Capitolo sesto: LA LEGGENDA DI HOKUSAI Un saggio di Ernst Kris e Otto Kurz, intitolato "La leggenda dell'artista"1 si pone il problema di sciogliere l' "enigma dell'artista", ovvero di scoprire cosa alimenti quel particolare alone di mistero, quel fascino quasi magico che ha sempre circondato coloro che sono in grado di produrre opere d'arte. Gli autori partono dalla constatazione che in svariate biografie di artisti, scritte anche in luoghi lontanissimi e a distanza di secoli, ritroviamo dei topoi biografici, ovvero "dei motivi tipici, dei veri e propri leitmotiv che ricorrono con poche o nessuna variante e sono in genere relativi o alla carriera dell'artista, specialmente alla sua infanzia, o all'impressione esercitata sul pubblico dalle sue opere" (pag. 7). Di tali topoi vanno poi a ricercare l'origine storica, e scoprono che questa si perde nella notte dei tempi: da ciò deducono l'esistenza di una sorta di archetipo, di idee innate in merito al fenomeno della creatività artistica nell'uomo - prima fra tutte la credenza che chiunque sia in grado di creare un simulacro della realtà, sia dotato di una sorta di potere speciale, che può rientrare nella sfera del magico o anche in quella del divino. Contemporaneamente, però, devono constatare che i diversi modi in cui queste idee si manifestano e che l'esistenza stessa di una letteratura artistica e di biografie di artisti, sono da ricollegare agli specifici contesti storico-culturali, ovvero ai principi estetici in vigore in una determinata epoca ed al ruolo dell'artista nella società che con tali principi è direttamente connesso. Facciamo un esempio per chiarire meglio il concetto. Il principio estetico basilare nel primo rinascimento era quello della mimesi: l'arte che era in grado di imitare perfettamente la natura; in questo contesto nacque la leggenda di Giotto, pastorello sorpreso per caso da un famoso pittore (Cimabue) mentre ritraeva con grande maestria una pecora. Questo aneddoto rappresenta in realtà uno dei topoi più diffusi - gli autori citano infatti tutta una serie di racconti analoghi relativi alla vita di altri artisti (tra cui ad esempio, il pittore giapponese Maruyama Okyo, che sarebbe stato sorpreso da un samurai, mentre nel negozio del villaggio dipingeva un pino sulla carta da pacchi) - alla base del quale sta il tema centrale del talento creativo innato e dell'urgenza dell'artista di darne espressione fin dall'infanzia. Un secolo dopo circa, si diffuse una nuova concezione dell'arte, per cui il suo valore non è tanto nell'imitazione quanto nell'invenzione, nella capacità di esprimere idee; da quel momento in poi le biografie iniziarono a sottolineare la natura trascendente dell'ispirazione, ad affermare che gli artisti possiedono un dono che li rende in grado di fare quello che fanno. Due topoi apparentemente diversi, quindi, che però sottendono una medesima idea di base, ovvero che "artisti si nasce": il divino artista che possiede il dono ed il pastorello il cui talento viene scoperto quasi per caso, hanno in comune il fatto che non hanno imparato da nessuno, che la loro capacità creativa è innata e non acquisita. Questo dal punto di vista "psicologico", ma dal punto di vista "sociologico" le cose cambiano: nei rispettivi contesti i due "tipi" di artista godono di una considerazione, di un prestigio sociale ben diverso. L'uno è il rappresentante di tutti quegli artisti che, nonostante siano poi stati glorificati dai posteri, venivano considerati dai contemporanei alla stregua di artigiani, sulla base del fatto che svolgevano lavori manuali e non attività intellettuali; l'altro è il rappresentante di quegli artisti che hanno avuto la fortuna di ricevere, già ai loro tempi, onori e gloria assieme agli altri dotti, e di trattare al pari coi potenti. Sembra scontato il dover precisare che, solitamente, la "leggenda dell'artista" veniva costruita dai biografi: soprattutto nel caso dell'artista/artigiano, il processo di mitizzazione era quasi sempre "postumo". Tuttavia, la conclusione cui arrivano i due autori è che "topos biografico e vita sembrerebbero stretti l'un l'altra da un doppio legame. Da una parte, infatti, le biografie registrano eventi