Capitolo secondo: UN LABIRINTO DI NOMI Fra le tante bizzarrie del nostro artista, nessuno manca di menzionare la sua particolare mania di cambiare nome ogni qualvolta il suo percorso artistico giungeva ad una svolta. Cambiare nome nel Giappone dell'epoca non era un fatto così straordinario: era anzi consuetudine farlo in concomitanza con avvenimenti che avevano come conseguenza dei mutamenti profondi nella propria vita, per sottolinearne l'importanza ed anche come simbolo di buon auspicio. Il primo cambiamento di nome segnava il passaggio dall'adolescenza all'età adulta; un'altra occasione poteva essere costituita dall'avvio di un'attività professionale; l'ultimo cambiamento avveniva post-mortem, e fungeva da epitaffio per rendere al defunto l'ultimo omaggio. La particolarità del nostro artista fu dunque quella di "abusare" di questa pratica. Infatti, se i cambiamenti di nome da lui ufficialmente annunciati sono cinque e sono quelli che indicano i mutamenti più importanti nella sua vita artistica, considerando tutti gli pseudonimi usati occasionalmente e tutte le possibili combinazioni e varianti, arriviamo a contare circa un centinaio di nomi diversi con cui Hokusai ha firmato le sue opere. Indipendentemente dalle motivazioni che possono giustificarlo o perlomeno spiegarlo, c'è da considerare che questo suo vezzo non mancò di creargli problemi. Hokusai trascurava infatti le esigenze pratiche di un artista commerciale, cioè un nome affermato ed uno stile riconoscibile a cui il pubblico si affezionasse: possiamo facilmente immaginare quale fosse l'opinione in merito dei suoi editori! Il Maestro non se ne curava perché era convinto che il suo stile fosse comunque inconfondibile, indipendentemente dal nome che lo accompagnava; il pubblico però non era fatto solo di esperti e la differenza dei nomi finiva col disorientarlo. A complicare ulteriormente la situazione c'era il fatto che i nomi abbandonati (con i relativi sigilli che erano una sorta di garanzia di autenticità) venivano di volta in volta venduti ad altri artisti, che da quel momento potevano usarli per firmare le proprie opere. Questa compravendita che a noi appare una vera e propria frode, in Giappone non era illegale, ma di sicuro chi si appropriava del nome di un collega famoso lo faceva con l'intento di sfruttare, almeno inizialmente, la confusione del pubblico. Ma anche questo era un problema che Hokusai non si poneva. Il nome di Hokusai bambino era Tokitaro (Toki significa drago, Taro significa primo, presumibilmente allude al fatto che il bimbo era il primogenito), che all'inizio dell'adolescenza fu mutato in Tetsuzo. Come già accennato, nel momento in cui entrò a far parte dello studio di Shunsho assunse lo pseudonimo di Katsukawa Shunro: Katsukawa non era altro che il nome della scuola, mentre Shunro ("brillantezza della primavera") deriva chiaramente dal nome del maestro Shunsho ("splendore della primavera") ed era un po' come un omaggio che questi conferiva ai suoi discepoli più dotati. Anche il successivo Sori non fu un nome adottato "spontaneamente". Hokusai si ritrovò infatti a prendere le redini dell'atelier Tawaraya, un prestigioso studio che in quel momento versava in cattive acque, ed assunse il nome di Sori dall'ultimo artista che ne era stato a capo, divenendo in effetti Sori II. Questi primi cambiamenti di nome rientrano quindi pienamente nelle usanze dell'antico Giappone; solo da questo momento in poi i vari pseudonimi assunti dal Maestro diventano significativi. Al di là del fatto che aiutano i critici ad orientarsi nella multiforme produzione di questo artista prolifico, i vari noms d'artiste di volta in volta scelti da Hokusai possono aiutarci a mettere a fuoco alcuni aspetti della sua controversa personalità. Ad