoushi, infine due volte durante il rito dello yudate. Durante queste cerimonie si ritiene che il corpo dello hanadaiyu e dei myoudo si modifichi per ricevere gli dei invocati. Di fronte al kamidana decorato con gohei di cinque colori, spade, vari strumenti rituali e i cinque cereali, lo hanadaiyu porta delle offerte (sake, mochi, castagne e soba). Non appena i partecipanti tornano nella sala delle danze, uno dei myoudo tira dei mochi verso gli spettatori. Così facendo si ritiene che la presenza fisica delle divinità invocate possa estendersi ai presenti tramite le offerte di cibo (8). Segue una breve cerimonia che pone enfasi sullo shimenawa posto intorno al maidou in giorno prima. Detta shimeoroshi, insieme al rito successivo (il kamabarai), serve a distinguere lo spazio sacro del maidou e a purificare il kama (il focolare di argilla). La prima cerimonia è una preghiera rivolta alle quattro direzioni accompagnata da una danza molto semplice eseguita al ritmo del flauto e del tamburo. Il kamabarai ha inizio con lo hanadaiyu che, indossando un alto cappello nero (eboshi), con al fianco una spada corta, si siede su uno stuoino di fronte al fuoco del kama. In grembo tiene un vassoio con piattini colmi di offerte di riso, sale ed acqua. Prega, quindi comincia a spargere acqua e riso nelle quattro direzioni e assaggia il sale che gli è rimasto sulle dita. Durante il rito egli ricorre ancora una volta a dei gesti con le mani (mudra). Un assistente, mentre lo hanadaiyu canta e prega, sparge riso sempre nelle quattro direzioni. In seguito lo hanadaiyu prende dei ramoscelli che stanno bruciando e li getta nel calderone, quindi, brandendo la spada sopra il kama, purifica il cielo e la terra nelle cinque direzioni. Infine, canta la storia delle origini degli strumenti rituali del matsuri. Segue il rituale più importante dello hanamatsuri: lo yudate, o rito di purificazione con l'acqua bollente. Lo hanadaiyu seguito da un assistente che porta gli strumenti di rito (9), stando di fronte al kama, rivolto a sud, esegue delle mudra sopra l'acqua bollente, quindi prende lo yutabusa e lo ripone sopra il kama. Intinge le foglie di bambù dello yutabusa nell'acqua bollente e purifica il pavimento del maidou spargendo il vapore e spruzzando acqua nelle quattro direzioni. Poi sparge un po' di acqua bollente anche su uno strumento rituale (lo yugosa) che l'assistente gli regge davanti, mentre invoca le divinità invitandole sul posto. Per circa mezz'ora continua a spargere vapore e acqua recitando liste di kami. Il suo canto ripetitivo e i suoi movimenti circolari sopra il kama misti ai vapori hanno un carattere incantatorio. Come nella maggior parte degli hanamatsuri, la fine di un rito è piuttosto improvvisa e il passaggio alla fase successiva è casuale. Perciò lo hanadaiyu, dopo questa serie di riti purificatori, si ritira presso i musicisti, e si riposa per poi mettersi di fronte al tamburo, assumendo un'espressione meditativa. Il myoudo e lo hanadaiyu chiamano i kami invocati perché si insedino prima nel santuario esterno, poi nello yubuta sopra il kama, ed infine nel kamidana posto nell'angolo vicino al kanbeya. Il leader dei myoudo, detto negi, prende le bacchette del tamburo, che gli sono state consegnate solennemente dallo hanadaiyu, le tiene in petto mentre si gira verso il kama. Successivamente anche gli altri danzatori che portano offerte rituali entrando o uscendo dal maidou avranno lo stesso atteggiamento, camminando inoltre con movenze esagerate, come fa il negi del resto. Accompagnato da flauti e tamburi il negi esegue una graziosa danza di fronte al fuoco del kama. Questa danza, chiamata bachi no mai o gaku