tipici, ma dall'altra esse plasmano con ciò stesso il destino di una particolare categoria professionale. Chi segue una vocazione è, almeno fino a un certo punto, prigioniero di questo fato o destino tipico", ed aggiungono "una circostanza, questa, che non è in nessun modo in rapporto con il pensiero cosciente dell'individuo, ma che investe direttamente la dimensione dell'inconscio" (pag. 128). Arriviamo finalmente a vedere quanto, di questo discorso, può avere attinenza con Hokusai: ebbene, non solo ci rendiamo conto che la sua intera vicenda è costruita su tutta una serie di archetipi, ma oltretutto - ed è questo che rende peculiare il suo caso - sembra essere stato egli stesso ad avere iniziato, consapevolmente, quando ancora viveva e lavorava, a costruire la propria leggenda! Ciò, probabilmente, fu reso possibile dall'esistenza di un ambiente culturale che costituiva un "osservatorio privilegiato", perché vi coesistevano entrambe le concezioni dell'arte e dell'artista. Se tutti gli artisti avessero condiviso la medesima posizione, ad Hokusai probabilmente non sarebbe nemmeno venuta l'idea di poter aspirare ad un riconoscimento diverso; invece, sia nella tradizione che, soprattutto, nella realtà di tutti i giorni, negli artisti di un'altra levatura sociale, egli trovava il modello di ciò che avrebbe voluto essere. Dunque, anche se le sue origini plebee lo relegavano al rango di "artigiano del disegno", Hokusai, ambizioso com'era, cercò, per quanto era possibile, di far somigliare la sua vita a quel modello. Il problema di fondo restava la considerazione che esistevano effettivamente forme d'arte ben diverse dalla sua - che era la più commerciale! Un obiettivo che Hokusai si pose, fu allora quello di evitare che sulla base di tali differenze si stilasse una graduatoria. Posto che, ad esempio, esistevano scuole che partivano da basi filosofico/confuciane ed aveva indubbiamente un carattere più colto, perché queste dovevano delegittimare una pittura come l'ukiyo-e, di carattere essenzialmente edonistico, e gli artisti che la praticavano? Le due cose dovevano invece coesistere, sullo stesso piano, proprio in virtù del fatto che partivano da angolazioni differenti. Ecco infatti che, nei Manga, Hokusai affermò con forza che il principio base della propria arte era quello di copiare la realtà! A ben guardare, tale principio non venne affatto confermato, anzi, fu decisamente contraddetto, dalle opere dei periodi Iitsu e Manji - "spirituali" le prime, "fantastiche" le altre. Evidentemente quel principio serviva, in quel momento ad Hokusai, a creare i presupposti perché anche l'ukiyo-e divenisse un'arte degna di considerazione, in alternativa a quella che si fondava su una base intellettuale o morale. Ma veniamo, più nello specifico, a dichiarazioni del Maestro che si ricollegano direttamente ai topoi indicati dai due autori. Partendo dalla concezione che l'arte non è altro se non mimesi, il maggior vanto per un artista è che le sue opere siano tanto perfette da essere scambiate per realtà; luogo comune è l'affermare che sono "tanto perfette da sembrare vive". Kris e Kurz sostengono che il significato recondito di questo cliché e dunque il motivo della sua straordinaria diffusione, è che "in esso si può ravvisare una eco delle più antiche leggende sull'artista mitico e la sua capacità di creare vita e movimento" (pag. 69). Dalla leggenda di Dedalo, le cui statue di notte dovevano essere legate perché non scappassero, ad aneddoti più razionali in cui il pubblico è tratto in inganno dal realismo di un dipinto, lo scopo è sempre quello di far apparire l'artista come un essere eccezionale, quasi divino nella sua capacità di creare una seconda natura. Ebbene, anche la tradizione orientale pullula di storielle del genere, ed Hokusai doveva conoscerle senz'altro; che si interrogasse o meno sulla loro origine, sicuramente doveva percepire la luce che gettavano sui personaggi celebrati. E' dunque facile immaginare che Hokusai aspirasse a mettersi sul loro stesso livello quando scrisse: "i miei personaggi, i miei animali, i miei insetti, i miei pesci, hanno l'aria di scappare dalla carta...Fortunatamente l'incisore s'è incaricato