esempio, quando ancora si trovava presso la scuola Katsukawa, Hokusai usò talvolta lo pseudonimo alternativo di Gumbatei in stampe dal tratto più rozzo e vigoroso, meno rifinite di quelle firmate Shunro. Il perché di questa scelta non è certo; evidentemente Hokusai sentiva il bisogno di andare oltre le scelte stilistiche imposte dal gruppo di appartenenza, ma queste sue sperimentazioni con tutta probabilità non erano ben viste e rischiavano di essere censurate da Shunsho. L'ipotesi più probabile è dunque che se desiderava sperimentare qualcosa di diverso, Hokusai doveva farlo senza rischiare di compromettere il nome della scuola. Quando invece abbandonò definitivamente l'atelier Katsukawa, per un breve periodo usò lo pseudonimo Kusamura, che significa "cespuglio arruffato"...Evidentemente era un periodo piuttosto confuso, o forse Hokusai voleva proprio alludere al fatto che da quel momento in poi non avrebbe più seguito nessun tipo di insegnamento e sarebbe quindi stato libero di gestire il proprio lavoro, anche combinando una accozzaglia di stili diversi, se gli andava1. Hokusai Il nome con cui il Maestro passerà ai posteri compare per la prima volta alla fine del 1796, per poi essere usato fino al 1819 - un periodo relativamente lungo. Da notare che, per evitare di disorientare il pubblico che ormai lo conosceva come Sori, Hokusai dovette per un certo periodo usare entrambi i nomi, quindi troviamo opere firmate "Hokusai-Sori", "Sori cambiato in Hokusai" ed "Hokusai già Sori". Il significato del nome è letteralmente "studio settentrionale", abbreviazione di Hokutosai, ovvero "studio della stella settentrionale (=Polare)". Questa scelta deriva dal fervente credo dell'artista in San Myoken, divinità che rappresenta l'incarnazione di Hokushin, la Stella Polare, "occhio lucente di tutti gli Dei". Quello che viene sottolineato da tutti i suoi biografi è che la scelta della Stella Polare come nume tutelare si presta ad un preciso simbolismo: Hokusai poneva come meta del suo studio un oggetto irraggiungibile, dunque affermava che la sua ricerca era destinata a non avere mai fine. Il nome perciò viene associato ad una di quelle caratteristiche che sono considerate salienti della personalità dell'artista: la sua costante insoddisfazione. Non è mia intenzione mettere in dubbio il fatto che Hokusai fu uno sperimentatore infaticabile, che in lui ci fosse sempre una spinta a non fermarsi ai risultati raggiunti, ad andare oltre, ad esplorare nuove risorse artistiche...ed è certo che c'era qualcosa di "maniacale" in questo suo atteggiamento... Ma il mio parere è che questo tratto in particolare della personalità dell'artista fu tra quelli più mitizzati per aumentarne il "fascino malato". Più precisamente si è dato per scontato il fatto che insoddisfazione fosse sinonimo di frustrazione e fosse dunque una condizione a cui si tenta di sfuggire, impresa che ad Hokusai non riuscì in tutta la sua vita. Fermiamoci invece un momento ad esaminare il particolare contesto culturale in cui Hokusai visse ed operò; proviamo a riconsiderare l'insoddisfazione cronica del Maestro alla luce di certi caratteri che sono tipici non solo di Hokusai stesso, ma dello spirito giapponese più in generale. Per chiarire quel che intendo dire dovrò fare una piccola digressione nella lingua giapponese, che per la peculiarità di certe sue costruzioni riesce talvolta a chiarire i meccanismi di pensiero che sottendono la mentalità di questo popolo. Molte espressioni idiomatiche giapponesi che hanno a che fare con emozione, temperamento o comportamento sono costruite sul concetto chiave di "Ki". Il Ki compare in tutte quelle funzioni della sfera emotiva che hanno come scopo il perseguimento del piacere, inteso come soddisfacimento dei propri