no mai, serve a purificare le bacchette e per loro tramite anche il tamburo. Ricevute le bacchette purificate, lo hanadaiyu comincia a suonare il tamburo e a cantare il tougo bayashi (accompagnamento al tamburo) e quindi lo shiki bayashi (accompagnamento regolare). Si tratta di canti atti alla purificazione del tamburo, purificazione che procede dai bordi verso il centro. Il momento culminante viene raggiunto durante il canto finale, sarugo bayashi (accompagnamento di sarugaku). Il rimbombo del tamburo echeggiando per la valle richiama tutti alla celebrazione. I myoudo vestiti di blu danzano un mikagura reggendo un ventaglio rosso e i suzu (campanelli). I quattro officianti di fronte al kama, con i ventagli aperti, cominciano una danza dai movimenti rotatori. Sebbene il ritmo della danza sia moderato, si fa più incalzante man mano i danzatori si muovono verso le quattro direzioni. Una volta tornati al punto di partenza, si muovono intorno al kama, abbassandosi a volte verso terra o compiendo dei mezzi giri per poi muoversi nella direzione opposta. Quindi girano di nuovo intorno al kama e si mettono in riga di fronte alla bocca del fuoco. Concludono così la loro danza, uscendo dal maidou a grandi passi. Questa danza, che è un kagura di corte, segna la fase di passaggio dalle attività rituali sacre alla prima delle danze popolari. Il pubblico si infoltisce e un solo danzatore esce dal camerino per presentare lo ichi no mai. Il suo abbigliamento è tipico del danzatore senza maschera: ha una tela bianca avvolta sul capo, porta una sopravveste nera con un contenitore di sake (hyoutan) dipinto sul dietro. Sui pantaloni è disegnata una pianta di wisteria (glicine) e sulle spalle e attorno ai fianchi ha una fascia rossa. Entrambi lo hakama (pantaloni) e lo haori (soprabito) cadono liberamente, e il danzatore tiene le maniche con le dita e ondeggia le braccia con dei suggestivi movimenti ad ala d'uccello. Sono pochi i danzatori che fanno un uso così drammatico del proprio costume. Il primo danzatore ha in mano un ventaglio, con disegnato un sole rosso e un ramoscello di sakaki, e dei campanelli. Entra nel maidou a grandi passi e compie un primo stiramento all'indietro di fronte al fuoco del kama, e poi fa lo stesso in ognuna delle quattro direzioni. Si tratta di movimenti d'offerta, dopo di che fa ruotare gli oggetti che ha in mano con rapidi movimenti circolari. Il danzatore a questo punto compie una serie di rapide piroette, salti ed evoluzioni. Fa tre giri intorno al kama, danzando per la terra, il cielo e le quattro direzioni, seguendo il ritmo brillante del flauto e del tamburo. La performance è così intensa e vigorosa che si ritiene l'esecutore posseduto dal kami. La danza si conclude col danzatore di nuovo di fronte al kama: rivolto verso ovest, egli si inchina nelle quattro direzioni, compie un giro intorno al kama e sempre a grandi passi torna nel kanbeya. Il secondo e il terzo danzatore reggono rispettivamente: un ramo di sakaki e dei campanelli, e uno strumento di bambù e sempre campanelli. Si tratta della prima danza popolare e contrasta molto con la sobrietà del cerimoniale eseguito dallo hanadaiyu e dai myoudo. Gli spettatori, dopo le solenni invocazioni dello hanadaiyu, le graziose danze del negi e dei myoudo e il ritmo estatico dello ichi no mai, sono bene calati nell'atmosfera della celebrazione danzata. Per molte ore continuano danze dal ritmo frenetico, che si protraggono ben oltre la mezzanotte, fino a quando ha inizio la prima delle danze mascherate, verso le quattro del mattino. Per prima viene eseguito da due danzatori muniti di ventaglio e campanelli lo jigatame no mai. Vestiti come i