di tagliare le vene e i nervi degli esseri che io ho disegnato ed ha potuto privarli della libertà di scappare"2. Un altro topos lo si riconosce nella famosa dichiarazione: "dall'età di sei anni ho la mania di disegnare la forma delle cose"3: è propriamente il tema del talento che si manifesta da subito, con urgenza, e che dunque è qualcosa di innato, una sorta di dono. Questo, peraltro, è un aspetto che Hokusai sottolinea spesso - lo ritroviamo infatti sia nella prefazione al Santei Gafu (1816), che nel più tardo Ehon saishikitsu (Libro illustrato sull'uso del colore - 1848): "Come potrei dare un'idea di tutte le esperienze accumulate dai sei agli ottentotto anni..."4. Del resto, abbiamo già avuto modo di constatare come il Maestro - che si considerava unico artefice della propria fortuna - legasse questa convinzione con quella di possedere un particolare genio, che non si poteva di fatto né acquisire né trasmettere. Un terzo punto da considerare riguarda la leggendaria povertà di Hokusai, che anche nei momenti in cui lavorava a pieno ritmo, non aveva mai un soldo in tasca! "L'artista è vissuto per l'intera sua vita nella più nera povertà, un po' per colpa dei compensi irrisori che in Giappone gli editori corrispondevano agli artisti, un po' a causa di quella sua indipendenza di spirito che gli faceva accettare solamente il lavoro di suo gradimento [...] Ma non va neppure sottaciuto che era lui stesso il primo a ostentare con una certa vanità la propria miseria" (De Goncourt, in Forrer, 1989, pag. 80). Nessun artista ukiyo-e guadagnava somme da capogiro, tuttavia il loro stile di vita era ben diverso da quello di Hokusai. Abbiamo già accennato nel primo capitolo al fatto che la popolazione di Edo era poco incline al risparmio, "godereccia": a quei tempi era dunque la norma che artisti ed uomini di lettere si lasciassero andare alla dolcezza del vivere, ai piaceri raffinati che la città offriva in abbondanza. Non per niente, proprio nei quartieri di piacere "si sviluppa una sorta di bohème in cui si incontrano i più vivi spiriti del tempo. Artisti, letterati, attori ed editori vi s'incontrano creando un humus sociale sul quale si originano e maturano le più vivaci e interessanti innovazioni culturali" (Calza, 1979, pag. 111). Per Hokusai era diverso: attraverso i piaceri del fluttuante mondo "il contadino di Katsushika, l'uomo col mantello di paglia, tutto scarruffato sotto la pioggia, passa con una sorta di durezza sbrigativa. Casto, sobrio, i suoi amici lo dileggiano per questo come di una stranezza di cattivo gusto" (Focillon, 1982, pag. 65). Tutte le fonti concordano nell'attribuirgli un aspetto trasandato ed uno stile di vita frugale e morigerato...Ma a questo punto è lecito chiedersi dove mai finissero i soldi che guadagnava, visto che era sempre in bolletta - e sorge in effetti il sospetto che taluni suoi atteggiamenti facessero parte di una - oggi diremmo - strategia d'immagine! "La leggenda dell'artista", in effetti, contempla anche la povertà tra i topoi biografici: "rinuncia e miseria sembra siano il destino del genio. [...] Nell'ambito della cultura occidentale, questo atteggiamento non compare più come un tema biografico fisso, al contrario, caratterizza le figura dell'artista nelle biografie cinesi. I grandi pittori in Cina vivono da eremiti nella solitudine della natura...non cercano onori né ricchezza, evitano i fasti, regalano le loro opere" (pag. 111). Posto che Hokusai viveva in città e non lavorava gratis, non è affatto da escludere che il suo sprezzo per il denaro e per le public relations nascesse dalla volontà di emulare i grandi pittori della tradizione. Non sarebbe peraltro l'unico caso in cui vediamo il nostro artista prendere le distanze dai colleghi, per porsi invece in una comunione ideale con i grandi nomi del passato. Così come, nello stile pittorico, Hokusai non si accontentò semplicemente di seguire la corrente dell'ukiyo-e, allo stesso modo non si accontentò di essere considerato dalla società come un artista puramente commerciale: il modo in cui visse ed il modo in cui parlò di se stesso e delle proprie opere, tradiscono l'aspirazione - legittima - ad essere guardato con occhi