bisogni; però, più che la pulsione emotiva in sé, indica piuttosto il meccanismo che la mente aziona per raggiungere il suo scopo. In alcuni casi il Ki si riferisce propriamente alla volontà ed alla capacità di giudizio. "Non essere soddisfatto" in giapponese si dice: "ki ga sumanai". Per i giapponesi questa non è affatto una condizione negativa, poiché presuppone uno scopo in funzione del quale il Ki è attivo. "L'uomo che prova "ki ga sumanai" riesce a percepire la propria attività come un insieme coerente. Cerca di soddisfare il suo Ki e si disinteressa di tutto il resto. In questo senso potrebbe essere definito un egocentrico e talvolta può mostrare un carattere difficile, ma ciò significa anche che non desidera fare affidamento sugli altri" (Doi, 1991, pag. 113). Questa definizione nel nostro caso calza a pennello. Il punto però è che l'essere un insoddisfatto, il sentirsi sempre proteso al superamento dei propri limiti, non rientra fra le caratteristiche che fanno di Hokusai un eccentrico, al contrario, è un atteggiamento tipicamente giapponese. Pensiamo anche alla proverbiale operosità dei giapponesi: è essenziale per loro giungere alla fine della giornata con la consapevolezza di aver dato il massimo, di aver sfruttato appieno le proprie potenzialità. Ad un occidentale saltano immediatamente agli occhi i rischi impliciti in una simile filosofia di vita, che ha tutti i presupposti per trasformarsi in una condizione patologica; ciò non è altrettanto evidente per chi è sempre stato educato con questo sistema. Alla fine di questo discorso cosa dobbiamo dedurre di quest'uomo che si poneva come obbiettivo lo "studio della Stella Polare"? In primo luogo che era perfettamente conscio della propria insoddisfazione, che anzi la professava! In secondo luogo non dobbiamo pensare che agli occhi di coloro che gli stavano attorno, dei suoi seguaci e del suo pubblico, questa sua caratteristica fosse percepita come una stravaganza o una mania. Al contrario, era motivo di orgoglio e di vanto: era indice di una mente sempre attiva e di un animo forte. Hokusai era effettivamente un egocentrico e non aveva dubbi sul proprio talento, dubito perciò che vivesse la sua insoddisfazione con sofferenza, che provasse realmente un senso di inadeguatezza. Piuttosto, di questa sua qualità egli fece una bandiera, certo del fatto che, mostrandosi ai propri ammiratori come un uomo costantemente proteso al superamento dei propri limiti, questo lo avrebbe reso ancora più grande ai loro occhi. Rileggiamo adesso la famosa dichiarazione che Hokusai lasciò, in un momento già avanzato del suo percorso artistico: "Dall'età di sei anni ho la mania di copiare la forma delle cose, e dai cinquant'anni pubblico spesso disegni; tra quel che ho raffigurato in questi settant'anni non c'è nulla degno di considerazione. A settantatre ho un po' intuito l'essenza della struttura di animali e uccelli, insetti e pesci, della vita di erbe e piante e perciò a ottantasei progredirò oltre; a novanta ne avrò approfondito ancor più il denso recondito e a cento anni avrò forse veramente raggiunto la dimensione del divino e del meraviglioso. Quando ne avrò centodieci, anche solo un punto o una linea saranno dotati di vita propria. Se posso esprimere un desiderio, prego quelli tra lor signori che godranno di lunga vita di controllare se quanto sostengo si rivelerà infondato"2. La diversa ottica di giudizio forse sminuisce il fascino di queste parole, ma d'altro canto ci restituisce anche l'immagine di un uomo meno frustrato e più consapevole. Consapevole non tanto dei propri limiti come artista, quanto dei limiti di ogni essere umano di fronte all'immensità del creato, o dei limiti dell'arte quando è costretta fra le maglie di un sistema di insegnamento