danzatori dello ichi no mai, eseguono una danza simile al ritmo ripetitivo del tamburo che varia ogni tre battute da un tempo di tre battiti a uno di quattro. Per la lunghezza delle danze i musicisti si alternano ora suonando il tamburo ora il flauto. I primi danzatori entrano con ventaglio e campanelli, il secondo gruppo è dotato di spada di legno e campanelli, gli ultimi hanno spade di metallo e sempre campanelli. Ogni danza dura più o meno mezz'ora, perciò la durata totale della performance è di un'ora, un'ora e mezza. Proprio durante lo jigatame no mai fanno la loro apparizione nel maidou alcuni spettatori. Il loro entusiasmo non fa che aumentare il ritmo delle danze, senza però sconvolgerlo completamente. La partecipazione entusiasta degli spettatori, in genere solo uomini, è uno degli aspetti più significativi dello hanamatsuri. Questi spettatori che prendono parte attiva vengono chiamati seito, e in genere provengono dai paesi limitrofi in cui le celebrazioni dello hanamatsuri verranno organizzate in altre date. Verso le undici del mattino del terzo giorno hanno inizio le danze dei bambini, dette hana no mai. Tre bambini vengono condotti nel maidou da danzatori più anziani. L'età dei bambini è fra i quattro e i dieci anni; vestono haori e hakama rossi e fasce bianche in testa. Portano nella mano destra il loro copricapo e nella sinistra hanno dei campanelli. Il bambini danzano con movimenti oscillatori, e all'improvviso saltano vigorosamente da un lato. Alcuni seito ondeggiano intorno ai bambini che però non si lasciano distogliere dal loro percorso intorno al kama; se i bambini vacillano, cadono o perdono il ritmo gli adulti, compreso uno dei myoudo, li aiutano. Nel frattempo agli spettatori che assistono seduti sui tatami o che stanno fuori dal maidou vengono serviti del sake e cibi locali. Questi spettatori vengono invitati ad entrare e a raggiungere i seito. Quando i tre bambini hanno terminato la prima sequenza della loro performance, vengono posti loro in testa i copricapo e ricominciano la danza. A seguire quattro uomini danzano indossando uno haori leggermente diverso da quello indossato durante lo ichi no mai, anche se hanno in mano ventagli e campanelli. Si tratta di un interludio danzato in onore del Corpo dei Vigili del Fuoco locale detto ichiriki no mai. Questo tipo di danze dedicate a un'organizzazione locale o a una persona eminente o agli organizzatori sono ormai sono pienamente integrate alle danze dello hanamatsuri. Con ciò le danze non in maschera si protraggono oltre la mezzanotte. Altri due gruppi di bambini degli hana no mai con vassoi e campanelli vengono accompagnati sul palco. A questo seguono due danze dedicatorie, un terzo gruppo di bambini con offerte di sake e campanelli che ballano, ed infine una serie di quattro danze dedicatorie durante le quali vengono offerti vari strumenti rituali. Verso le quattro e mezzo del mattino il numero degli spettatori è calato, chi rimane assiste alle performance, danza oppure dorme. Improvvisamente dal kanbeya escono i primi danzatori in maschera, un gruppo di demoni (oni (10)) dal naso lungo. Gli oni sono vestiti in rosso con uno zucchetto bianco sotto la maschera. Sulla schiena hanno delle matasse ingarbugliate di tessuto rosso. Maneggiano un'alabarda che fanno ondeggiare con movimenti in orizzontale, mentre saltano intorno al kama al ritmo dei tamburi e dei flauti, che però ora suonano in tono minore. Mentre l'attenzione degli spettatori è risvegliata da questa nuova danza, fa la sua entrata un altro demone completamente vestito di verde. Si tratta del capo degli oni dal lungo naso, lo yamawatari oni (demone taglia-montagna). La