diversi. Forse Hokusai sognava già il modo in cui i posteri avrebbero parlato di lui, tributandogli i dovuti onori - e questo sogno finì col confondersi con la sua stessa esistenza, costringendolo a modellare la sua vita su quell'epopea romanzata che era destinata a diventare. A riprova del fatto che Hokusai avesse intenzione di "creare la propria leggenda", si deve constatare che la sua tattica funzionò! Infatti, gli furono dedicate, già all'epoca, delle biografie: fatto già di per sé piuttosto significativo, poiché in Giappone queste erano riservate di norma solo ai nobili ed ai religiosi, straordinariamente a samurai, ma mai a persone di origine plebea. Queste fonti storiche sono tuttora oggetto di studio per verificare quanto di esse sia attendibile; è palese comunque, che siano state scritte da persone che avevano del maestro, o che volevano trasmetterne, una visione "mitizzata". Il fatto che siano infarcite di aneddoti è il primo elemento rivelatore: l'aneddoto, nella biografia, rappresenta una sorta di scorciatoia, che consente di dare un'idea chiara ed immediata dell'eccezionalità del personaggio, di giustificare la considerazione speciale in cui è tenuto l'artista, senza dilungarsi nella descrizione delle sue innumerevoli qualità. Posto questo, Kris e Kurz individuano tutta una serie di aneddoti ricorrenti nelle biografie degli artisti, che riguardano principalmente lo spirito arguto, l'ironia pungente del protagonista, e ancora il suo sprezzo per il denaro, la sua capacità di rispondere per le rime a qualsiasi tipo di critica... Ebbene, praticamente tutti questi motivi ricorrenti li ritroviamo nelle biografie di Hokusai! Non intendo con ciò sostenere che i vari aneddoti siano inventati di sana pianta, e che di conseguenza l'immagine di Hokusai che restituiscono sia totalmente falsata. Come tutte le "leggende metropolitane", anche quelle sul nostro artista, che iniziavano a circolare mentre lui era ancora in vita, dovevano partire da un fondo di verità per poi essere amplificate da ammiratori particolarmente entusiasti. Il punto è un altro, ovvero il fatto che nell'assunzione di certi atteggiamenti da parte del Maestro ci fosse un forte elemento di premeditazione - ben più forte di quanto le numerose biografie sul suo conto siano solite dare ad intendere! In un altro capitolo abbiamo lasciato una questione in sospeso, ovvero quella delle gesta valsero ad Hokusai l' "onore" di entrare a far parte della categoria dei Kijin, dei "personaggi eccentrici": la maggior parte degli aneddoti di cui sopra riguarda appunto quelle gesta. Ritengo di poter dare per assodato il fatto che il nostro artista volesse entrare a far parte della categoria dei kijin, o, in altri termini, che sapesse bene che l'adozione di determinati atteggiamenti da parte sua, lo avrebbe reso un kijin agli occhi della società. E' ovvio: l'artista che si dichiara pazzo non lo è in realtà...perché se lo fosse non se ne renderebbe conto! Quello della pazzia come maschera è anch'esso un noto cliché, ma il punto è: quale significato assume, nello specifico caso di Hokusai, l'assunzione della "maschera da kijin"? Il kijin Hokusai Hokusai rimane, senz'ombra di dubbio, un artista di grande talento ed un personaggio fuori dal comune. Abbiamo visto come il suo forte individualismo ed un prepotente bisogno di indipendenza, lo portarono a fare una serie di scelte assolutamente contro corrente per l'epoca in cui visse - che si rivelarono importantissime per il suo sviluppo artistico... Non furono però queste scelte quelle che fecero colpo sul grande pubblico. L'immagine di artista eccentrico su cui Hokusai costruì la sua fortuna, nacque invece da imprese di tutt'altro tipo, molto meno significative, ma di certo più plateali! Nel 1804, in occasione di un'esposizione di dipinti presso il tempio di Gokokuji, nella periferia di Edo, Hokusai si lanciò in una spettacolare performance: fece stendere per terra una superficie di carta pari a 170 tatami (350 metri quadri circa), in un barile da sakè preparò il pigmento, poi, usando una scopa di canne come pennello, iniziò a dipingere; la folla incuriosita che assisteva all'esibizione non riusciva a capire dove Hokusai