che non consente all'individuo di liberare la propria creatività. Con queste parole Hokusai non ammette la propria incapacità, ma al contrario ribadisce con orgoglio quello che è stato il suo grande merito: non essersi mai accontentato di ciò che gli era stato insegnato ed aver cercato da solo la propria strada per dare un significato più intimo e profondo alla propria vita ed alla propria arte. Fusenkyo Non è fra i nomi che compaiono più spesso - viene usato per la prima volta nel 1799 e poi sporadicamente nel 1808 e dopo il 1822 - ma è certamente uno dei più significativi. "Fusenkyo" è una parola che si presta a due diversi livelli di lettura. L'interpretazione più superficiale è "indipendente dalla propria dimora"; questo è l'uso più comune del termine nella Edo di Hokusai e si armonizza perfettamente con un'altra mania tipica del nostro artista: quella di traslocare con una certa frequenza. Pare infatti che egli stesso dichiarasse ad un visitatore, l'anno prima della propria morte, di aver cambiato casa ben novantatre volte in settant'anni di carriera...a quanto pare perché trovava molto meno impegnativo traslocare, piuttosto che fare le pulizie3! Quello che qui ci interessa è però l'altro, più profondo, significato. La parola si rivela infatti una di quelle straordinarie costruzioni delle lingue orientali, che riescono a condensare più concetti: nella fattispecie un'ammonizione taoista, "vivi incontaminato dal tuo ambiente", combinata con la massima buddista "come un fiore di loto nel fango". La scelta di un nome del genere da parte di Hokusai non deve certo sorprendere. I giapponesi costruiscono tutti i propri rapporti sociali su una serie di cortesie, di obblighi, di vincoli...Ogni gesto compiuto nei confronti di un'altra persona implica da parte di chi lo ha ricevuto una risposta adeguata. In giapponese c'è una parola che in italiano non è facile tradurre correttamente: "tanin". La traduzione letterale dei caratteri cinesi che la compongono è "l'altro", "gli altri"; dovendo spiegarla verrebbero da usare i concetti di "straniero" o "estraneo", che però non sono affatto pertinenti. Tanin è una persona con cui non si hanno legami di parentela e con cui non si ha alcun tipo di rapporto; è una persona che fa parte del nostro ambiente, del nostro mondo, che però rimane nei nostri confronti del tutto indifferente4. Il rapporto che c'è fra genitori e figli è l'unico che non rientra affatto nella sfera di tanin, tutti gli altri ne sono in qualche misura coinvolti (anche marito e moglie sono tanin prima di sposarsi). "In effetti sembra esservi la tendenza, in Giappone, a considerare i rapporti genitori-figli come ideali e a far di essi la pietra di paragone per giudicare tutti gli altri" (Doi, 1991, pag. 41). E' altresì noto che la libertà individuale non è mai stato un valore profondamente radicato in Giappone e che i giapponesi hanno una mentalità di gruppo, per cui sono molto forti in quanto gruppo, ma deboli come individui. Per questo cercano di costruire legami e di cementarli con tutta una serie di obbligazioni reciproche; per lo stesso motivo temono tutto ciò che è tanin, perché nei suoi confronti non sono tutelati da alcun vincolo. Ciò che è tanin rischia di minare l'unità del gruppo dall'interno. Analizziamo in particolare la società in cui Hokusai visse. Abbiamo già constatato come la logica feudale improntasse tutti i rapporti, come questi fossero costruiti su una base di rispetto incondizionato e di servilismo. Non c'era spazio per una persona che volesse costruire da sola il proprio futuro: era considerato necessario appoggiarsi ad un gruppo, ad un'istituzione. Nello specifico, il rapporto maestro-allievo era uno di quelli che più facilmente si prestavano a modellarsi su quello