sua presenza scatena il canto vigoroso dei seito (11). Lo yamawatari è il demone delle montagne che taglierà la montagna del kama aiutato dai suoi assistenti. Questo segna l'inizio del diffondersi del potere purificatore dello yudate che trasformerà i demoni mascherati. La sola presenza della maschera dello yamawatari, che misura ben 45 centimetri, incute timore. Vista la grandezza della maschera, il myoudo che ne ricopre il ruolo segue la fiammella di una candela che gli viene posta innanzi per guidarlo nei suoi movimenti. Impugna una alabarda nera, ha legato al fianco un ventaglio e dei campanelli legati alla schiena. Il colore bruno-rossastro della maschera è leggermente più scuro del rosso del costume. Con movimenti solenni va a mettersi sul tappeto di fronte alla bocca del fuoco del kama. Assume una posa drammatica, mie, con la base dell'alabarda appoggiata a terra fra i piedi e la lama leggermente inclinata da un lato all'altezza del braccio; stende il braccio libero in avanti, lo ritrae lentamente al fianco e rimane così immobile. I suoi assistenti si girano nella stessa direzione e lo imitano. Quattro portatori di torce entrano nel maidou e si dispongono fra i demoni mascherati. Lo yamawatari gira intorno al kama, fermandosi su ognuno dei tre lati assume la medesima posa drammatica, e torna infine al punto di partenza. Quindi lo yamawatari oni insieme ai suoi assistenti comincia la danza del taglio della montagna, durante la quale mettono il piede destro sul kama e fingono di colpirlo, senza realmente toccarlo. Il tutto viene ripetuto nelle quattro direzioni, finché lo yamawatari non torna sullo stuoino da cui il giro è partito, dove la sua alabarda (hoko) nera è cambiata con una bianca. A questo punto lo yamawatari esegue una breve danza, dopo di che lascia il maidou con aria visibilmente affaticata. Gli oni dal lungo naso continuano una sorta di danza estenuante in cui roteano le loro alabarde per almeno un'ora. Dopo una breve pausa, tre ragazzi, indossando uno haori nero con disegni di crisantemo, escono dal kanbeya danzando il mitsu mai. Oltre ai campanelli hanno anche una spada in legno con gohei all'estremità. La danza è caratterizzata da elaborate evoluzioni con la spada eseguite seguendo le indicazioni dello hanadaiyu che nel frattempo suona il tamburo. Il mistu mai è eseguito da tre diversi gruppi di ragazzi: il primo gruppo è dotato di spade di legno, il secondo porta spade di metallo, il terzo di nuovo spade in legno con campanelli. Nelle primissime ore del mattino, quando è ancora buio, viene eseguita la danza del personaggio mascherato più temibile, il sakaki oni. Un oni che fa da assistente, con una maschera demoniaca di 30 centimetri, fa il suo ingresso portando un'alabarda in legno. La sua performance è simile a quella degli oni dal lungo naso. Appare un secondo demone, subito seguito da un terzo oni rosso, e i due si uniscono alla danza. I tre saltano a turno seguendo il ritmo delle urla dei seito. L'arrivo del sakaki oni zittisce il pubblico. Si tratta di un personaggio vistoso: la maschera misura 55 centimetri, impugna un'alabarda nera e indossa un costume scarlatto con appese pezze di tela tubolari. Il sakaki oni si distingue sia per la maschera dotata di due corna, sia per il rametto verde brillante di sakaki appeso al fianco che sta a rappresentare il dio della montagna. Ha anche un ventaglio, legato accanto al sakaki e dei campanelli nelle strisce di tela del costume. Si crede che il danzatore che ha questo ruolo, una volta completato il rito di purificazione e indossato il costume, sia posseduto dallo spirito dell'oni. Considerate le dimensioni della maschera, è necessario