volesse arrivare, fino a che, dopo un pomeriggio di lavoro, il gigantesco dipinto fu sollevato e tutti poterono ammirare un ritratto a mezzo busto di Daruma, il santo patriarca del buddismo-zen. Esistono tutt'ora perplessità sulla veridicità di questo racconto. Lane ad esempio narra di come la stessa impresa, realizzata nel 1981, come scena di un film su Hokusai, procurò non poche difficoltà tecniche e necessitò al pittore due giorni interi di lavoro! Si narra anche di un cavallo, sempre di dimensioni colossali, realizzato da Hokusai in una piazza nella città si Honjo; ed ancora, nel tempio di Ekoin, a Edo, avrebbe dipinto prima una gigantesco disegno del dio della fortuna Hotei, poi, servendosi di un pennello di dimensioni normali, due passeri su un chicco di riso, talmente minuscoli che era difficile distinguerli ad occhio nudo. Indipendentemente dalla percentuale di "esagerazione" con cui i racconti di tali imprese sono passati ai posteri, possiamo comunque considerarle delle prove di abilità, dei virtuosismi con cui Hokusai volle catturare l'attenzione del pubblico - e possiamo dunque ricollegarci ancora una volta ai topoi biografici: "il virtuosismo in quanto prova tangibile dell'eccellenza dell'artista, svolge un ruolo di considerevole importanza" (Kris/Kurz, 1980, pag. 93). Va detto che la medesima performance del ritratto del Daruma fu ripetuta nel 1817, nel giardino di un tempio di Nagoya, e stavolta non ci sono dubbi sul suo reale svolgimento, visto che viene menzionata nelle cronache del tempio e che furono pubblicati (ed esistono tutt'ora) surimono commemorativi dell'evento. Ma il punto è che questa esibizione fu organizzata e patrocinata dall'editore Eirakuya, in occasione dell'uscita, nella stessa Nagoya, del secondo volume dei Manga! Dunque, per quanto originali e stravaganti questi spettacoli dovevano apparire all'epoca - per quanto la gente li reputasse manifestazioni di una personalità bizzarra, fuori dal comune - oggi, ad uno sguardo smaliziato, essi appaiono nient'altro che abili mosse pubblicitarie, nemmeno troppo ingegnose! Sta di fatto che, dopo aver compiuto esibizioni pubbliche di tale portata, Hokusai non poteva che entrare a pieno titolo nella categoria dei kijin. Chiariamo finalmente cosa si intende di preciso per Kijin e che ruolo aveva questa figura nella società5. Dobbiamo innanzitutto considerare come, nella società giapponese, l'appartenenza ad un gruppo fosse fondamentale; che si trattasse della famiglia, dei coetanei, dei colleghi di lavoro, ognuno derivava la propria identità personale da quella del gruppo. Tuttavia, sono sempre esistite persone dotate di una personalità spiccata, restie a farsi omologare e che pertanto scelsero di condurre una vita che fosse al di fuori di ogni norma stabilita, "schegge impazzite" che era difficile tollerare in una società ordinata come quella nipponica. E' dunque emblematico che, dal bisogno di incasellare comunque le persone in un sistema, nascesse una categoria come quella dei kijin, che raccoglieva tutti i "personaggi eccentrici" del Giappone, in qualsiasi secolo fossero vissuti, qualsiasi mestiere avessero fatto, qualsiasi fosse il senso specifico della loro eccentricità. La parola kijin ha un'origine antica, deriva da un testo confuciano risalente al III sec. a.C. in cui è definito come colui che è posseduto dal kisou, l' "idea strana"; il kijin era inizialmente considerato un personaggio che apparteneva al mondo degli spiriti, e che dunque non si curava di vivere in modo convenzionale, né di compiacere, col suo comportamento, le persone ordinarie. Stando ai vari aneddoti sul suo conto, Hokusai era in effetti decisamente insofferente alle convenzioni, anzi, talvolta si compiaceva proprio di mostrarsi sgradevole nei confronti di coloro che non gli dimostravano il rispetto che riteneva gli fosse dovuto. Per esempio, si racconta di quando il famoso attore, Baiko III, si recò da Hokusai per commissionargli un dipinto; l'attore, trovò la dimora del pittore talmente sporca che si fece portare un tappetino del suo palanchino per potersi sedere - cosa che irritò terribilmente Hokusai, il quale sdegnato, continuò a disegnare, non curandosi minimamente