ideale padre-figlio, perciò era una sorta di legame privilegiato. Il maestro accoglieva l'allievo nella sua scuola, divideva con lui la propria dimora e gli trasmetteva i segreti del suo mestiere, così come un padre li tramanda al figlio. L'allievo gli era debitore, in cambio gli doveva come minimo tutto il suo rispetto. Hokusai manifestò da subito la sua insofferenza per questo genere di soggezione; trovava assurdo il fatto di dover scegliere un solo maestro e di impostare poi il sul suo insegnamento tutta la propria carriera; rimase nello studio di Shunsho quanto bastava per acquisire le capacità necessarie per poi proseguire da solo, libero da qualsiasi tipo di condizionamento e di obbligo servile ed a sua volta non tentò mai di costituire una scuola vera e propria. I rapporti sociali convenzionali non facevano per lui, non era tipo da seguire un codice di comportamento. Non era tipo da temere ciò che era tanin, né tanto meno da temere di esser considerato tanin a sua volta. Poteva fare a meno del sostegno del gruppo perché aveva piena fiducia nelle proprie possibilità, in una parola era un individualista. Fu questo tratto del suo carattere, più di ogni altro, a rendergli la vita difficile, perché pochi dei suoi contemporanei erano in grado di comprenderlo; ad un profondo individualismo si possono far risalire molti dei comportamenti che scandalizzarono chi ebbe a che fare con lui e che infine gli valsero quella fama di "eccentrico" che lo accompagna ancor oggi. Hokusai si sentiva come un "fiore di loto nel fango" perché capiva che l'ambiente che lo circondava non era certo propizio per coltivare la propria passione...e fu giudicato un eccentrico perché fece di tutto per reagire a quello stato di cose, per riuscire almeno a non farsi piegare ed a non accettare compromessi... per rimanere "incontaminato". Sarebbe impossibile dare una spiegazione per ognuno dei i nomi usati dal Maestro, ma alcuni meritano almeno un breve accenno. Taito, per esempio (nome adottato all'incirca dal 1810 al 1820), va ricondotto, come Hokusai, al culto di San Myoken: il nome è infatti un'abbreviazione di Taihokuto, il nome di un'altra delle sette stelle dell'Orsa Minore. Un altro nome, impiegato dal 1799 fino al 1810, soprattutto nei libri, è Tokimasa: qui il riferimento astrologico è al Dragone, il segno dell'oroscopo cinese sotto il quale Hokusai nacque (infatti questo nome riecheggia quello dell'infanzia, Tokitaro). Pseudonimi meno significativi sono da considerare forse semplici fantasie passeggere; Raishin e Raito, sinonimi all'incirca di "stella lampeggiante", sembra siano stati inventati appositamente dall'artista dopo un incidente in cui fu quasi colpito da un fulmine. Quanto a Katsushika, l'altra parte del nome "ufficiale" di Hokusai, la sua origine è molto semplice: deriva dal nome antico del quartiere in cui egli nacque5. Una curiosità è che negli album di schizzi le prefazioni sono scritte da Hokusai di suo pugno, ma firmate con pseudonimi che non compaiono altrove: Kyorian Bainen e Tengudo Nettesu. Poiché questi nomi non sembrano avere alcun significato particolare, possiamo forse dedurre che il Maestro decise di scrivere da solo le prefazioni perché non riteneva nessuno in grado di comprendere e spiegare appieno le innovazioni contenute nei suoi manuali, ma siccome tale scelta poteva apparire eccessivamente presuntuosa, cercò di farsi passare per qualcun altro. Nel 1820 Hokusai compì 60 anni. Si trattava di un traguardo importante per i giapponesi, perché significava aver compiuto un ciclo zodiacale completo6. Anche Hokusai non mancò di sottolineare questo avvenimento, ma lo fece a modo suo: assumendo lo pseudonimo Iitsu, "nuovamente uno". Desiderio di rinascita, di una seconda possibilità, nome più