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Il significato religioso della danza nei daikagura
Introduzione

Io crederei solo ad un dio che sapesse danzare. E quando vidi il mio diavolo, lo trovai serio, esatto, profondo e solenne. Era lo spirito della gravità, per lui precipitano tutte le cose: non si uccide con l'ira, ma con il sorriso. Su, uccidiamo lo spirito di gravità! Ora sono leggero, ora volo, ora mi vedo sotto di me, ora è un dio che si serve di me per danzare. Così parlò Zarathustra."(1)

La danza nell'Occidente moderno(2) ha sempre sofferto di un pregiudizio: quello religioso (cristiano), che la vedeva indissolubilmente legata al corpo e per questo fonte di peccato. Troppo vicina alle pratiche del culto pagano(3), non era certo uno strumento degno ai fini della glorificazione divina.
In particolare, il processo di "messa al bando" come pratica religiosa culmina nei XV e XVII, periodo in cui la modernità vede la luce, in cui "l'originalità rispetto a passato sta in nuovi strumenti psicologici, politici, giudiziari, culturali, di penetrazione nel corpo sociale, ma le cui radici affondano saldamente nella tradizione platonico-cristiana"(4).
Si tratta di un periodo in cui emerge lucida la volontà di separare la danza dal mondo simbolico e di farla rientrare in uno schema binario di contrapposizioni: bene/male, sacro/profano, anima/corpo. La danza viene definitivamente allontanata dal "gioco dell'ambivalenza", ovvero da "quell'apertura di senso che, vedendo prima della decisione dei significati, li può mettere tutti in gioco con il corredo delle loro iscrizioni in quell'operazione simbolica in cui il sapere perde la sua presa, perché la delimitazione dei campi in cui da sempre si è esercitato si è simbolicamente confusa"(5).
Se con "primitivo" non intendiamo esprimere una fase evolutiva dello spirito umano (e quindi non intendiamo esprimere un giudizio sprezzante), ma una struttura realizzata nell'oggi come nel passato più remoto(6), allora ci accorgeremo che la danza, all'interno di una cultura definita "primitiva", è la libera espressione di una propria identità polisemica, espressione che "vive il corpo come apertura al mondo"(7).
Nel momento in cui i simboli non sono rimando a cose nascoste, ma endiadi, "fusione di identità", è più facile cogliere come contigue le dimensioni del sacro e della danza ad esso legata. Una volta allontanati la danza e il corpo dal sacro, è necessario ricollocarli, ridefinirli, ripulirli. Ne esce così una danza ridotta a gesto "addomesticato", un corpo ridotto a superficie, "il più chiuso, il più liscio possibile, senza pecche, senza orifizi, senza difetti"(8), mero ricettacolo di un'anima pura.
Nelle culture in cui il corpo non è visto in antitesi all'anima, ben altro ruolo spetta alla danza. Sono gli dei i depositari di quest'arte, di questa forma di comunicazione(9). In numerose tradizioni culturali la danza è un dono degli dei all'uomo. La danza è il movimento, il movimento è vita. E il corpo è al centro della danza, più precisamente è la danza stessa. Danzare è un tutt'uno con la vita, con il culto degli dei, con la preghiera. Gli dei danzano, come gli astri nel cielo, e l'uomo danzando imita gli dei, se li grazia. danzare significa allora prendere parte al governo divino dell'ordine cosmico. La danza è un movimento enfatizzato ed enfatico, una forma di comunicazione peculiare che irradia dal corpo, un piano spazio-temporale che trascende, ma non prescinde, la quotidiana e comune realtà spazio-temporale.
E un posto particolare occupa la danza nella tradizionale religioso-culturale del Giappone. La danza eseguita dalla dea Ame no Uzume, per convincere la dea del sole Amaterasu ad uscire dal suo ritiro forzato, è all'origine della danza kagura. Il popolo giapponese ha un rapporto particolare con la danza. Sebbene il significato religioso delle danze giapponesi sia andato pian piano scemando nel corso dei secoli, fino a farne quasi del tutto una forma di puro intrattenimento, resta tuttavia la sensazione che si tratti di qualcosa di più di uno spettacolo. La società rurale, in particolare, più di quella delle grandi città, partecipa ancora con zelo agli appuntamenti annuali, e si tratta di uno zelo proprio di chi sta avvicinandosi, non semplicemente ad una manifestazione artistica, ma ad una celebrazione religiosa.
La danza è congiunzione, connessione, l'atto che crea relazione, l'atto che ha come ricettacolo e come irradiatore d'energie il corpo. Per tornare a Nietzsche:

Danziamo fra santi e sgualdrine
Tra Dio e il mondo, la danza!"(10)

Note

1. Nietzsche, F. 1968. Così parlò Zarathustra. Fabbri Editori, Milano, p. 51.
2. Andreella, F. 1994. Il corpo sospeso. Il Cardo/Saggio, Venezia. In particolare il capitolo "David versus Salomè", pp. 21-35.
3. Bourcier, P. 1989. Danser devant les dieux: la notion du divin dans l'orchestique. Chiron, Paris. In particolare il capitolo 9, "Danser a contre-dieu", pp. 347-394.
4. Andreella, F. Il corpo sospeso, cit., p. 15.
5. Galimberti, U. 1983. Il corpo. Feltrinelli, Milano, p. 15.
6. Van Der Leeuw, G. Sacred and Profane Beauty. The Holy in Art, p. 7.
7. Andreella, F. Il corpo sospeso, cit., p. 16.
8. Baudrillard, J. 1990. Lo scambio simbolico e la morte. Milano, p. 117.
9. Vedi in proposito Shawn, T. 1929. Gods Who Dance. E. P. Dutton & Co. Inc., New York, pp. 4-7.
10. Nietzsche, F. La gaia scienza, trad. ital. a cura di G. Colli e M. Montinari, Milano, 1984, p. 275.
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