che il danzatore venga guidato da una candela. Per prima cosa si dirige verso il kanza, dove saluta i kami, poi si posiziona di fronte allo stuoino di fronte al kama, assumendo la stessa posa drammatica dello yamawatari oni. Il sakaki oni, imitato dai suoi assistenti, si inchina nelle quattro direzioni e dà inizio al rito del "taglio della montagna", con cui simbolicamente viene rilasciato il vapore purificante contenuto nel kama (uguale "montagna"). Quando il sakaki oni torna sullo stuoino, un negi gli si avvicina e lo colpisce sulle spalle con un ramo di sakaki. Ha inizio il mondou o "dialogo", durante il quale i due strattonano il ramo posto fra loro. Dopo averlo colpito, il negi chiede al sakaki oni di raccontare la sua storia. Quindi il negi tira il ramo nel kanza e il sakaki oni batte due volte i piedi a terra al ritmo del tamburo. Battere i piedi violentemente a terra serve a scacciare le forze malevole che potrebbero compromettere il raccolto. Dopo aver cambiato la sua alabarda nera con una bianca, il sakaki oni conclude la performance con una breve danza. I suoi assistenti escono di scena dopo una lunga ed estenuante serie di giri intorno al kama. Quasi subito, ai primi accenni dell'alba, un gruppo di danzatori mascherati entrano nel maidou. Senza aver concordato in precedenza i movimenti, questi otsurihiyara (12) si trascinano qua e là, ed escono dal maidou. Ci sono due danzatori, detti hyottoko, che indossano uno haori nero e portano bastoni spalmati di miso (pasta di soia fermentata), e due danzatrici, dette okame; i quattro formano il gruppo di buffoni sacri chiamati doukesha. Indossano vesti cenciose e portano mestoli per il riso con del riso appiccicato sopra. Una volta fuori dal maidou, cominciano ad infastidire tutti quelli che incontrano, imbrattando il viso delle loro vittime con i bastoni sporchi, assicurando loro così cibo abbondante per l'anno a venire. Prima che i doukesha tornino nel maidou, fanno la sua apparizione una miko mascherata, condotta a lume di candela e con in mano un ventaglio e i soliti campanelli. Vestita di rosso con uno scialle nero, esegue una danza composta, fatta di movenze e gesti misurati, in netto contrasto con quella dei buffoni. Il negi la coinvolge in un mondou, durante il quale la miko racconta la sua storia. Prima del ritorno dei doukesha, la danzatrice è già nel kanbeya. I buffoni cominciano una danza vorticosa con ventagli e campanelli, detta iwato no mai (13). Quando i seito si avvicinano ai danzatori mascherati, i doukesha cominciano ad infastidirli con i loro bastoni impiastricciati. Poi lasciano il maidou cercando di lasciare quante più facce "baciate dalla fortuna" possibile. Continuano le danze con la performance di un danzatore in maschera, lo hino negi, con campanelli nella mano destra e gohei dai cinque colori nella sinistra. Si dirige con passi energici vicino al tamburo e danza nelle cinque direzioni. Il leader dei myoudo, il negi, ingaggia un dialogo con lo hino negi. A seguire queste danze in maschera è una serie di danze senza maschera chiamate yotsu mai. Si tratta di performance di discreta lunghezza eseguite da un gruppo di quattro uomini che tengono in mano, in successione, ventagli, spade di legno, spade di metallo e di nuovo spade lignee. I caratteri distintivi di queste danze sono gli schemi di danza in quadrato e il maneggiamento delle spade sopra il kama e sopra la testa. Gli yotsu mai si protraggono per due ore, fin nel tardo mattino. Verso mezzogiorno entra in scena il danzatore mascherato da okina (14). Si tratta di un personaggio dalla veneranda età, come dimostrano le sopracciglia bianche, sul nero della maschera, e il