che mai appropriato: all'età di 60 anni la mente vulcanica di Hokusai era ancora in grado di concepire qualcosa di totalmente nuovo, di sorprendente. Non potremo mai sapere se fu la paura di invecchiare a dare al nostro artista la spinta giusta, sta di fatto che fu proprio in questo momento che il suo percorso artistico fece la svolta decisiva, quella che lo avrebbe portato a toccare le vette più alte e che lo avrebbe consacrato fra gli artisti più grandi della storia dell'arte giapponese! Ma il tempo intanto passava inesorabile e anche se la mente si manteneva lucida il corpo dava i primi segni di cedimento. Nel 1835 una terribile carestia si abbatté sul paese; ci furono ripercussioni in tutti i settori ed il mercato editoriale non fu risparmiato. Hokusai aveva abbondantemente passato la settantina quando ebbe sentore che si approssimavano tempi difficili - tanto più difficili per lui che non poteva certo permettersi di passare i pochi anni che gli restavano nell'inattività. In quell'anno assunse il nom d'artiste Manji. Il significato letterale della parola è "lettere universali", ma il vero significato risiede nella sua veste grafica: la svastica buddista, il simbolo della Luce Infinita emanata dal petto del Budda del Futuro. L'anziano artista siglava le sue ultime opere con questa sorta di talismano, perché anche se la vita minacciava di porlo di fronte a nuove difficoltà, non era ancora giunto il momento di riposarsi, di gettare la spugna. Ancora una volta lo sguardo di Hokusai si volgeva al futuro7. Infine, non possiamo ignorare il prefisso "Gakyoujin", "uomo pazzo per la pittura", che a partire dal 1800 circa Hokusai cominciò ad aggiungere alla firma8. Ci troviamo qui di fronte ad una sorta di confessione: il Maestro dichiarava il suo amore incondizionato per la propria arte. Certamente erano molti gli artisti che condividevano questa sua passione, ma nessuno sentì, come lui, il bisogno di sbandierarla in modo così sfacciato! Cosa se ne può dedurre? Forse che una volta ammessa la propria "pazzia", Hokusai avrebbe avuto la coscienza a posto e non avrebbe più dovuto rendere conto a nessuno del suo operato! 1 L'elenco completo dei nomi di Hokusai si trova in appendice a Lane "Hokusai, vita ed opere" - 1991. 2 Dalla postfazione alle "Cento vedute del monte Fuji"; la frase è citata nella gran parte degli scritti che parlano di Hokusai! 3 Vedi Lane, 1997, pag. 111. 4 Nei confronti di un ihojin, "uomo di un altro paese", l'atteggiamento sarebbe totalmente opposto, perché ciò che è straniero viene di solito accolto in Giappone con interesse e curiosità, non certo con indifferenza. Doi, ibid. 5 Dobbiamo precisare che in Giappone il cognome, inteso come contrassegno dell'appartenenza a una determinata famiglia, è riservato solo ai samurai ed a persone di alto rango; termini come "Katsushika" sono da considerare alla stregua di titoli caratteristici con cui l'artista ama presentarsi al suo pubblico. Sull'argomento vedi C.J. Dunn "La vita quotidiana in Giappone al tempo dei Tokugawa" - 1999. 6 Lo zodiaco Cinese - usato anche in Giappone - comprende 12 segni, contraddistinti da altrettanti animali, combinati con cinque elementi - legno, fuoco, terra, metallo, acqua - per cui si avrà, ad esempio, l'anno della "terra e drago", poi, dodici anni dopo, l'anno del "fuoco e drago" e così via; solo sessant'anni dopo si avrà nuovamente l'anno "terra e drago". 7 Le ultime opere sono contraddistinte anche da un particolare sigillo che, si dice, Hokusai incise nel giorno del suo ottantottesimo compleanno: un simbolo Hyaku che significa "cento" ed è considerato un portafortuna per una lunga vita. Lane, 1991, pag. 272. 8 Dopo solo qualche anno la definizione muterà in "gakyouroujin", "vecchio pazzo per la pittura".