della presenza dell'ospite. A quanto pare, Baiko se ne andò arrabbiato, ma alla fine fu lui che presentò all'altro le sue scuse, pur di ottenere l'agognato dipinto. In un'altra occasione il Maestro ricevette la visita di un emissario dello shogun, ma, irritato da non si sa bene cosa, gli disse che era troppo occupato per riceverlo, e poi rimase tranquillamente in giardino a spidocchiarsi il vestito; l'emissario attese per un po', poi spazientito fece per andarsene...e solo a quel punto Hokusai gli corse dietro, ma solo per raccomandarsi: "Se qualcuno vi chiede com'è la mia bottega, ditegli che è bellissima, che è pulitissima!". Ancora: l'ordine per una serie di paraventi da parte di un eminente daymo della lontana città di Tsugaru, in qualche modo offese Hokusai, che rifiutò seccamente, nonostante il samurai che recava il messaggio avesse l'autorità per uccidere li per li qualsiasi plebeo si mostrasse insolente6! Per essere kijin in Giappone bastava in effetti questo: bastava assumere in pubblico comportamenti non ortodossi. Personalmente - e credo di non essere l'unica - non trovo in queste storielle il segno di una personalità tanto eccezionale. Che c'è di strano nel fatto di avere la luna storta, di sentirsi offeso o di non aver voglia di parlar d'affari? Ma al di la dell'episodio in se, bisogna considerare il contesto. Nella società di allora le regole di comportamento erano rigidissime, quasi una sorta di codice per cui ad ogni mossa corrispondeva un'adeguata contromossa: c'erano regole sul modo di trattare gli ospiti e sul modo in cui gli ospiti dovevano portarsi, c'erano regole sul modo di rivolgersi al negoziante, alla vicina di casa, al collega...per non parlare dei rapporti che possiamo genericamente definire "gerarchici". In sostanza, in ogni situazione c'erano delle aspettative precise riguardo al comportamento dell'altro, di conseguenza qualsiasi reazione, diversa da quella attesa, appariva stonata e lasciava stupiti. I biografi, dunque, registrano l'effettivo stupore che dovevano suscitare ceri atteggiamenti di Hokusai - sottolineano quanto fosse intrattabile e come tutto ciò finisse col recare danno alla sua immagine ed alla sua carriera. Su questo secondo punto però, ci sarebbe da discutere: Hokusai non fu certo, ai suoi tempi, un genio incompreso, vendette, e vendette bene! Sorge il dubbio che, se realmente avesse avuto un caratteraccio, avrebbe finito col restare isolato - o si sarebbe veramente fatto ammazzare! Evidentemente, la pazzia di Hokusai non superava mai una determinata soglia di tolleranza. Ai vari aneddoti sul suo conto c'è poi da aggiungere il fatto che, talvolta, Hokusai si divertiva a dipingere con le dita, con le unghia, con il manico del pennello o con mezzi strampalati, come scope, fiaschette, gusci d'uovo...Questi espedienti non erano però una sua prerogativa, ma venivano spesso adottati da artisti che desiderassero farsi notare. Alla fin fine, la mia impressione è che anche quella dei kijin finisse con l'essere una categoria sociale ricompressa nel sistema, per cui anche nei confronti dei suoi membri si creavano delle aspettative precise: Hokusai non disattese tali aspettative e si guadagnò la "patente" di kijin! Di questi "personaggi eccentrici" è costellata l'intera storia giapponese, ma il fenomeno assunse particolare evidenza proprio verso la fine del periodo Edo - quando furono pubblicate numerose antologie di kijin. Nel 1845, uscì il "Nihon kijin-den" (Personalità eccentriche del Giappone) di Hanagasa Bunkyou, che menziona anche Hokusai. La figura del nostro artista è posta assieme a quelle di personaggi vissuti anche mille anni prima ed appartenenti alle classi sociali più diverse: peti, cortigiane, monaci zen, guerrieri...accanto ai quali non sfigura, per l'eccezionalità della sua vicenda, anche questo gako - disegnatore artigiano, come lo definisce Bunkyou. Si può affermare che in questo volume Hokusai vedeva realizzato il suo sogno, entrava a far parte della storia/leggenda, accanto a personaggi d'alto lignaggio, a pittori di incontestato valore - in virtù del suo essere kijin, che gli consentiva di superare le barriere sociali. Ma questo non è un caso, come non fu un