sorriso bonario circondato da mille rughe. L'okina ha dei campanelli nella mano destra, mentre nella sinistra stringe dei gohei particolari di cinque colori, a forma umana (hitokatabei). L'okina durante il dialogo (mondou) con il negi racconta la sua storia: arriva da molto lontano e, dopo molto peregrinare, ha trovato la sua strada. Gli spettatori guardano fiduciosi a questo personaggio che si ritiene possa portare buona fortuna alla comunità. Terminato il dialogo, l'okina danza intorno al kama con il flauto e il tamburo. Intanto il numero degli spettatori cresce in attesa dei riti di purificazione. La danza dello yubayashi, che culmina nella purificazione con l'acqua bollente, comincia con l'entrata di quattro giovani nel maidou. Portano fasci di paglia di riso (yutabusa) in entrambe le mani e sono a piedi scalzi. La loro è una danza energica in cui agitano lo yutabusa sopra le loro teste mentre fanno il giro del maidou. Anche i seito partecipano, imitando le movenze dei danzatori, e le danze proseguono in un crescendo per un'ora. Improvvisamente, il leader del gruppo immerge il proprio yutabusa nel calderone interno al kama e spruzza acqua bollente in ogni direzione. Gli altri danzatori fanno lo stesso. L'acqua del rito dello yudate è considerata purificatrice e foriera di buona salute. Lo stato del maidou dopo lo yubayashi contrasta profondamente con l’ordine che vi regnava durante le cerimonie di apertura del matsuri. A questo punto entra lo asa oni, preceduto dai suoi assistenti. Il costume e i passi di danza di questi oni sono molto simili a quelli dei demoni apparsi in precedenza. Lo asa oni si distinge dai precedenti per la maschera e per la sua lunga mazza. Danza nel maidou, mette un piede nel kama e, dopo aver agitato la sua mazza nel bel mezzo dello yubuta, fa cadere il byakke. Questo cesto colmo di ritagli di carta contiene i simboli della prosperità cui anela l'intera comunità. Gli spettatori infatti fanno ressa cercando di raccogliere ciò che possono, mentre i demoni portano a termine la loro performance ed escono. La danza finale tenuta nell'area del maidou è quella dello shishi, il “leone”, tradizionalmente associata ai riti di purificazione. Per prima cosa un giovane, indossando una maschera da okame e con un rametto di sakaki nella mano sinistra, entra nel maidou e saluta lo shishi. Sono necessarie due persone per impersonare lo shishi: una che manipola la maschera e l'altra che muove il resto del corpo. Lo shishi ha uno yutabusa in bocca e, dopo aver girato intorno al kama, lo immerge nell'acqua ed esegue una danza purificatoria (15) agitando il fascio di paglia bagnata sul maidou. L'alternarsi di maschere serie e facete conclude le danze popolari. Lo hanamatsuri si conclude con una serie di rituali religiosi. Il rituale dello hina oroshi comprende due attività che pongono fine alle celebrazioni pubbliche e nello stesso tempo continuano ad assicurare la buona fortuna alla comunità in festa. Per prima cosa infatti lo yubuta viene abbassato e gli hina gohei (sono figure umane in carta) che contiene vengono distribuiti alla gente. Quindi lo hanadaiyu purifica una grande spada per scacciare eventuali spiriti che ancora si nascondono ai margini del villaggio. E' il rito dello gedobarai che continua in altre zone del villaggio anche con l'aiuto del myoudo. Una volta riunitisi, gli officianti raccolgono gli strumenti rituali dal kanbeya e si dirigono verso lo ujigami karimiya fuori dal maidou. In un rito chiamato miya watari, l'omikoshi viene riportato nel santuario locale. E' il segnale che lo hanamatsuri è pubblicamente concluso. Ritornati al maidou, lo hanadaiyu e i myoudo cominciano