INTRODUZIONE Quello che toccò a Katsushika Hokusai fu un destino strano. Non fu certo il primo né l'ultimo artista a morire nella miseria più nera e nel rimpianto di non essere riuscito ad ottenere il giusto riconoscimento per la propria opera. Tuttavia, non possiamo nemmeno dire che Hokusai fu un "incompreso"... Non del tutto almeno. In un Giappone isolato dal mondo da ormai due secoli ed il cui sistema sociale e politico si reggeva tutto su una morale che condannava l'individualismo e metteva in testa a tutti gli altri valori quello della fedeltà servile, Hokusai ebbe il coraggio di compiere delle scelte di vita rischiose, che facevano emergere il suo carattere ribelle ed anticonformista, ed il suo profondo - pericoloso - individualismo. Tanto più che, viste le sue origini plebee, Hokusai occupava il gradino più basso della scala sociale, dunque le sue aspirazioni avrebbero dovuto limitarsi all'essere un bravo artista commerciale: una sorta di artigiano, la cui attività era imbrigliata da tutta una serie di regole e limitazioni, e soprattutto una figura che non aveva nulla a che fare con quella che era considerata la "vera arte". Invece Hokusai seppe imporre - per lo meno in quello che viene definito il "decennio aureo" della sua carriera - la sua personalità prorompente e la sua innovativa maniera pittorica e, lungi dall'essere isolato, ottenne una fama senza precedenti per artisti della sua "categoria". Ma era il "quarto d'ora di celebrità": in quanto artista commerciale, perciò vincolato ai mutevoli gusti del pubblico, ad un certo punto passò di moda e venne dimenticato...La sua non era certo un'arte che meritasse di essere preservata per i posteri! Al contrario, non dovette nemmeno passare molto tempo - appena una decina d'anni - prima che i posteri tributassero al Maestro i dovuti onori...solo che i "posteri" non erano esattamente quelli che l'artista si poteva essere aspettato. Se, ancor oggi, noi ricordiamo, leggiamo libri e seguiamo mostre dedicate al "vecchio pazzo venuto dall'oriente", tutto ciò è dovuto alla riscoperta di questo artista avvenuta da parte di artisti e critici europei, perché mentre in Giappone ancora troppi pregiudizi inficiavano la valutazione dell'operato artistico di un uomo di origini plebee, l'Europa, che né di Hokusai, né della tradizione pittorica in cui la sua opera si collocava, sapeva nulla, rimase immediatamente affascinata. Nell'ambito del più vasto fenomeno del japonisme il nome di Hokusai si impose su tutti gli altri: si può parlare di un vero e proprio "culto" nei confronti dell'artista, che si sviluppò in particolar modo in Francia, negli ultimi due decenni dell'ottocento - per spiegare il quale certo non basterebbe, da solo, il pregio estetico della sua opera. A stuzzicare l'interesse concorse infatti, in gran parte, la fama che circondava il personaggio, "ammantato dal quell'alone di eccentricità ai limiti della follia che nell'immaginario ottocentesco caratterizzava l'artista genio" (G.C. Calza). Fu in quegli anni che venne costruita l'immagine di Hokusai che si è tramandata fino ad oggi, e che questa tesi intende - per alcuni aspetti - rimettere in discussione. Ho cercato, infatti, pur senza aggiungere nulla alle notizie biografiche che abbiamo sull'artista, di dare una diversa interpretazione di certi suoi atteggiamenti, analizzandoli non partendo dall'assunto della sua presunta "follia", ma da un'analisi della mentalità giapponese - da sempre fondata su tutta una serie di meccanismi, che dalla nostra prospettiva occidentale appaiono assolutamente deviati. Se ci si accosta al personaggio Hokusai aspettandosi una sorta di genio tormentato, continuamente frustrato, o uno spirito libero che si rifiuta di sottostare a qualsiasi regola, si rimane inevitabilmente delusi. All'opposto, più procedevo nella conoscenza di questo artista, più cresceva l'impressione di trovarmi di fronte ad un uomo molto furbo, che conosceva bene le regole del gioco ... e seppe giocare bene le sue carte. Non per niente, fu lo stesso Maestro a definirsi "pazzo per il disegno", ed è sulla base di questa dichiarazione che tutto ciò che è stato scritto su di lui ha mirato ad evidenziare gli aspetti più stravaganti della sua personalità, senza preoccuparsi di capire se in essi c'era un senso, uno scopo, in altre parole senza leggerli alla luce di quel particolare contesto sociale e culturale che si venne a creare in Giappone fra la fine del '700 e la prima metà dell'800. Non ci si chiese se certi comportamenti che potevano apparire strani, rientrassero semplicemente in un'ottica di idee diversa da quella occidentale, non ci si chiese se certe libertà che per l'occidente erano date per scontate, Hokusai dovette invece conquistarsele. Ricominciando dunque daccapo, da un'analisi del contesto, della morale vigente negli anni in cui visse, ho ripercorso le varie (divenute ormai canoniche) tappe del percorso stilistico di Hokusai - contrassegnate ognuna dall'assunzione di un diverso nome d'arte - per dimostrare che se c'è un filo conduttore nell'immensa e variegata oeuvre del Maestro, questo è costituito dall'ambizione, dalla volontà di distinguersi. Fu tale aspirazione ad essere qualcosa di più che un semplice artista commerciale, a spingere Hokusai a costruirsi una fama di kijin, di "personaggio bizzarro": non era pazzia la sua, né semplice eccentricità, era l'unico modo per ritagliarsi, in una società dove tutti dovevano essere incasellati in un ruolo stabilito, una nicchia che fosse sua soltanto.