caso che il numero di kijin aumentò e che il fenomeno assunse così ampia visibilità proprio verso la fine del periodo Edo. Negli ultimi anni del regime Tokugawa, infatti, le rigide norme che regolavano i rapporti sociali erano ancora troppo forti per poter essere infrante, ma iniziavano a perdere autorità e non erano più abbastanza forti perché un uomo non potesse neppure immaginare di riuscire a cambiarle. Dalla fine del settecento si iniziò ad intuire che l'ukiyo-e poteva diventare un importante strumento politico, ma le riforme Kansei posero drasticamente fine ad un cero tipo di propaganda: tutti gli autori di disegni o scritti satirici o irriverenti furono incarcerati - sorte che toccò anche ad Utamaro - e per un certo periodo sembrò che le acque si fossero calmate. L'ukiyo-e vegetava, boccheggiava, come dicevamo più sopra...Hokusai sembra essere stato l'unico "grande" uscito indenne dalle riforme kansei. Del perché abbiamo già parlato: la lotta condotta dal nostro artista si svolgeva su di un terreno diverso, passava per il riconoscimento del valore della propria vicenda e della propria opera, nonostante fossero segnati da una nascita plebea e dunque dall'esclusione da un certo tipo di cultura, per così dire, "nobile". Coltivando una immagine di eccentrico, Hokusai riuscì ad eludere parte delle restrizioni imposte dalla sua condizione di artista commerciale, evitando al contempo lo scontro frontale con il sistema sociale in cui viveva e le sue regole. In quanto kijin - oltre che artista di talento - gli vennero perdonati i comportamenti poco ortodossi e le scelte professionali azzardate, in più l'essere un kijin faceva risplendere il suo talento di una luce ancora più intensa: la sola abilità, infatti, non sarebbe stata sufficiente a rendere così famoso e venerato un semplice artista commerciale. Una generazione dopo altri dovettero rendersi conto che quella poteva essere una buona strategia: non attaccare il governo in modo diretto, ma manifestare il proprio malcontento attraverso scelte di vita contro corrente. Per inciso: a noi occidentali questa pare una soluzione ovvia - ma dobbiamo ancora una volta ribadire che stiamo parlando di una civiltà che da millenni tentava di reprimere ogni forma di espressione dell'individualità a favore di una fortissima, schiacciante, coesione sociale. I teorici esaltavano allora l'ukiyo-e in virtù di quello che, fino ad allora, l'intellighenzia considerava il suo limite: il non seguire gli stili accademici tramandati dalle scuole tradizionali. Gli artisti andavano ad ingrossare le fila dei kijin. Nell'ultima pagina del Nihon kijin-den l'autore delle illustrazioni, Utagawa Kuniyoshi, raffigurò se stesso, assieme all'amico Ikeda Eisen - imitatore/rivale di Hokusai - ed al loro maestro Utagawa Toyokuni I. Essere kijin si configurava in quel momento come precisa scelta politica. Anche Hokusai era interessato a questi risvolti della faccenda? Difficile dirlo. Il fatto che avesse subito, sulla sua pelle, le conseguenze dell'eccessiva chiusura del sistema feudale e che vi si fosse opposto, dovrebbe condurre ad una risposta affermativa. Ma in effetti non ci sono dichiarazioni che aiutino a definire la sua posizione prettamente "politica". La mia opinione - avallata da quanto ho finora sostenuto - è che alla base delle scelte di vita di Hokusai ci fu essenzialmente la sua ambizione di passare alla storia come un grande artista e non come un semplice autore di xilografie popolari - ambizione a sua volta alimentata da un profondo individualismo. Ma il punto è proprio che, in una società di quel tipo, l'individualismo assumeva implicazioni altamente "eversive". 1 Edizione italiana 1980, Boringhieri. 2 Prefazione, già citata più sopra, al II volume del Ryakuga. 3 Postfazione alle "Cento vedute del monte Fuji". 4 Citato in Calza "Hokusai, vecchio pazzo per il disegno" - 1999 - pag. 98. 5 E' questo il tema della tesi di C.B. Franchini, pubblicata sul sito www. Nipponico.com 6 La fonte storica di tali aneddoti è il "Katsushika Hokusai den", di Ijima Hanjuro (pubbl. nel 1893); sono poi stati ripresi da De Goncourt nella sua opera del 1896, e di lì in tutte (o quasi) le biografie successive.