l'offerta dei cinque cereali, o gokoku matsuri. Nell'area del kanza viene posta un'asse sopra un tamburo verticale su cui sono stati messi pezzi di carta con frumento, riso, grano, miglio e orzo. Lo hanadaiyu e i myoudo cominciano a tirare i semi capovolgendo i pezzi di carta. Quindi eseguono il dai shogun kaeri asobi, prendendo i fogli di carta, facendoli ondeggiare con grazia e infine facendoli volare. L'offerta dei cereali e della carta simboleggia il congedo alle divinità. A conclusione del rito, hanadaiyu e myoudo tornano presso il kamidana del kanbeya, dove intonano il kojin yasume, per quietare gli dei del kama. A Shimoawashiro, la cerimonia di chiusura viene chiamata shizume no mai o "danza della Pacificazione". Lo hanadaiyu, i myoudo e altri partecipanti si radunano nel kanbeya, purificano la grande spada e pregano sulle maschere del matsuri. Portando spade, battono i piedi a terra in modo da formare nove caratteri esoterici. Quindi con le mani compongono le nove mudra e pronunciano formule incantatorie nelle cinque direzioni. Il rituale si conclude all'esterno con la purificazione dei kami che si congedano, una cerimonia del tutto simile a quella che si tiene in occasione della partenza degli antenati durante la festa dell'obon (16). Quanto descritto dà un'idea di massima della sequenza di eventi che si susseguono durante uno hanamatsuri. Variazioni non sono solo possibili, ma consuete per i furikusa matsuri. L'alternarsi di riti e danze sacre e profane testimonia il compenetrarsi di due sfere, quella mondana e quella soprannaturale, facendo così dello hanamatsuri un rituale atto a perpetuare la vita degli antenati e ad assicurare l'abbondanza del raccolto e il mantenimento della buona salute. Il matsuri dimostra così l'intrecciarsi di interessi materiali e oltremondani. La purificazione riguarda tanto gli oni, che sono forse da considerarsi degli antenati inquieti (17), quanto i membri della comunità, suolo compreso. Lo hanamatsuri è un rituale che sembra riflettere un impulso fondamentale dello spirito umano: quello di assicurarsi continuità dopo la morte e benessere per il presente e l'immediato futuro. 1. Vedi a proposito l’aticolo di E.I. GILDAY, Dancing with Spirits. Another View of the Other Japan, in “History of Religion”, XXXII/3, 1993, pp. 273-300. 2. F. HOFF, Song, Dance, Storytelling..., op. cit., p. 160. 3. A parte il Kojiki, il Nihongi e il Kujiki, troviamo descrizioni interessanti in molti altri documenti quali ad esempio il Kounin jingishiki (“Raccolta dei riti del Ministero dei culti durante l’era Kounin”, 810-823), lo Jougan gishiki (“Raccolta dei riti dell’era Jougan”, 859-876), lo Engishiki (“Raccolta dei riti dell’era Engi”, 901-922), lo Hokusanshou (“Racconti della montana del nord” di Fujiwara no Kimito, 966-1041), il Koukeshidai (attribuito a Öe no Masafusa, morto nel 1111 all’età di 71 anni), il Nenchuugyoujisho (“Note private sulle cerimonie annuali”, compilato fra il 1293 e il 1328), il Miyaji hijikoden (opera compilata nel 1362). 4. La descrizione è fornita da John e Mary Evelyn GRIM, Viewing the Hana matsuri at Shimoawashiro, Aichi prefecture, in “Asian Folklore Studies”, XLI/2, 1982, pp. 163-185. 5. Lo yubuta è una sorta di simbolo cosmico. Ha una duplice funzione: funge sia da temporanea residenza della moltitudine di kami invocati, sia da ricettacolo di doni che verranno successivamente distribuiti dai partecipanti in segno di benedizione. Inoltre è legato allo spazio sacro del maidou attraverso il kami michi e i pilastri di sakaki posti nelle quattro direzioni. 6. Il byakke è conosciuto in alcuni luoghi come bantegai, o “volta di bandiere”. E’ strettamente correlato alle decorazioni usate dagli yamabushi durante le loro cerimonie di iniziazione dello shokanjou. Le tradizionali pratiche sincretiche degli “asceti della montagna” hanno avuto un’influenza notevole sulla formazione e lo sviluppo degli hanamatsuri. 7. Le invocazioni sono rivolte a divinità del cielo e della terra, numi tutelari, divinità delle cinque direzioni e dei di tutto il Giappone. 8. Sul valore delle offerte di cibo, vedi I. AUERBUCH, Yamabushi Kagura..., cit., pp. 226-228; M. RAVERI, Itinerari nel sacro, Venezia, Casa Editrice Cafoscarina, Cà Foscari, pp. 86-88; E. MORIARTY, The Communitarian Aspect of Shintou Matsuri, in “Asian Folklore Studies”, XXXV/1, 1976, pp. 135-137. 9. Per tradizione l’assistente era il padrone della casa in cui si svolgeva il matsuri. 10. Il termine oni, tradotto generalmente con “demone”, in realtà esprime un ben più vasto insieme di creature e manifestazioni soprannaturali. Si tratta di umani, sub-umani, esseri dai contorni incerti. Ogni creatura strana può essere chiamata oni, come dimostra il caso del marinaio straniero dai capelli rossi che fece naufragio sulle coste giapponesi nel XIV secolo. 11. Una traduzione sommaria del canto recita così: “Momotarousan, Momotarousan, dammi i tuoi kibi dango (sono dei dolcetti tipici) che tieni ai tuoi fianchi”. 12. Si tratta di maschere buffe che rappresentano personaggi grotteschi. Troviamo le okame, figure femminili balle guance paffute e la bocca piccola, associate alla fertilità (appaiono spesso incinta) e alla buona sorte; gli hyottoko, figure maschili dal viso distorto; compaiono talvolta anche le kitsune (personificazione della volpe, animale dai poteri magici, in grado di trasformarsi in donna allo scopo di ingannare i malcapitati esseri umani). Si tratta insomma di figure burlesche che oltre ad avere la funzione ovvia di divertire il pubblico, rappresentano le varie tipologie umane, riproponendo modelli sociali e scene di vita comunitaria. Durante le loro scenette coinvolgono gli spettatori imbrattandoli di miso, in segno di buon augurio. Vedi M. J. PICONE, Le maschere nelle rappresentazioni rituali: dal gigaku al daikagura, in “Atti del III Convegno di Gargonza”, 1979, pp. 157-166. 13. E’ evidente il collegamento con il mito dell’iwatobiraki, in cui la dea Ame no Uzume esegue la sua danza licenziosa atta a scatenare il riso degli dei. La iwato no mai, insieme ad altri elementi dello hanamatsuri, come (continua) l’acqua bollente per purificare (yudate) e la danza mikagura, suggerisce che lo hanamatsuri si sia potuto sviluppare in seguito al proliferare di nuove danze kagura. 14. Si pensa che l’okina derivi dal ta aruji che rappresenta nei ta ami (i primi dengaku) l’ujigami. Si tratta comunque di una figura alquanto complessa, che nel corso della storia ha cambiato di significato. La maschera rappresenta un vecchio dalla barba bianca, quasi sicuramente un antenato. Come il taikofu e il taikoji del gigaku è una figura benevola, a volte considerata con affettuosa comicità, ma a tratti misterioso. Vedi M. J. PICONE, Le maschere nelle rappresentazioni rituali..., cit., pp. 158-159. 15. Tale azione purificatoria è particolarmente sentita nei daikagura della zona di Tokyo, vedi SATOU Takeshi, Minzoku geinou (furusato to Tokyo) 2, Tokyo, Asabunsha, 1994, pp. 87-103. 16. Sulla somiglianza fra obon e celebrazioni di fine anno, vedi M. RAVERI, Itinerari nel sacro, cit., p. 159; YANAGITA Kunio, About the Ancestor. The Japanese Family System, Tokyo, Japanese Society for the Promotion of Science, 1970 (I ed. Senso no hanashi, Tokyo, Chikuma shobou), 1946, pp. 117-120. 17. E.I. GILDAY, Dancing with Spirits..., cit., p. 286.